Firenze – Palazzina Fusi, via Vacchereccia, al lmitare con piazza Signoria. Un belll’airbnb, proprio nel cuore di Firenze, per chi ama sentirsi “dentro una cartolina”, come dicono due bionde americane mentre sorseggiano qualcosa di fresco dai bicchieri di cartone. Bellissimo. Ma di chi è quella palazzina? Sorpresa, la proprietà della struttura è dell’Asp Montedomini. Sorpresa fino a un certo punto,naturalmente, visto che in questi giorni, dopo la stura data da Salviamo Firenze che ha denunciato prima due appartamenti appartenenti all’Asp fiorentina in via Guelfa, poi altri 11 costituenti un intero palazzo sempre in via Guelfa tutti finiti nel giro degli airbnb, gli alloggi del polo fioccano. Così, emergono anche i 4 alloggi di via Vacchereccia, che se ne stanno proprio lì, in fronte a piazza Signoria. Mica una piazza qualunque.
Interessante caso quello della Palazzina Fusi. Intanto, perché chi gestisce l’airbnb e camere è una società grossa, Ognissanti Hotel, che possiede 8 strutture dello stesso tipo nel centro di Firenze. Poi, perché la Palazzina proviene da una donazione da parte della famiglia Fusi; in particolare, si trattava della Fondazione Giovanni e Silvio Fusi. I due Fusi, proprietari anche di altre strutture fra cui immobili anche a Prato, avevano costituito la fondazione alla quale avevano donato il loro patrimonio immobiliare che constava 34 alloggi a Firenze e altri anche a Prato per la finalità statutaria di aiutare i cittadini con problemi abitativi. L’immobile di via Vacchereccia ha mantenuto queste finalità almeno fino al 2016, tant’è vero che quegli alloggi, passati in proprietà prima all’ASP S.Ambrogio che aveva incorporato la Fondazione Fusi poi a Montedomini in seguito all’unificazione di tutte le ASP fiorentine nell’ASP Montedomini, erano stati abitati da nuclei familiari con problemi abitativi. Quando lo stabile è stato svuotato per poterlo poi affittare agli attuali conduttori 3 alloggi erano utilizzati come alloggi volano per nuclei familiari fragili un quarto alloggio era invece occupato da un’inquilina che aveva vissuto in quello stabile fin da bambina in quanto lo stesso era stato affittato ai suoi genitori con i quali aveva convissuto. La donna venne sfrattata senza soluzioni alternative nel 2016; alle altre famiglie venne assegnata una casa popolare. Gli alloggi che i Fusi volevano indirizzare verso i cittadini in difficoltà per la casa diventarono oggetto di un bando, tenutosi nel 2021, per l’affitto della struttura. Ed ora, fa bella mostra di se’ come una struttura ricettiva di charme proprio su piazza della Signoria. Chissà se i Fusi avrebbero avuto qualcosa da ridire.
La questione Montedomini tuttavia merita una breve carrellata storica, non foss’altro perché è emblematica dello sviluppo del concetto di stato sociale in Italia. Intanto, il concetto di assistenza sociale come diritto-dovere del cittadino e dello Stato nasce nel 1890, con la legge Crispi, che porta alla pubblicizzaizone delle varie entità filantropiche, in particolare le Opere Pie, espressioni della Chiesa. Nascono così le IPB, che diventano IPAB nel 1923. Nonostante il centralismo prussiano di Crispi, le Ipab (erano 22.mila nel 1890), conservano un certo grado di autonomia. Se tra il 1917 e il 1919 la grande spinta progressista spinge al sogno di una legge organica sulla sicurezza sociale, le vicende successive con l’avvento del fascismo imporrà la completa caduta del tentativo. La crisi degli anni ’30 inoltre vede il protagonismo assoluto della Chiesa, che guadagna terreno con le Ipab tappando i buchi di una gestione statale inefficiente e carente. Negli anni ’50 del Dopoguerra, la situazione appare stagnante: da un lato, la forte pressione della chiesa Cattolica ha già prodotto l’art.38 Cost., in cui l’assistenza privata è ammessa senza alcuna limitazione, dall’altra il progetto di un sistema universalistico di assistenza viene continuamente rinviato. Bisognerà attendere il DPR 616 del 1977 che trasferiva ai comuni funzioni personale e patrimoni delle IPAB. Nel 1988 la Suprema Corte dichiara incostituzionale la Legge Crispi nella parte in cui dichiara la natura pubblica dell’assistenza. Si spalancano le porte ai privati. Infatti, il grande competitor dello Stato non è più la sola Chiesa, com’era negli anni ’50. Tant’è vero che lo sviluppo di veri e propri trust privati dell’assistenza viene confermato e accompagnato dalla legge quadro 328/2000, che consente la trasformazione di numerose Ipab in enti di diritto privato e la trasformazione delle altre in ASP pubbliche.

