Reggio Film Festival, ecco tutti i vincitori. Premio Energee3 (miglior corto filosofico-scientifico) a una storia di caduta e redenzione

Si è svolta lunedì al Teatro San Prospero, centro di Reggio Emilia, la serata conclusiva e clou della 20° edizione del Reggio Film Festival (una lunga serie di appuntamenti tra prime visioni e incontri con gli autori, spettacoli e workshop, libri e creatività, passioni e riflessioni; titolo di quest’anno: “Changes“, ossia cambiamenti, per un festival itinerante e diffuso che, iniziato il 26 ottobre, proseguirà fino al 21 novembre, e che ha visto tappe anche al teatro Ariosto, al cinema Rosebud e al centro Malaguzzi). Un momento molto atteso e partecipato, in cui diverse giurie hanno scelto e premiato i migliori cortometraggi in gara, arrivati da ogni parte del mondo.

Foto di gruppo al termine delle premiazioni

La Giuria Internazionale del Reggio Film Festival 2021 (composta da Maurizio Di Rienzo, critico cinematografico, Caterina Carone, regista e Midia Kiasat, regista e distributore) ha assegnato il Premio al miglior cortometraggio a Les baleines ne savent pas nager (Francia 2021) di Matthieu Ruyssen: «Originale, reattivo, coraggioso per storie e per il protagonista, che si ribella al bullismo e conquista il suo posto in classe e soprattutto in piscina, sorprendendo se stesso e lo spettatore grazie a tocchi sorprendenti di regia». Menzioni a I am afraid to forget your face (Egitto, Francia, Belgio, Qatar 2020) di Sameh Alaa, «semplice ma anche matura storia d’amore non convenzionale» e ad Accamòra (Italia, 2020) di Emanuela Muzzupappa «per fotografia ed interpretazioni».

Autori sul palco domenica sera

Il Premio Giuria Popolare, esito delle votazioni del pubblico presente in sala durante le proiezioni, è andato a Lo Efimero (Spagna 2021) di Jorge Muriel, cortometraggio che si è aggiudicato anche il Premio Laicità, attribuito al miglior corto che affronti il tema della laicità e d’intesa con l’associazione Iniziativa Laica: «Lo Efimero racconta con estrema delicatezza, in un suggestivo quanto evocativo rincorrersi dei primi piani dei protagonisti nelle diverse età della loro vita, una storia intima di solitudine e di difficoltà a vivere la propria omosessualità. Una storia dolorosa di frustrazioni e paure, colta nell’effimero spazio di un breve viaggio in metropolitana, che ci ricorda come – ancora oggi – una totale libertà di esprimere sé stessi sia ancora ben lontana dal potersi pienamente dispiegare. Una scelta che acquista anche un chiaro significato alla luce di quanto successo pochi giorni fa al senato sul Ddl Zan, con cui vogliamo ricordare che la battaglia per i diritti civili e l’autodeterminazione di tutte e tutti non può essere fermata e che è tempo di far sentire la nostra voce – anche attraverso il cinema e l’arte – ancora più forte di prima».

La targa del Premio Energee3

Il Premio Energee3 per il miglior corto filosofico-scientifico a Le Syndrome d’Archibald (Francia 2020) di Daniel Perez (si veda più sotto la recensione-motivazione – ndr), mentre il Premio Sound, assegnato al cortometraggio che si distingue per un uso particolarmente originale ed espressivo del suono, sia esso musica, parola o rumore, è andato a Sintra III (Spagna 2020) di Aitor Echeverría e Ivan Casajús.

Il Premio della giuria SNCCI, composta da Gabriele Veggetti, Paola Olivieri e Gianluca Stanzani è duplice. Quello per il miglior cortometraggio è stato assegnato a Camille et moi della regista francese Marie Cogné «per la stretta attualità del tema trattato, ma soprattutto per l’idea di raccontare, attraverso la soggettiva di una delle due donne, la quotidianità della vita di coppia. Vita scandita dallo sguardo dell’altro, dal giudizio altrui, dal consiglio imposto e mai richiesto, dal dileggio e dal commento spinto. Sulla loro storia tutti si sentono in diritto di avere voce in capitolo, ma i loro diritti a quale capitolo della storia appartengono? Nonostante ciò, permane la freschezza e la delicatezza di un amore in grado di portare frutto, di andare avanti e trionfare sul pregiudizio, passo dopo passo, giorno dopo giorno». Premio speciale per il miglior contributo artistico al film d’animazione a Tio Tomas di Regina Pessoa: «Con un afflato intimo e poetico la regista portoghese ci fa entrare nei suoi ricordi d’infanzia frammentari e struggenti. In un mondo cinematografico spesso dominato dalle comodità del digitale, Regina Pessoa fa nascere il suo racconto dal nero dell’inchiostro di china. Le sue immagini sembrano quasi scalpellate, lavorate di bulino come se fossero antiche incisioni sul legno. Il risultato è un’opera di rara bellezza e di straordinaria modernità, dove il nero della china si fa luce graffiante, mutevole e cangiante, come il ricordo e il sogno».

