Il nuovo album della rock band dei Jon Bon Jovi, “What about now”, il dodicesimo in studio della loro trentennale carriera – uscirà il 25 marzo. In questi giorni la band presenta il primo singolo dall'album, “Because we can”. Il leader, Bon Jovi, di passaggio in Italia per una tappa promozionale, ha parlato del nuovo album, del tempo che passa, di Obama, di film e di molto altro. Partendo dal titolo del nuovo disco, “Because we can”, che sembra una vera e propria chiamata all'azione, il biondo vocalist statunitense ha dichiarato: “L'ultimo periodo, il disco, il tour e l'incarico che ho ricevuto dal Presidente (al White House Council for Community Solutions) mi hanno reso più consapevole di quello che succede nel mondo. Se qualcosa è venuto fuori in questi ultimi 4 anni di presidenza Obama è che siamo passati dalle promesse idealistiche alla realtà dei fatti, che è quella di una polarizzazione della politica sulle problematiche economiche e che nessun governo, in nessun paese, può farcela da solo, senza la collaborazione dei settori privati. Privati che, spesso, sono delusi dalla politica, e tentati dal tirarsi indietro. Perciò a chi chiede 'Perché dovremmo dare una mano?', io rispondo semplicemente: 'Because we can', perché possiamo”.
E alla domanda su come Bon Jovi trae l'ispirazione per le sue canzoni, il rocker risponde: “L'ispirazione di un disco ha molto a che fare col periodo in cui quel disco esce. Si cerca di fare le cose quando i tempi sono giusti. Quando mi hanno chiesto di cosa parla questo album ho risposto che riguarda il primo dopo Obama in America, con quello che sembra l'inizio di un miglioramento economico e sociale. Diverse canzoni dell'album parlano di questo. Ma, in generale, se mi chiedi dov'è l'ispirazione, ti dico che è lì, tutti i giorni, devi sono guardarti intorno e afferrarla, leggendo i giornali, guardando le notizie in Tv, vivendo la vita. C'è sempre l'opportunità di scrivere una canzone. Inoltre c'è anche un brano come “Amen”, una ballad emozionante e sensuale su un uomo e una donna che ha tirato fuori, soprattutto a livello di testi, le influenze che ho subito nello scrivere canzoni: quelle di gente come Tom Waits e Leonard Cohen, bravissimi a raccontare storie e a renderle sexy”.
Nella versione Deluxe del disco ci sono 4 brani in più rispetto alla versione standard. E 2 di essi, “Not running Anymore” e “Old habits die hard”, fanno parte della colonna sonora del film “Stand up guys”, con Al Pacino. E proprio di questo Bon Jovi racconta: “è cominciato tutto un anno fa, esattamente in questo periodo, stagione di premi cinematografici. Mi sono accorto che mi ero quasi dimenticato di aver scritto canzoni per film. Me l'ero messa via. Allora ho chiamato il mio agente e gli ho chiesto se sapeva di qualcuno, in giro, che avesse bisogno di canzoni per un suo film. Lui mi ha detto che c'era effettivamente una sceneggiatura, ma che le riprese non sarebbero cominciate prima di 3 mesi. Il giorno dopo avevo il copione in mano e 3 giorni dopo avevo scritto una canzone. E il film non era nemmeno cominciato! Poi più avanti, sono andato sul set e ho visto Al Pacino e gli altri protagonisti al lavoro. Ma non ho voluto incontrarli perché non volevo allontanarmi dai personaggi che per mesi mi ero costruito nella mia testa partendo solo dalla sceneggiatura. Poi mi hanno chiesto addirittura una seconda canzone e a quanto pare la cosa è andata alla grande perché sono stato nominato per un Golden Globe ancor prima dell'uscita del film”.
Il cantante, che in passato è pure apparso in qualche film, ha poi confidato: “Io non mi considero un attore ma solo uno che è apparso in qualche film. E non è una cosa che inseguo in nessun modo. In particolare non in questo momento, in cui sono intensamente focalizzato sulla musica e non ho intenzione di spostare il focus. Certo, se arrivasse una chiamata da Quentin Tarantino la prenderei in seria considerazione”.
Infine, il rocker parla dell'uragano Sandy, e di ciò che è accaduto al suo Paese d'origine, il New Jersey: “Ero a Londra, quando è successo, senza prestare particolare attenzione agli allarmi che erano stati dati, come molta altra gente. Non siamo abituati ad eventi simili: non c'era mai stato nulla di simile in New Jersey o a New York. La mia famiglia era bloccata in casa, a Manhattan, senza luce, senza acqua, niente! Mi ci sono voluti un paio di giorni per rientrare negli Stati Uniti e per sistemarli in un hotel. Quando sono tornato nella mia città, terribilmente colpita dall'uragano, mi sono sentito molto coinvolto da quello che stava passando la gente di lì, i vicini di casa di un tempo, gli amici, rimasti senza casa, senza soldi. Ho voluto portare l'attenzione su di loro. E con l'aiuto di una raccolta fondi e del concerto in Tv ce l'abbiamo fatta. Il New Jersey è stato molto danneggiato ma ha ricevuto grande supporto e ha dimostrato che la sua gente è unita. Il che è già una buona notizia”.
Il 29 giugno la band sarà di nuovo in concerto in Italia, allo stadio San Siro di Milano, l'unica data italiana del nuovo tour. E dopo il leggendario concerto di Udine di due anni fa, quali saranno le aspettative della band? “Non saprei, sono rimasto sorpresissimo dal concerto di Udine, quando il pubblico ha fatto quei giochi scrivendo il mio nome con le bandiere. Una cosa incredibile. In tanti anni non avevamo mai visto nulla di simile. Ho fatto delle foto, quella sera. Dopo quel concerto avevamo un paio di giorni di sosta. E io andavo in giro mostrando a tutti le foto di quello show perché non riuscivo ancora a rendermi conto di quello che era successo”.
E quest'anno Bon Jovi festeggia 30 anni di carriera, visto che il primo contratto discografico risale al 1983. E qual'è il segreto di questa longevità professionale? “Sii sempre sincero con te stesso e non adeguarti alle mode, perché le mode cambiano. E se vuoi stare in una band, mettiti con gente che ti piace, perché se avrai fortuna, con quella gente ci passerai un sacco di tempo. Io credo di aver fatto bene questo paio di cose”.