Nazionale italiana, “fallimento tecnico”: cosa vuol dire Prandelli?

Firenze – Quello della nazionale italiana è un “fallimento tecnico”, come ammette Prandelli; ma dietro le parole di quell’autodafè non si capisce bene cosa si intenda significare. Prandelli è anche troppo onesto ad assumersi tutte le responsabilità. Il fallimento consisterebbe nel non aver scelto i giocatori giusti, sia nella selezione dei 23 sia, soprattutto, per la partita con la Costarica; e poi consisterebbe nel non aver previsto le difficoltà reali del girone e soprattutto nel non aver preparato adeguatamente, sul piano fisico e su quello psicologico, la squadra al “clima” di questo mondiale (e per “clima”, lo si è visto ieri, non si doveva intendere solo l’afa e l’umidità, ma anche gli umori di una Federazione che ha evidentemente deciso a tavolino come “orientare” questo mondiale, sin dal rigore per il Brasile alla prima).

Tutto in parte vero. Come è anche vero che l’Italia avrebbe potuto benissimo qualificarsi senza le nefandezze arbitrali, al termine di un girone di qualificazione che, diciamoci la verità, non aveva giocato meglio in Spagna nell’82, quando fece tre pareggi su tre con Polonia, Perù e Camerun (squadre assai più deboli delle tre di quest’anno) prima di vincere il Mondiale. Ma se questa è l’analisi, allora io dico che non si affronterà mai nel modo giusto il problema del calcio italiano. Questa nazionale non era infima. In fondo è la stessa che è tutt’ora vicecampione d’Europa, seconda solo a quella che fino a ieri era l’invincibile armada (invincibile armada che peraltro, in questi due anni, abbiamo battuto due volte, in amichevole a Bari e alla Confederation Cup, e con la quale giocammo un’ottima partita pareggiando proprio in apertura d’Europeo).

È la stessa nazionale che superò l’Inghilterra ai quarti e la Germania in una memorabile semifinale a quegli Europei. E sapete quel 28 giugno contro la Germania chi c’era in campo? I soliti di ieri, con Balzaretti terzino destro al posto di Darmian e con Montolivo al posto di Verratti! L’attacco era Cassano-Balotelli. Qualcuno vuol forse dire che ieri ci è mancato Balzaretti? Noi siamo per i processi sommari, e siamo soltanto tifosi. Nessuno ci ha mai abituato a vedere quella sottile filigrana del calcio che è un insieme di mentalità e di tattica, e che è quella che fa davvero la differenza. I dieci metri più avanti o più indietro di una linea difensiva, la scelta di un centrocampista di copertura invece che d’attacco o di fascia, l’opzione per un possesso palla “difensivo” o per una sfida aperta che misuri soprattutto le capacità offensive di un gioco. E io ritengo che qui caschi l’asino del gioco italiano, a livello di club e di nazionale.

L’eliminazione da questo mondiale fa il pari con quella del Trap al mondiale coreano, anche per le ingiustizie arbitrali. Allora avevamo forse la nazionale più forte del dopoguerra, con in difesa Buffon-Panucci-Nesta-Cannavaro-Maldini nei loro cenci, con in attacco Zambrotta-Totti-Del Piero-Vieri. Avevamo a disposizione anche Gattuso, Pirlo (che però il Trap non “vedeva”), Cassano, Inzaghi, Mancini, Albertini, Ambrosini, Camoranesi. Ma avevamo un tecnico con la mentalità di un calcio improponibile, perdente in partenza! Provate a rivedervi la famigerata partita contro la Corea del Sud, e provate a chiedervi come mai trovate Totti che gioca più arretrato di Tommasi (di sicuro perché il Trap gli aveva commissionato qualche marcatura a uomo!). Bastò un Lippi che riprese le fila del calcio che il mondo giocava, e vincemmo un mondiale con quella stessa squadra, anche se invecchiata e senza Vieri (e con mezzo Totti).

Come allora, anche oggi bisogna ammettere che il limite di Prandelli è il limite della mentalità del nostro calcio. Giocare la partita decisiva con il modulo “sicuro” della Juve è stato l’ammissione della nostra impotenza di fronte a un calcio cambiato vertiginosamente negli ultimi due anni. Oggi si gioca all’attacco, in barba agli equilibri e alle coperture. Si insegna a fare pressing sui difensori avversari e si gioca attaccando gli spazi e “creando” gioco offensivo, dal centro e dalle ali. Quando il “modello Juve” stravince in Italia (e stenta vistosamente in Europa, anche col Trebisonda o col Copenaghen) avendo come assist man Lichtsteiner, allora vuol dire che qualcosa non va nella nostra mentalità. Gli assist in Germania li fanno Robben e Ribery, non due terzini; e il gioco parte da dei centrocampisti coi piedi buoni, non da degli stopper. Non è un caso che il 3-5-2 non lo giochi più nessuno, e che se lo gioca l’Olanda lo gioca con due difensori su tre che sono terzini di spinta, con sulle fasce “a centrocampo” addirittura un Kujit aggiunto a Robben, Van Persie e Snejider.

Finché il nostro modello è la Juve, noi rincorreremo la chimera di un calcio che a livello internazionale non paga più, e che, se Dio vuole, in Italia Garcia, Benitez (e Montella!) stanno insegnandoci a dimenticare. Con il rischio però che quando lo abbiamo dimenticato, magari torna in auge perché tatticamente si sono trovate le contromisure agli spavaldi. Affrettiamoci dunque a essere in pari coi tempi, e a cambiare in fretta quando ci sono i segnali inequivocabili per farlo. Perché non è questione di giocatori, ma soltanto di mentalità.

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