Una parte dello staff del Reggio Film Festival

Il Premio Unimore (deciso da una giuria composta da studenti del Dipartimento di Comunicazione ed Economia, UNIMORE) è stato riconosciuto ex aequo a Zoo (Spagna 2020) di Will Niava e a Vigile (Canada 2020) di Xavier Beauchesne-Rondeau.

Proclamati anche i vincitori del concorso pubblico “Cosa cambia“, promosso dal Servizio Officina Educativa / Partecipazione giovanile e benessere del Comune di Reggio Emilia e aperto a giovani videomaker under 35 per l’ideazione e la produzione di cortometraggi «che siano narrazioni, spunti, interpretazioni e vissuti sui cambiamenti di qualunque natura e dimensione». Menzioni speciali a Cambia(re)(le)menti di Simone Genitoni «per la freschezza e l’immediatezza comunicativa, la positività del messaggio e per la pluralità nella partecipazione», a Azadeh del Gruppo Invertido Film di Guercio Gianfranco e Jessica Mejìa «per l’efficacia e la potenza comunicativa» e a La pelle di Michele Astolfi e Laura Conti «per l’originalità, la sensibilità e la capacità di collegare l’umano al naturale evidenziando il rapporto uomo-natura». Premi della giuria: terzo posto ad Alpha Generation di Alex Cattabriga: «Ironia ed efficacia nel raccontare con uno stile semplice e immediato i paradossi di questa epoca»; secondo posto a Mai Ka Maluhia del gruppo Prendashanseaux: «Suggestivo rapporto tra essere umano e natura, con una sapiente fotografia in grado di evocare un’armonia passata»; primo posto a Sopravviventi di Mirko Bonezzi: «Perfetta adesione al concept e grande capacità di emozionare attraverso un sapiente uso del montaggio, frutto di un collage di immagini di grande impatto». Premio social “Cosa cambia” a Esponenziale di Jerry Ehimen Agbebaku.

«Non finisce qui» conclude il direttore artistico Alessandro Scillitani: «Domenica 21 novembre, in occasione della Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza 2021, presenteremo molti cortometraggi d’autore della sezione Family. Vi aspettiamo!».

***

Recensione-motivazione del corto “Le syndrome d’Archibald”, Premio Energee3 2021

Il film, tecnicamente ben fatto (luci, fotografia, musica e lettering, inizialmente in atmosfera tarantiniana) presenta una trama ricca e convincente, che riunisce appunto il filosofico e lo scientifico nel segno della psicoanalisi, disciplina che – seppure non propriamente scientifica né strettamente filosofica, ma al tempo stesso con derivazioni e propaggini sia filosofiche che scientifiche – per un secolo ha influenzato molto anche la cultura e l’arte, cinema compreso (basti pensare a Woody Allen). Convitato di pietra di questa “sindrome”, per la quale si potrebbe scomodare un retroterra che va dalla psicopatologia della vita quotidiana ai saggi sulla sessualità, è il primo Freud, che in barba a chi lo vorrebbe archiviato ritorna in questo bel film più attuale che mai.

