Povero Francis Fukuyama. Non solo la sua teoria filosofica della Fine della Storia non ha retto, e dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 si è visto costretto a fare i salti mortali – con ben scarsi risultati – per cambiare al volo la sua idea e renderla capace di integrare il marasma che da allora si è generato; non solo è stato obbligato a piegare il capo, lui, apostolo di una idea direzionale della storia umana, alla saggezza dei filosofi greci e di Vico, consapevoli fatalisticamente di corsi e ricorsi continui. No; come se tutto questo non bastasse, mentre la Storia è proseguita come se nessun Fukuyama avesse mai detto la sua, le storie con le s minuscola proliferano e non sono mai state così numerose. Ormai viviamo immersi nelle storie, nei racconti, nelle fiabe; i fatti non esistono più, al massimo ci tocca sottostare ai fattoidi, che pure sono infinitamente più comodi e divertenti della realtà.
Se ne sono accorti chiaramente i produttori televisivi, nel momento in cui hanno preso atto del pericolo che correvano: realizzare programmi con gente vera, e correre il rischio di toccare nuovi abissi dell’audience? Giammai. E allora, sotto coi finti reality, avanti con le storie. Un esercito di sceneggiatori disoccupati, orfani di Febbre d’Amore e compagnia briscola ormai buoni per l’Est europeo e della isterica superproduzione hollywoodiana, che nonostante i numeri non usa se non tre o quattro storie originali a stagione, è accorso a creare personaggi e situazioni capaci di prendere all’amo il popolino, già addestrato a suon di fotoromanzi fin dalla più tenera età, e i programmi TV hanno preso tutti inevitabilmente il sapore delle trite scenette parrocchiali quanto a gusto e originalità, col pregio però di riuscire a dilapidare i soldi dei vari canoni con molta più efficienza. Rinchiudere una dozzina di rimbambiti tra quattro pareti, e stabilire chi il giorno tale si farà Tizia, visto che dagli sms del pubblico a casa è ovvio che una sterzata hard in tal senso sarebbe molto seguita; Caio dovrà star male il giovedì successivo, Properzia sciorinerà improvvisamente una conoscenza dell’esperanto e un vecchio amore morto nella Legione, e dall’esterno giungerà un biglietto per Sempronia, che nessuno vuole più sullo schermo, nel quale un grande amore le chiederà di uscire e raggiungerlo. Lo farà? Vediamo cosa dicono da casa. Le coppie di ballo formate da professionisti e celebrità non tirano più? Facile; si manda in competizione una con le gambe di legno a ridosso del processo a Pistorius, e ballando ballando la gamba si sviterà sotto le stelle e si perderà sullo sfondo. Ancora troppo poco? Allora si introdurrà il Ballerino Mascherato, Joe Maska, della cui identità non frega niente a nessuno tranne che ai protagonisti del programma, il copione come sabbia tra i denti a porsi domande cui la Rete farà eco domani, magari con una pernacchia.
Tutte storie inventate di sana pianta, come i litigi tra moglie e marito in prima serata, le cause acerrime dei tribunali televisivi all’ora di pranzo e gli amori piagnucolosi messi insieme dai postini, che da quando le Poste sono privatizzate non sanno più cosa inventarsi per sbarcare il lunario. E a noi, che in fondo ci meritiamo tutto questo anche solo per aver comperato, un giorno, il libretto dei programmi, non resta che assistere attoniti alla ipnotica bruttezza di queste trasmissioni, come single di mezz’età folgorati dalla dimostrazioni di coltelli dello Chef Tony.