Oggi è la festa degli uomini e delle donne liberi.
Celebra ragazze e ragazzi – eroi nella quotidianità – che sui 20 anni han deciso di ribellarsi a chi li opprimeva, pagando a volte con la vita.
Li chiamavano partigiani, perché avevano scelto da che parte stare.
Negli anni successivi alla Liberazione quei ragazzi hanno costruito l’Italia. L’hanno tirata su dalle macerie in cui era caduta.
Insieme hanno anche dato vita all’Europa: libera, democratica, solidale, accogliente, senza frontiere.
Se a più di 70anni da quei giorni, ci sfiora solo il pensiero che oggi si celebrino valori vuoti e fuori tempo, basta gettare lo sguardo sull’Europa, sulla nostra Europa, per capire che è ancora necessario raccontare, ricordare, battersi.
L’Europa che avevano pensato Monnet, Schuman, Delors, e ancora Mitterand, Kohl, Ciampi, Prodi, è quella di Maastricht e Schengen, quella delle frontiere aperte e del libero scambio. Un’Europa che doveva restituire opportunità, con una gestione economica, politica e strategica unitaria.
Questi ultimi 20 anni hanno tradito quell’ideale, nato come monito dalle macerie di una guerra devastante, dal sangue di milioni di uomini, dallo sterminio ad opera del male nazista.
Oggi l’Europa è diventata supremazia degli interessi finanziari e terra che costruisce barriere. È un luogo che respinge chi scappa dalla guerra e da una vita impossibile, come se quel dolore e quella morte non li avesse mai conosciuti, perché la memoria è corta da questa parte del Mediterraneo.
Dobbiamo riprenderci la nostra cultura europea: democratica, solidale, fondata sul diritto e sui diritti, e sulla libertà che altri han pagato col sangue.
Raccontare la Liberazione, le storie di chi ha scelto da che parte stare, ribadire che si può sempre scegliere, diventa un modo per immaginarsi anche un’Europa migliore, quella che i popoli europei meritano di poter conquistare.