Si parte da un disagio, un disturbo, una nevrosi (sotto forma di superpotere in seno a un antieroe) e si arriva alla guarigione, quindi a liberarsi di traumi e sintomi, e il problema di Arcibaldo (nome improbabile del protagonista, un giovane ansioso e complessato, fisiognomicamente interessante, e c’è pure un Edipo da risolvere) è che chiunque si trovi in sua presenza, davanti a lui o nel suo campo visivo, non riesce a fare a meno di ripetere pedissequamente – un tic “sincronico”, direbbe stavolta l’ultimo Jung – i suoi gesti, le sue azioni, e questa capacità di controllo sugli altri è più precisamente un meccanismo di difesa (o meglio, di inibizione degli altri, per proteggere sé stesso), perché non riesce a fidarsi di nessuno. Lui è disarmato nel mondo, ma anche disarmante, persino quando punta la pistola scarica (e qui, in filigrana, si coglie un’altra simbologia su cui varrebbe la pena dilungarsi, ma tant’è: basti aver visto una celebre fotografia di Mapplethorpe dal titolo didascalico).

Lui la rapisce (da sbandato, non da bandito), ma il vero rapito è egli stesso, sedotto (cioè portato all’altro, nel duplice significato del verbo tradurre) da quelle che non sono solo circostanze fortuite: anche lei è un po’ sbandata, senza un posto certo in cui andare, ma questo suo voler e saper tornare sul luogo del deliquio li rimette entrambi sulla via maestra (l’amore vero è sempre un tornare, è nostos ulissiano). Lui la sequestra, ma è lei a liberarlo, laddove la polizia della scena sul finale rappresenta l’eccesso di zelo di un Super-Io controllore e sanzionatore ma stavolta soccombente di fronte a una forza maggiore. Per farla corta, perché stiamo parlando di un cortometraggio, il fattore terapeutico, catartico, abreatorio per l’auto-realizzazione decisiva è ancora una volta l’amore, in questo caso l’incontro con una donna, laddove lui e lei, dopo le diffidenze e le differenze iniziali, arrivano a riconoscersi, fino a smentire Lacan che – provocatoriamente – disse più o meno che l’amore di coppia è dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non ne ha bisogno (o semplicemente non lo vuole).

L’amore invece per quell’arcipuro di Arcibaldo “conta” (Ligabue), l’amore cambia (change!) perché trasforma e non solo trasfigura le persone in meglio (restituendo una mancanza, illuminando un tunnel, diradando l’Ombra): così che, un disadattato renintente persino al “piacere singolare”, con problemi di relazione, che tiene gli altri a distanza di sicurezza (e qui si coglie un riferimento alla pandemia, alla paura da contagio, all’isolamento che si è imposto nella sua Nomadland in roulotte: “l’inferno sono gli altri” per dirla con Sartre, ma “gli altri siamo noi” per dirla con Tozzi, e il circuito vizioso si chiude) alla fine riesce a fidarsi e dunque da affidarsi, ricambiato, a Indiana (la co-protagonista) senza “riserve” – scusate la battuta.

Il cambio di visione ma anche di azione – punto di svolta della storia – nasce dal ritrovarsi a ridere insieme in un pub – il riso, la risata, la comicità, l’umorismo, il Witz di cui parla anche Freud (“Il motto di spirito”: ma potremmo citare Bergson, Pirandello e persino Kierkegaard sul concetto di ironia in Socrate), facendosi l’uno complice del destino dell’altra, e dove alla prudenza apollinea di dosare subentra il coraggio dionisiaco di osare. Diversi in tutto, certo, ma non è forse vero che Dio (l’Io) li fa e poi li accoppia? Dunque, ripescando Allen e il titolo di un suo film, in fondo, per un amore in cammino, “basta che funzioni”. E dallo sfigato che era all’evoluzionario, rivoluzionario prodursi in “figate” (parola-chiave pronunciata due volte, almeno nella versione tradotta, e la s-coperta di Linus non è mai troppo corta), il passo è leggero e deciso, breve ma non greve come potrebbe sembrare detta parola.

Il finale, in questo senso simile alla soluzione proposta dalla Kidman a Cruise nella scena conclusiva di “Eyes Wide Shut”, fa presagire un po’ allusivamente, tra le “magnifiche sorti e progressive” di una nuova vita che sa accettare il dis-ordem e tras-gressio (riadattamento del motto sulla bandiera brasiliana), un’iniziazione – anche erotica, anche astrale – sana e consapevole, né depressiva né repressiva né regressiva – finalmente!, direbbe pure la mamma che inutilmente lo invitava al probito più pulsionale e naturale – tra le cure della sua già svezzata lei, rispondendo così affermativamente, indirettamente, al titolo del nuovo libro di Recalcati. 

(Un estratto degli appunti scritti al volo, a mano, in piccolo, quasi indecifrabili, di c.a.p.)

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