
Un argomento che oggi sembra essersi perso tra le nebbie del frastuono della sovrabbondanza di pensiero, un diluvio di concetti, parole, strida che sembra voler favorire (e in effetti lo fa) ciò che più è rumoroso a dispetto di ciò che più è utile o pieno di senso è l’interrogativo, molto antico a dispetto dell’usualità dei termini, se la repubblica e la democrazia non siano coincidenti. Noi siamo abituati a considerare che, magari, il primo sia una forma di governo, e il secondo, un sistema di pensiero che poi si trasformi nel sistema di governo di cui sopra. Errore marchiano, dettato dall’eccessiva confidenza che si fa consuetudine e genera superficialità, tanto più grave non spinge a considerazioni forse necessarie sulla natura di queste forze che sembrano sempre più fuori controllo. O forse, mai più controllate di così. E’ sufficiente una minima ricerca per capire che i due concetti non solo non coincidono, ma che possono anche essere molto distanti l’uno dall’altro. “Repubblica” è il concetto che esprime la necessità, o il desiderio, del fare sì che tutto debba essere ricondotto alla collettività: res pubblica, la cosa è di tutti.
I molti prevalgono sull’uno, direbbero i Vulcaniani di Star Trek. E’ l’idea che si debbano operare scelte affinché il bene comune sia difeso, sviluppato e concepito come tale, e agire in conformità con tale pensiero. Contrariamente a quanto comunemente inteso, quindi, è lo stesso concetto di repubblica che è motore di senso a se stesso: il senso dell’agire e del pensare collettivo sta nel senso della collettività. Che non è solo un “senso” in quanto significato, ma anche un “senso” in quanto capacità percettiva. Odorato, gusto, vista, tatto, udito, e sentire di essere una collettività. “Democrazia” è invece una delle modalità nelle quali questo scopo si è pensato potesse essere perseguita e non coincide affatto, come ormai per una sorta di alone semantico siamo arrivati a pensare, con equità, parità e giustizia: è solo un modo di concepire il potere.
Tra l’altro, uno dei più pericolosi, come da sempre ci ammoniscono quelli che lo hanno inventato. Democrazia è un sistema in cui è direttamente il popolo a governare, beninteso tramite forme di partecipazione e di rappresentatività stabilite, visto che, benché qualcuno pensi il contrario, non sarebbe molto costruttivo tenere assemblee in cui 60 milioni di anime, compresi i lattanti e gli allettati senili esponessero il proprio pensiero e pretendessero si agisse in base ad esso. Il problema, serissimo, consiste nel fatto che mentre una Repubblica può essere anche governata da un dittatore che abbia a cuore il concetto di cosa pubblica, la Democrazia può benissimo essere formata da un popolo, o dalle frazioni di esso, che perseguano scopi del tutto diversi, particolaristici, faziosi, del tutto antirepubblicani e, sì, addirittura del tutto antidemocratici; perché dal momento che essa si basa sul voto, e quindi sul numero, degli aventi diritto, se una frazione sufficientemente grande dei votanti schifa il concetto di democrazia e desidera una tirannide può benissimo imporre il suo volere a tutta la collettività, in assenza di contrappesi davvero invalicabili – che, siccome il popolo, ovvero il numero, è poi sovrano, non è possibile che sul lungo periodo siano davvero tali.
Questo il paradosso della democrazia: essa può divorare se stessa, cosa che aveva osservato, e in modo ineccepibile, già Aristotele. Senza il riconoscimento di far parte di una comunità e senza il desiderio che il bene di essa sia necessario (anche, ma non soltanto, in quanto ricomprende in sé anche il bene dei singoli che ne fanno parte), può benissimo esistere una democrazia e democraticamente tiranneggiare sui suoi componenti, mentre la repubblica va, elegantemente, a farsi fottere, lasciando dietro di sé solo l’odore sempre meno molesto di una bella parola su cui nessuno mai riflette. Non è difficile accorgersi, né oggi né in passato, di come possono essere effettuate le distorsioni. Ad esempio: nella libertà di pensiero e di espressione trovano spazio anche pensieri orrendi, disumani, incivili e dannosi per tutti. E hanno libertà e diritto di essere e di surclassare, con la loro voce che può farsi tonante, pensieri più giusti e sani ma dotati di minor volume, di minore appeal.
