I voucher non s’hanno da abolire. Ecco il perché

merkel-gentiloni-865923Da qualche settimana assisto alla crociata contro i voucher, che non può lasciarmi indifferente, né come dirigente sindacali, né come genitore di ragazzi che si troveranno tra pochi anni ad affrontare il mercato del lavoro.
Lo dico subito ed a scanso di equivoci. Sono fermamente contraria all’abolizione di questo strumento, non solo utile per chi ha necessità di “arrotondare” stipendio o pensione, ma anche e soprattutto per quei lavoratori che per vari motivi non vogliono o non possono ambire al posto fisso (si pensi agli studenti o ai pensionati ad esempio).

E partirei da qui per questa mia riflessione: il posto fisso. Ideale tutto italiano, figlio di un modo di pensare che non solo non è più sostenibile, ma che rischia di farci rimanere fanalini di coda in un mondo che ha preso altre direzioni. La flessibilità e la capacità di adattarsi alle nuove situazioni ed alle nuove congiunture, sono caratteristiche che si potrebbero definire darwiniane. Lo si chiede agli imprenditori, giustamente, ma non possono sentirsene esonerati i lavoratori dipendenti. Il mercato del lavoro cambia in continuazione perché segue gli andamenti dei mercati, è folle continuare a sbandierare il ripristino dell’articolo 18 oppure l’abolizione dell’unico strumento che consente la regolarizzazione dei lavori saltuari che a volte sono rappresentati proprio dal primo contatto con il mondo del lavoro.
E sia chiaro che non mi voglio nascondere dietro ai grandi principi senza affrontare la questione nel merito. Il voucher è uno strumento utile che consente un riconoscimento retributivo e contributivo a chi svolge lavori saltuari. Ed è l’unico strumento. Non ci sono alternative, se non quella di condannare al lavoro nero chi fa “lavoretti”. E’ proprio questo che si vuole?

Vi sono stati casi di abuso dello strumento? Può darsi, ma se passasse il principio dell’abolizione a fronte di abusi bisognerebbe, ad esempio, abolire le auto: lo strumento può essere utilizzato male e causare incidenti! Battute a parte, con gli ultimi correttivi, mi riferisco ad esempio alla tracciabilità del voucher, il problema è fondamentalmente risolto. Oggi chi utilizza voucher deve darne comunicazione in anticipo, quindi la denuncia secondo la quale un’azienda può acquistare meno voucher rispetto a quelli che usa, non sta in piedi. Se questa ipotetica azienda non da comunicazione anticipata dell’utilizzo (e del mancato utilizzo pure)e viene colta con un lavoratore attivo, viene multata e subisce tutte le conseguenze di chi usa lavoratori in nero.

Veniamo poi ai numeri: vi è stato un aumento negli ultimi anni? Certamente. Ma è facile capirne la genesi. Le riforme che si sono susseguite in questi anni hanno tolto tutte le forme di regolarizzazione del lavoro saltuario. Ma chi sono le persone che percepiscono voucher? La fonte è l’Inps, e ci dice che i lavoratori che hanno percepito più di 1000€ netti con i voucher risultano 207.000, mentre coloro che hanno percepito meno di 500€ sono quasi un milione. E’ evidente quindi che non si tratta di lavoro sostitutivo. Circa il 50% dei percettori risulta lavoratore attivo con altra occupazione o percettore di ammortizzatori sociali. Poi vi sono gli studenti (età media 20 anni)ed i pensionati.

Io credo che la soluzione di qualsiasi controversia, sia la semplice applicazione delle regole già fissate. Si facciano i controlli e si sanzioni chi abusa dello strumento, ma non si metta mano di nuovo alla normativa. Il rischio è di farne uno strumento inutilizzabile ed allora tanto vale abolirlo. La mia memoria va ad esempio ai lavoratori a chiamata. Figli della legge Biagi, erano utilissimi per l’assunzione di studenti che non potevano garantire una presenza costante sul posto di lavoro. Anche allora furono oggetto di attacco degli stessi sindacali che oggi fanno crociata contro i voucher. Inserirono mille balzelli e vincoli, tant’è che oggi sono utilizzati pochissimo e probabilmente sostituiti proprio dai voucher.

Anche allora la guerra fu sbagliata e lo dico soprattutto da imprenditrice che in quel periodo diede la possibilità ad alcuni studenti, mia figlia compresa, di lavorare quando lo studio lo consentiva, maturando contributi e potendo contare su qualche soldo non “regalato dalla mamma”, ma guadagnato col lavoro e certificato con una busta paga.
Certe battaglie sono sbagliate perché frutto di convinzioni ideologiche e non di ragionamenti razionali e non si può ambire a tornare indietro mentre il resto del mondo va avanti.

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