
Un copione da far invidia a Ionesco, una sceneggiatura da far impallidire Beckett. La parabola della presunta inchiesta sulla presenza delle criminalità organizzata nel nostro territorio (che ahinoi è davvero presente e massicciamente come dimostrano report e indagini degli specialisti) si chiude come era iniziata. Con un colpo di teatro tra l’assurdo e il grottesco. Letteralmente kafkiano. Qualcuno nel Pd ha pubblicamente avanzato l’idea di candidare in politica i ragazzi di Cortocircuito che gentilmente declinano l’invito, naturalmente “per restare indipendenti”.
In mezzo a queste settimane in cui non si è ben capito di cosa si sia parlato, o meglio quale sia stata l’origine di un incontenibile fiume di bla-bla-bla dopo il video studentesco che ha provocato mezze gaffe di alcuni sindaci (specificamente Marcello Coffrini di Brescello), restano note positive ma anche molto negative. Partiamo dalla prima: si è tornati a parlare massicciamente di criminalità organizzata e dei modo subdoli con cui si infiltra e si presenta (anche se il casus belli è stato a dir poco fumoso e artefatto). Per quanto attiene le seconde invece, la grancassa giornalistica ha ridotto in macerie l’immagine di Brescello (qualche strale giacobino si è abbattuto anche sul povero don Evandro Gherardi, reo di aver espresso un’opinione a difesa della “sua” gente) e confermato l’idea di un Pd sempre un po’ traballante in fatto di decisioni ultimative. “Scarica” anche se non istituzionalmente qualche suo amministratore magari apprezzato dai cittadini e fa la corte, anche qui non ufficiale, ad Elia Minari ed al suo staff. Incassando un mezzo rifiuto che sa tanto di delusione amorosa.
Insomma una non-vicenda gestita politicamente malissimo ma che ha fatto le fortune provvisorie degli organi di informazione (quasi tutti cavalcanti il pensiero unico del processone mediatico alla mai meglio definita “convenienza” pur in assenza di tipologia di reato). Ma che rischia di trasformarsi alla lunga in un boomerang per la credibilità professionale della nostra categoria. Che ci sta a fare una decina di testate giornalistiche reggiane se il loro lavoro, meglio e più seriamente, lo portano a termine quattro ragazzi nel dopo-scuola? Gli editori, o sedicenti tali, si sfregano le mani. Non ci si lamenti poi, con questi chiari (sarebbe meglio dire scuri) di luna, il pluralismo informativo negli ultimi anni sia stato così duramente messo alla prova con la chiusura (o il rischio concreto) di diverse testate che di inchieste ed interviste sull’argomento, sia detto senza offesa, ne avevano fatto di meglio e più credibili.
E il sospetto che davanti a questo “spettacolo” i veri faccendieri, turbatori d’aste, malavitosi, estorsori e manovratori occulti vari abbiano dormito sonni relativamente tranquilli.