Firenze – In Toscana (dati del 2013) sono circa 57, i beni confiscati alla criminalità organizzata, più altri 14 per cui la confisca non è avvenuta in via autonoma. In tutta Italia, la stima è di circa 13mila. Ma il vero nodo è il dopo. La gestione e riutilizzo dei beni e delle aziende confiscati alle mafie è una delle questioni più importanti nel panorama generale dell’Antimafia. Tant’è vero che esiste (ormai da anni) un Master post laurea intitolato a Pio La Torre il cui obiettivo è proprio quello di dare competenze specifiche sul tema a coloro che saranno gli operatori chiamati a svolgere questo delicato, delicatissimo compito. Perché la ratio racchiusa nella legge Pio La Torre cui il Master vuol corrispondere, è al tempo stesso economica e sociale, una sorta di “riparazione” per tutti i danni che un’economia distorta, malata, illegale getta nei confronti dell’economia “sana”, impedendole di vivere. Il Master è stato “inventato” e viene condotto da Stefania Pellegrini, titolare della cattedra di Sociologia del diritto, docente di Mafie ed Antimafia e referente regionale di Libera per l’educazione alla legalità, che ne è il direttore. E se i beni di mafia restituiti alla società diventano un tangibile simbolo di vittoria della legalità, per realizzare questo fine serve una figura professionale innovativa, anzi, un pool composto da varie professionalità che non si limitino all’approccio “commercialistico” del bene, ma avanzino tutta una serie di profili che vanno dalla comprensione sociale alle competenze tecniche alle scelte gestionali.
Come si può inquadrare un problema così complesso come la gestione e il riutilizzo dei beni di mafia confiscati, che investe insieme questioni giuridiche, economiche e sociali?
“Si tratta, com’è noto, di una questione molto ampia, che vede vari provvedimenti legislativi dalla famosa legge Pio La Torre al Codice Antimafia, il decreto legislativo del 2011 che coordina e raccoglie la legislazione precedente. Si tratta di un procedimento del tutto peculiare, di cui il principio reggente è il seguente: in Italia il bene è confiscato “a fini sociali”. Si tratta di una scelta precisa di tipo politico: il senso è nel valore etico-sociale di un riscatto da parte della collettività. E’ come dire che la mafia restituisce il maltolto. Per fare un esempio, il bene sostenuto o frutto del narcotraffico impiegato per il recupero dei tossicodipendenti, assume una valenza di “legalità doppia” che rappresenta una logica che dà molta noia alle cosche”.
Ma che contenuto ha il “fine sociale” nel caso specifico?
“Si tratta di un concetto molto esteso: non solo servizio sociale, ma anche attività economica nell’ambito del sociale. E qual è il valore aggiunto? Che il bene produca ricchezza. A differenza di quanto si è portati a pensare, le realtà che producono ricchezza e sviluppo sul territorio sono moltissime. Alcuni esempi? Si va da Liberaterra, che ha creato un nuovo mercato con le scelte biologiche e sostenibili e producendo lavoro, fino alla Cooperativa della Valle del Marro, in Calabria, una delle prime create in quelle zone. Ma penso anche a esperienze come Calcestruzzi Ericina, o la battistrada Placido Rizzotto, ambedue in Sicilia. Per dare un’idea di quanto è cambiato il contesto ambientale, quando la Rizzotto si formò non trovava neppure i soci, mentre ora ci sono selezioni che durano giorni per le richieste di coloro che chiedono di entrare”.
Quali sono i problemi che le cooperative, per fare un esempio, affrontano quotidianamente?
“Gli atti intimidatori, che sono tantissimi. Anche perché spesso succede che il sequestro (che magari poi si trasforma in confisca) viene attuato su una quota di terreni, che confinano con il resto, che rimane di proprietà del vecchio propietario, il quale magari ha la casa nel terreno rimastogli. La quota sequestrata viene gestita convivendo con il vecchio titolare, che continua a vivere come vicino confinante. In questi casi, che ripeto avvengono più spesso di quanto non si creda, la pressione psicologica sulla cooperativa è fortissima, anche se biunivoca: la situazione in se’ rappresenta infatti un segnale di alto valore simbolico per la popolazione. Un esempio? Nella cooperativa della Valle del Marro, che si trova in una situiozne come quella descritta, ci sono a lavorare alcuni ragazzi di Rosarno. Si tratta di un caso di “legalità nella legalità”, che conferma l’obiettivo della confisca e della gestione e riutilizzo del bene confiscato, che diviene vero e proprio presidio di legalità sul territorio”.
Un modo dunque di contendere proprio a livello fisico il controllo del territorio alle cosche.
“Tanto più efficace se la gestione è virtuosa e produce ricchezza. Ed è proprio in questo senso che risiede la ragione stessa della necessità della formazione di un amministratore particolare che possa dare sostanza alle istanze della legge. Le cattive amministrazioni solitamente derivano dall’incapacità di cogliere un punto fondamentale: il bene deve essere amministrato non in una semplice prospettiva di conservazione, bensì di riutilizzo. Prospettiva che deve essere ben presente sia nel caso che il bene venga restituito al proprietario (in una media pari al 30% dei casi) sia nell’ipotesi valida per il restante 70% che il bene venga restituito allo Stato e alla comunità”.
Quali sono le esigenze da soddisfare nel futuro immediato per dare ancora più efficacia a questo tipo di contrasto della criminalità organizzata?
“In buona sostanza, si può dire che una delle necessità fondamentali risieda nel possedere dati certi, chiari e facilmente accessibili per quanto riguarda numero e situazione dei beni confiscati. Basti dire che a volte i Comun i stessi non conoscono l’esistenza di beni confiscati sul proprio territorio. Un passo avanti è stato fatto senz’altro con la costituzione dell’Agenzia Nazionale Beni confiscati, che tuttavia abbisogna (e la discussione è proprio di questi giorni) di modifiche e integrazioni, oltre che di una struttura diversa anche sul territorio. D’altra parte, la necessità di possedere dati facilmente leggibili e disponibili, ha fatto sì che la creazione di professionalità nuove abbia avuto come ricaduta, ad esempio, la possibilità di creare mappe georeferenziate delle confische con riferimento alle Regioni. Si tratta di vere e proprie mappature del territorio con riguardo ai beni confiscati alle mafie, dove, cliccando sulla segnalazione della conquista, si possono vedere la foto del bene, la sua “storia”, e anche accedere a documenti che riguardano il percorso del bene stesso. Per ora a dotarsene è stata la Regione Liguria, mentre siamo agli ultimi passi per quanto riguarda l’Emilia Romagna. Questo è uno dei risultati raggiunti dal Master”.