L’obiettivo condiviso da tutte le parti era quello di evitare il ritorno a un confine fisico fra l’Irlanda del Nord (provincia britannica) e la Repubblica d’Irlanda a sud. Al momento, dato che entrambi i territori sono parte dell’Unione europea e dunque del mercato unico, il confine è di fatto inesistente: ma dopo la Brexit quella diventerà la frontiera di terra della Ue con la Gran Bretagna e dunque andrebbe presidiata dal punto di vista doganale. Ciò però sarebbe contrario agli accordi di pace di vent’anni fa, che avevano messo fine alla guerra civile sull’isola garantendo la permeabilità della frontiera. La soluzione trovata consiste nel mantenere l’Irlanda del Nord allineata al mercato unico: formalmente continua a far parte del Regno Unito, ma di fatto si crea un «confine invisibile» con il resto della Gran Bretagna, con un controllo sulle merci in transito e l’applicazione di dazi. La sorveglianza doganale verrà effettuata congiuntamente da funzionari britannici ed europei (e questi avranno l’ultima parola).
Anche le direttive europee sull’Iva continueranno ad applicarsi all’Irlanda del Nord (ma solo sulle merci, non sui servizi). Un punto cruciale è che il parlamento nordirlandese avrà diritto di esprimersi, ogni quattro anni, su questa soluzione: se voterà contro, dopo due anni il sistema dovrà essere rimpiazzato da qualcos’altro. Le singole comunità (ad esempio gli unionisti protestanti) non avranno però un diritto di veto a sé stante: la decisione dovrà essere presa a maggioranza condivisa. Lo schema complessivo messo a punto per l’Irlanda del Nord serve a evitare la «trappola» dell’accordo negoziato a suo tempo da Theresa May (il famigerato «backstop»), che prevedeva che tutto il Regno Unito restasse in una forma di unione doganale con la Ue (e dunque era stato accusato di essere una «finta Brexit»). Ma adesso, di fatto, viene instaurato un regime economico diverso fra l’Irlanda del Nord e il resto della Gran Bretagna, cosa che in teoria potrebbe aprire la strada a una futura integrazione dell’isola, anche sul piano politico.
L’accordo prevede che al momento della Brexit scatti un periodo di transizione, che durerà fino alla fine del 2020, durante il quale tutto resterà invariato. Questo significa che durante questa fase la Gran Bretagna, anche se non farà più parte delle istituzioni europee e dunque non parteciperà al processo decisionale, dovrà continuare a rispettare le direttive comunitarie e contribuire al bilancio della Ue. Durante la transizione quindi non verranno erette barriere doganali. Questo periodo durante in quale la Brexit è di fatto «congelata» serve alle due parti a negoziare l’assetto definitivo dei rapporti reciproci: Londra punta alla conclusione di un accordo di libero scambio, sul modello canadese, che vedrà la Gran Bretagna fuori dal mercato unico e dall’unione doganale. A quel punto potrebbero scattare i dazi, anche se i britannici si sono impegnati a mantenere gli stessi standard europei in molti settori, dagli aiuti di Stato alla competizione, dall’ambiente agli standard sociali, per evitare la concorrenza sleale. La transizione potrà essere prorogata.
La libertà di circolazione continuerà a essere in vigore durante il periodo di transizione, dunque fino alla fine del 2020: quindi prosegue il diritto di andare a vivere e lavorare dove si vuole. Anche dopo, i cittadini europei fino a quel momento residenti in Gran Bretagna (e così i cittadini britannici nei Paesi Ue) avranno diritto a restare dove si trovano e a continuare a beneficiare dell’assistenza sociale e sanitaria. In pratica, tutti i diritti attuali vengono garantiti. In Gran Bretagna, occorrerà provare (registrandosi al settlement scheme) di aver vissuto lì per cinque anni di seguito per ottenere la residenza permanente. Allo scadere della transizione, decadrà la libera circolazione: Londra intende introdurre dopo quella data un sistema di immigrazione «a punti» per attrarre gli immigrati più qualificati e scoraggiare quelli meno utili. Occorrerà comunque un visto per andare a lavorare lì, mentre i turisti potranno soggiornare liberamente fino a tre mesi (occorrerà però utilizzare il passaporto alla frontiera).
La Gran Bretagna dovrà saldare il cosiddetto «conto del divorzio», stimato in circa 40 miliardi di euro. Non si tratta però di una «multa» inflitta a Londra per essere uscita dalla Ue: sono gli obblighi che il governo britannico aveva già preso nei confronti di Bruxelles e che dovrà comunque onorare. Consistono principalmente nei contributi al bilancio comunitario fino alla fine del 2020 (cioè fino allo scadere del periodo di transizione), ma includono anche la partecipazione in progetti europei già decisi in passato e che vanno comunque finanziati. Circa i tre quarti di questa cifra considerevole dovrebbe essere saldata entro il 2022, ma si ritiene che Londra sarà tenuta a pagare «bollette» per molto più a lungo, anche fino al 2060. Durante la trattative Boris Johnson aveva minacciato più volte di non voler onorare il «conto» in mancanza di un accordo complessivo: ma era stato ammonito che una tale mossa sarebbe stata considerata alla stregua di un «default», con pesanti conseguenze sulla credibilità finanziaria internazionale della Gran Bretagna.
(Luigi Ippolito per il Corriere della Sera)