La libertà di voto può dare adito a forme plateali di corruzione, di manipolazione, di infantilismo politico. E abbiamo citato solo due delle più elementari forme di autodeterminazione che, in questa democrazia che dice di fondersi con la repubblica, sono considerate come valori fondanti ed irrinunciabili, da cui molto altro dipende e discende. Non a caso, nel momento in cui il concetto di bene pubblico si affievolisce ed i fascismi rialzano la testa, prepotentemente – ma con la voce suadente e apparentemente consolatoria della saggezza comprensiva – la prima cosa che fanno è limitare dette libertà, in nome di una serenità maggiore, di ordine e disciplina. La cosa veramente preoccupante è che, in effetti, non hanno torto; in questo sta tutta la loro diabolica forza. Perché dovrebbero essere impediti per davvero alcuni sistemi di pensiero e di espressione: ovvero, i loro, gli unici interessati a impedire quelli di tutti gli altri. Purtroppo, questi modelli di pensiero traggono la loro forza e la loro giustificazione nella sgradevole esperienza di tutti i giorni di quello che significa, per la collettività, lasciare a tutti certe libertà. Una rapida disamina delle esternazioni sui social, a tutt’oggi il modo più diretto di espressione delle idee e del sentire dell’uomo della strada, farebbe rischiare l’infarto anche al più acceso e convinto sostenitore della parità di diritti, anche al più garantista tra gli equanimi. Se una ragazza sopravvive ad un disastro drammatico è sì lecito, ma anche giusto, corretto, gradevole che le vengano indirizzate critiche, allusioni, feroci offese se non fa mostra di soffrire come considerato conveniente per una parte della popolazione?
Al di là di ogni considerazione sulla varietà del pensiero, è produttivo far partecipare al dibattito e alla vita pubblica chi soffre di forme evidentemente estreme di xenofobia, chi minaccia lesioni e morte al prossimo per una divergenza di opinioni o di gusti alimentari o di attitudini sessuali? E’ sano che chi ha pareri evidentemente dannosi per se stesso e per gli altri ma li vuole esprimere in quanto funzione del proprio diritto di parola usi la grancassa dei media per pubblicizzare tali forme perniciose di pensiero? Come dicevamo, ce n’è a sufficienza per far sì che anche il più mite e libertario tra i cittadini di tanto in tanto prorompa in orrende bestemmie concettuali che chiamano in ballo la necessità di coprifuoco, di botte alla cieca, di deportazione verso lidi desolati che somiglino alla Siberia di baffutiana memoria, quanto meno nel nostro sempre più ristretto immaginario collettivo che si va facendo man mano più arido di pari passo con la canalizzazione di tali forme di egoistico, stupido autolesionismo attraverso mezzi di comunicazione e di diffusione sempre più ubiquitari, invadenti ed economici in termini di utilizzo e di facilità di espressione. Ed è qui, in fondo, che si gioca tutta la partita.
Sottoposti al martellare ossessivo di idee odiose e disturbanti, in assenza di un vero ed efficace dialogo – sostituito dal berciare a turno ciascuno le proprie sciocchezze – tutti noi, perlomeno coloro tra di noi che sognano l’importanza di un vero valore delle riflessioni, siamo presi dal dilemma se permettere al cicaleccio di raggiungerci senza barriere permettendo ad esso di mitridatizzarci gradualmente, sperando di evitare una inattesa ma sempre paventata overdose, o se impedire che la voce di tutti giunga liberamente a noi. E siccome far tacere gli altri fa parte di un sistema di regole che odiamo contemplare, ci rifugiamo sempre più nel chiudere viceversa le nostre possibilità di ascoltarli e di leggerli, bannandoli se del caso. Ma siccome anche questa forma di autodifesa è poi regolata da regole democraticamente progettate, va a finire che per avere anche solo rivendicato il concetto del diritto di dire la nostra finiamo bannati noi, e gli altri continuano a dire quello che meglio gli pare e piace.