
Nonostante Atreju, spezziamo una lancia, finalmente, a favore del da noi spesso spernacchiato Giovanni Lindo Ferretti. Che almeno così l’ex assessore a Città storica e Progetti speciali (ed ex assessore ombra a tutto il resto) Mimmo Spadoni, nome tutelare e tutela nominale dell’ex punk comunista poi convertito al cattolicesimo più dogmatico sulla via del Cerreto, gradirà almeno uno degli interventi di 7per24. E ci ringrazierà nell’ormai improbabile epilogo positivo dell’allestimento ai Chiostri di Saga V, estate 2016, dotandoci di pass-omaggio. O via libera da staff equestre.
Pesano in questo faticoso spezzamento di lancia, non certo le sparate destrorse rilasciate dal Ferretti davanti a fratelli e sorelle d’Italia, quanto la ridda di contumelie che l’ex cantore della bellezza del socialismo reale di montagna e no riesce ad assorbire come una scafatissima spugna dalla casacca multicolor come quella di Arlecchino (tutto attaccato). A fronte dell’impossibilità di critica di cui si ammanta ed è circondato con certosina protezione la rockstar di Correggio. L’uomo che sganghera le chitarre nello sdilinquimento delle folle in estasi.

Come è facile (a volte inevitabile) sparare sull’uomo che sussurra ai cavalli, così è altrettanto difficile osare un moto, di più, un accenno di analisi alla fenomenolgia ligabuia. Che i ligalàtri formano una truppa compatta e numerosissima determinante le paturnie del mercato. E sotto il quale livello di attenzione dunque devono restare i protagonisti del media system. Nella classica posizione a 90. Con la concessione massima di qualche spunto satirico da parrocchia.
Invece il repentino cambio d’ambito in corso di vestizione del Ferretti, seguendo le ondulazioni della storia, da trinariciuto negli anni ’70 a iniziato millenarista coi bagliori del nuovo millennio, ne fanno l’emblema stesso del trasformismo italico. Su cui esercitare le variegate possibilità dello scrivere postmoderno oltre a quelle classiche e più scontate della retorica pro-Liga. La cui filologia è certamente più lineare e in qualche modo democristianissima. Sempre lui, sempre lì, indistinguibile.
Il Giovanni Lindo invece no; vuoi mettere quel suo sguardo ipnotico e struggente da guru equinoziale rispetto al sorrisone universale, bucolico e onnicomprensivo del Liga? Quel suo cantare meditabondo e quella sua gola sempre più rauca (Sandro Ciotti a confronto sarebbe sembrato oggi una voce bianca), cavernosa e profonda, oscura come una pieve romanica. Rispetto all’iperattività da palco e all’ugola squillante del correggese, tutto trilli (non in senso tecnico) e rullo di tamburi, ghirigori squisitamente monotoni, ineccepibile colonna sonora durante una visita alla Sagrada Familia di Barcellona?
Liga incanta la folla, Lindo intona la fola. E noi, costretti a scegliere, ripetiamo senza alcuna valenza politica, siamo sempre propensi ad immedesimarci compassionevolmente di più con chi sta crepuscolarmente uscendo di scena, rispetto a chi continua a rimpirla sempre più strabordando in un’alba infinita.