Anche Lerici ha deciso: il sindaco Leonardo Paoletti ha stracciato l’appuntamento del Music Festival con la pianista filo-Putin Valentina Lisitsa, quella che aveva suonato sulle macerie del teatro di Mariupol distrutto dai russi (con persone all’interno naturalmente).
Resiste invece calendarizzato, al momento, l’appuntamento reggiano il prossimo novembre, quello che inaugurerà la stagione lirica del Valli col verdiano Don Carlos alla presenza tra gli altri, del baritono della Lubianka, Vasyl Ladyuk, cantore fisso alle feste aziendali private dell’Fsg, i servizi segreti del Kgb, e considerato vicinissimo all’uomo del Cremlino su cui oggi spicca anche un mandato di cattura internazionale emesso dall’Aja. Talmente vicino da aver ottenuto un riconoscimento quale “sollevatore morale” delle truppe russe. Estrapolate la dicitura del riconoscimento dal contesto censorio moscovita e traete le vostre conseguenze sul significato.
Mandati di cattura internazionale riconosciuti dalla stragrande maggioranza dei Paesi liberi e democratici; fa eccezione ad esempio quella Cina che non ha recentemente ricordato il massacro di piazza Tienanmen (migliaia di studenti in protesta per i loro diritti e stritolati dai cingolati inviati dal Partito comunista cinese). O meglio qualcuno in Cina cerca di ricordarlo ma Xi Jinping lo fa incarcerare. Mandati di cattura spiccati per tutta una serie di reati gravissimi che si stanno sempre più configurando, agli occhi degli organismi internazionali di giustizia, crimini di guerra e contro l’umanità. Dalle fosse comuni di Bucha alla deportazione di decine di migliaia di bimbi ucraini (non più tardi di ieri il cardinal Zuppi presidente della Cei, inviato dal Papa a Kiev, aveva paragonato quanto visto a Bucha all’eccidio nazifascista di Monte Sole nel bolognese).
Per questo i Teatri reggiani, che fanno un po’ gli gnorri, prima che il caso possa esplodere, dovrebbero prendere in mano la situazione e riconsiderare il cast del Don Carlos, non tanto a motivo di una volontà cancellatoria della cultura russa (non c’entra un bel niente, l’opera lirica si rappresenterà così come tutti gli altri appuntamenti previsti nei cartelloni di mezza Italia che vedono l’esibizione anche di artisti russi) ma come atto di rispetto verso le migliaia e migliaia di persone che la politica criminale di Putin ha mandato a morire o fatto ammazzare negli ultimi 15 mesi. E come atto dovuto di ulteriore riconoscimento di quei valori di libertà, uguaglianza, rispetto dei diritti e della vita umana che caratterizzano le fondamenta della nostra cultura occidentale ed i dettati, per ultima, della nostra carta costituzionale.
Coraggio direttore Paolo Cantù, faccia una cosa illuministica, logica, di buon senso, razionale e democratica e coinvolga i suoi colleghi dei teatri di Modena, Ravenna e Piacenza ponendo loro la scottante questione. E magari fatevi promotori della sostituzione dell’aedo filoputiniano con un altrettanto bravo (da un punto di vista canoro) interprete lirico ucraino. Per dare un segnale di vicinanza alla lotta di resistenza e sopravvivenza di un intero popolo ed un altro di isolamento della cultura dispotica ed imperialista del suo aggressore.