Non è una novità che durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite piovano accuse ad Israele. Il segretario uscente dell’ONU Antonio Guterres è stato il primo ad aprire il coro di critiche per la gestione della crisi a Gaza e le violenze in Cisgiordania. Veementi affondi sono arrivati ovviamente dal presidente iraniano Pezeshkian, da Recep Tayyip Erdogan, dal re Abdullah di Giordania, dall’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani e dal presidente francese Macron, la lunga lista include anche il primo ministro britannico Burnham e il capo di stato brasiliano Lula da Silva.
Parallelamente a New York abbiamo assistito a Donald Trump in versione messia della pace universale. Netanyahu invece ha impersonato quella di signore della guerra ad oltranza. Due facce della stessa medaglia. Il premier israeliano salito sullo scranno del Palazzo di Vetro, per la 14° volta nella sua longeva carriera, ha pronunciato la solita invettiva. Negando lo sterminio palestinese, “la bugia del secolo”: “noi non abbiamo commesso un genocidio l’abbiamo prevenuto”. Sarcastico nei confronti delle tante delegazioni che hanno abbandonato per protesta l’aula: “vigliacchi”. Pungente verso Mamdani, “antisemita”. Si è rivolto ai vari nemici, da Hamas ad Hezbollah: “terroristi e barbari”. Ha prospettato la caduta del regime di Teheran: “la gente vincerà su coloro che sono al potere”. Ma soprattutto era chiaro che volesse impressionare gli elettori del suo paese prossimi a scegliere le sorti della XXVI legislatura: “una nazione che lotta per il proprio futuro”. “Saluto il coraggio del popolo di Israele e quello dei nostri soldati”. Il discorso di Netanyahu all’UNGA è stato meno memorabile di altre prove di oratoria a cui ci ha abituato. Retorica shakerata di storia e religione. Un po’ banale. Arco delle frecce spuntate.
Cautamente Trump finora ha evitato di sostenere pubblicamente la candidatura di Netanyahu. Riluttanza ascrivibile alla categoria del semplice calcolo politico, nulla di personale. Nel corso degli anni Netanyahu ha fatto sfoggio dello stretto legame con il presidente americano. Ad un mese dal voto e con i sondaggi negativi Bibi avrebbe potuto sfruttare l’opportunità di un incontro con il tycoon come propaganda nella campagna elettorale. A conferma di essere l’unico leader israeliano ad avere potenti entrature ed appoggi. Di cui il suo principale sfidante Gadi Eisenkot difetta. Punto debole, forse, su cui raccogliere qualche consenso in più tra gli indecisi. Nel tentativo di recuperare lo svantaggio. Non c’è dubbio che gli sherpa del falco del Likud abbiano cercato in tutti i modi e maniere di organizzare il faccia a faccia. Senza successo. Vuoi perché nella stanza ovale si fiuta l’insuccesso nelle urne, ed esporsi sarebbe controproducente. Vuoi che il rifiuto categorico sia dovuto al giudizio netto e crudo dei consiglieri strategici del presidente. Netanyahu sostanzialmente paga una manifesta caduta di immagine nella base del partito conservatore statunitense, dove è diventato una figura percepita divisiva e a molti sostenitori di Trump appare al momento impresentabile. Contrarietà che ha nel vicepresidente J. D. Vance uno dei punti di riferimento al vertice dell’amministrazione repubblicana.
In Israele alla vigilia delle elezioni del 27 ottobre il contesto politico è alquanto caotico. Né il blocco pro Bibi, né quello avverso sarebbero in grado di garantire una maggioranza alla Knesset, a meno di alleanze alternative all’attuale quadro degli schieramenti. In caso di pantano le strade probabili, per evitare il ritorno al voto anticipato, sono un eventuale appoggio alla coalizione di governo dei partiti arabi (se ammessi dalla Corte Suprema alla tornata elettorale) o la formazione di un esecutivo di unità nazionale di larghe intese. Vero è comunque che se c’è qualcuno che può ribaltare i pronostici è proprio Netanyahu. Innegabile. Come del resto il dato che in patria soffre di un forte rigetto di fiducia, acutizzato solo in minima parte dal logoramento di anni passati al potere e nelle aule di tribunale, a difendersi dagli scandali. Frutto, altresì, di una diffusa reazione di sfogo alla questione delle responsabilità nel disastro del 7 ottobre 2023. In una parola chiarezza.
Alfredo De Girolamo Enrico Catassi