Un brivido caldo è corso lungo le spine dorsali degli italici astanti. La visione della mummia montiana in quel di Kiev per assistere alla finalissima europea del pallone già lasciava presagire il peggio. Quell’indefinibile sorriso da Giocondo stampato su una maschera da poteri forti obbligava le memorie a parallelismi storico-calcistici. Era il luglio 1982 quando il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, al Bernabeu di Madrid, ispirava forza e vitalità ad un’Italia vincente e craxiana, al culmine o quasi dell’irresistibile ascesa spartitoria di partiti destinati apparentemente all’immortalità politica. A confronto di quella vis orgogliosa e patriottica dell’arzillo vecchietto ex partigiano, l’attuale vis funebre di un molto più giovane Mario Monti paragonabile a quella di uno scriba morente nella Costantinopoli assediata dai Mori. Troppo, perdipiù per una squadra stanca, fiacca, svuotata, inguardabile.
Allora, nel 1982, Sandrino Pertini scandiva a pugni chiusi e con sorrisi pieni le reti italiane, oggi lo sguardo impietrito e spettrale di Monti ha accompagnato il tracollo italiano (al limite dell’umiliazione) fino al tragico epilogo. Con la stessa imperturbabile, ineffabile espressione. E si capiva che al nostro spiritoso Premier sanguisuga del risultato non gliene fotteva un fico secco. Probabilmente guardava quei 22 ragazzoni, indossanti sgargianti tutine, elucubrando nuovi balzelli, chessò, sulle pedate rilasciate durante le partite di calcio. Davanti a un Monti che qualcuno (senza alcun problema economico) continua a dipingere come il Messia del risanamento, nel vuoto morale e culturale lasciato da famelici organizzazioni partitiche capaci di un depredamento molto più vistoso delle orde barbariche calate alla fine dell’Impero romano, la ridicola Italietta si è squagliata quasi subito. E con essa, l’innaturale residuo di dignità nazionale che solo il Dio-calcio saprebbe ancora infondere a questo disastrato Paese. Già al secondo gol, i vessilli tricolori venivano riarrotolati, i petardi della gioia fatti esplodere per rabbia, i clacson e i cori pronti in gola per l’inno di Mameli, vomitati a maledire i cosiddetti padri della Patria.
Perché siamo irrimediabilmente così; un popolo senza memoria, incolto, illetterato e atecnologico. Voltagabbana e con poco coraggio. Che ha avuto un’unica, incommensurabile grandezza sotto i Cesari millenni fa ed è figlio di una miriade di comuni rinascimentali. Tenuto assieme da non si sa cosa se non da una morale applicabile e ballerina. Un non-popolo insomma. E nei momenti difficili capace in genere delle peggior cose, non certo del meglio. Sarebbe stato poi paradossale che, proprio grazie al collante pallonaro, in cui si annida oggi il peggio delle nostre inclinazioni ispirazionali (scommesse, violenza, idiozia, valanghe di soldi buttati, maxi-ingaggi a cialtroni le cui vaccate verbali i media elevano a verità rivelate) anche solo per alcune ore l’Italia si fosse scordata di quella che oggi è. Della disastrata situazione in cui versa. Credendo di aver ritrovato il senso perduto di una nazione da euro.
Alla fine tutto è tornato nell’alveo della inevitabile normalità: i sogni fasulli di rinascita sono svaniti non all’alba, né nel cuore della notte. Ma già a inizio serata. Il rosso vivo della Spagna, colore del sangue e dell’arena, della passione e della compassione, ha sovrastato ben presto il ghigno contabile del Mario bianco-straccio. E il fisico imponente del Mario colorato, quello sul campo. Sarebbe stato meglio il “biscotto” del girone eliminatorio. Sarebbe stato filologicamente più corretto