Immagine delle mobilitazioni contro gli sfratti dagli immobili da parte dell’Asp Montedomini negli anni ’90
Naturalmente la legge viene recepita con grandi differenze fra le regioni. A Firenze il Comune sceglie di differenziare le ex Ipab suddividendole per poli dedicati, ciascuno con la sua finalità. I poli individuati all’inizio (giunta Domenici) sono 5, ma ne rimarranno tre, in quanto la Fondazione Istituto degli Indigenti diventa ente di diritto privato e per l’Istituto degli Innocenti la stessa legge regionale riconosce un ruolo nazionale per le politiche per l’infanzia e stabilisce che la nomina degli organi statutari sia di competenza della stessa regione . Successivamente il comune decide di unificarle le ASP fiorentine in un’unica Asp, Montedomini.
Tirando le fila, l’Asp Montedomini diventa il polo di riferimento funzionale in materia di anziani, disabilità e inclusione sociale. . Fanno parte dell’attuale cda i nominati dal Comune Barbara Cardinali (vice presidente) e Silvano Di Geronimo, oltre al presidente Frittelli. Andrea De Biasio è il componente indicato dall’Arcidiocesi di Firenze e Giovan Battista Varoli per la Città Metropolitana di Firenze.
Se questa è la storia, il nodo dell’utilizzo del patrimonio appartenente alle ex Ipab, donazioni e legati compresi, rimane. Cosa fa ora l’Asp Montedomini con il patrimonio immobiliare pervenutogli, in una città stretta alla gola dall’emergenza abitativa? Richiesta di spiegazioni per il sempre maggior numero di immobili pubblici impegnati in operazioni di natura privatistica come affitti brevi, airbnb, ricezione alberghiera di lusso, dall’Asp sono giunte risposte che riguardano la necessità di avere profitti per continuare a erogare servizi, o addirittura qualche “non ricordo, non sapevo”. Ma il problema, come spiega Cazzato, “è che si tratta di un sistema di gestione profondamente distorto. Fare il male per fare il bene non porta al meglio. Quando si infrangono le destinazioni dei donatari, ad esempio, o si sottraggono di fatto immobili pubblici all’assolvimento delle situazioni ben conosciute di emergenza abitativa, è molto difficile cancellare il dubbio che si sia tradita la mission originaria dell’Asp”.
“La gestione di ingenti patrimoni pubblici come quelli delle ASP non possono essere ridotti a mero esercizio contabile, oltretutto come nel caso degli immobili di via Vacchereccia tradendo la finalità della fondazione dalla quale provengono questi beni – sottolinea Cazzato – In un contesto abitativo come quello fiorentino continuare a sottrarre alloggi ad uso abitativo ed esercitare al pari di qualsiasi privato la facoltà di sfrattare famiglie per liberare alloggi solo perché il prossimo locatario pagherà di più chiudendo gli occhi su quello che poi andrà a fare ,penso sia una cosa da impedire in tutti i modi”.
Inoltre, ricorda l’esponente di Unione Inquilini, “Montedomini ha antichi trascorsi di svendita del suo patrimonio. A metà degli anni ’90 non esitò a sfrattare decine di famiglie tra le quali anche nuclei anziani per alienare parte del suo patrimonio. Come Unione Inquilini ci opponemmo a quell’operazione anche con dure azioni di lotta, tra le quali presidi e blocchi stradali nei pressi delle abitazioni in vendita. Questa politica purtroppo continua ad essere praticata da Montedomini, In questi giorni sul portale dell’ente vi è l’avviso di vendita di un alloggio in via Vittorio Emanuele. Di questo lo stesso comune non ne è all’oscuro perché, come da legge regionale e statuto, ogni trasferimento di proprietà dell’ente superiore ai 50.000 euro deve essere comunicato al comune e lo stesso comune, oltre alla facoltà di chiedere giustificazioni rispetto a queste scelte, potrebbe, nonostante l’autonomia gestionale dell’ente, avere anche l’autorevolezza politica per bloccarle. Ma forse manca la volontà”.