Da oggi il palazzo universitario di viale Allegri si chiamerà Giuseppe Dossetti dal nome del politico e padre costituente, giurista, monaco e sacerdote nato a Genova nel ’13, morto a Monteveglio di Bologna nel ’96, la cui vita fu legata a doppio filo a Reggio e Cavriago dove crebbe. A don Dossetti è dedicato un anno di celebrazioni che si svilupperanno appunto tra la sua terra d’adozione e le principali città italiane.
Alla prima giornata dell’anno dossettiano erano presenti una nutrita sfilza di autorità e di amministratori e politici (Prodi e Castagnetti, Delrio e Pagani, la Soliani e la Caselli per dire di alcuni) che dicono di ispirarsi a don Dossetti, purtroppo più numerosa dei giovani, vista la statura della figura commemorata. Tra i saluti inviati anche quello del Presidente Giorgio Napolitano che ha sottolineato come “ricordare la lunga ed intensa esistenza di Dossetti significhi ripercorrere la storia della nostra Repubblica”. Tra gli interventi anche quello del vescovo Massimo Camisasca finito al centro di una polemica nei giorni scorsi per aver definito don Dossetti “figura controversa”. Ma se Dossetti è si figura “controversa” nella sua accezione positiva, il cui valore è universalmente riconosciuto, la polemica sul dossettismo e sui dossettiani è più attuale che mai. “Ismi” e “iani”, si sa, non sempre ricalcano l’originale.
Gran ciambellano delle celebrazioni dossettiane (in cui a maggior ragione le assenze pesano più delle presenze) il professore universitario ecclesiologico Alberto Melloni che su questi temi ha innestato il filone aurifero professionale della sua brillante carriera