Haendel, Haydn, Mozart per la Camerata Strumentale: il ‘700 secondo Webb

Prato – Esiste il giovedì del calcio, e per grazia della Camerata, anche quello della musica. Alle ore 21. Facciamo 21 e 10 del giovedì, questo appena passato, il 19. Giustappunto, ecco la “Jupiter” (Giove), ultima grande sinfonia di Mozart che ne ha chiusa la sua lunga serie sinfonica e terminato la serata, lustro dell’orchestra diretta dall’ottimo Webb. Andiamo, però, per gradi lascando l’empietà di Eupalla al volgo sentimento che nascondiamo in petto. La musica è un grande elemento di benessere, inteso e suggerito da misteriosi moti dell’anima, dal potere fortissimo e unitario. Per l’occasione, magistrale e solenne, la serata si è aperta con le note della Water Music, suite in re maggiore hwv 349 come registrata da catalogo, di G.F. Haendel, junior, figlio di Georg Haendel di Halle in Sassonia. La Water Music, ha un considerevole numero e successioni di movimenti.

Composta in più riprese tra il 1715 e il 17, per più di un diporto fluviale di re Giorgio I d’Inghilterra, essa ha in comune con la celebre e successiva Music for the Royal Fireworks (1749), la destinazione di musica da eseguire all’aperto con la preminenza originaria di strumenti musicali per fiati e timpani. Pare che la Suite in re, la più conosciuta ed eseguita, fu in una di queste amene gite ripetuta per alcune volte fino quasi a tarda notte da un impianto orchestrale imponente. Nell’esecuzione della Camerata, Webb ha posto sui palchetti laterali prospicenti il proscenio del teatro, le trombe e i corni sfruttandone a pieno l’effetto. Alla solennità dell’allegro primo movimento va rilevato l’effetto della bourrée, ma è “Alla hornepipe” che lo spirito luminoso del dialogo dei corni e delle trombe esprime la grandiosa gioia musicale che legò l’opera alla Storia dei Lumi di lì a poco inaugurata da Hume.

E’, dunque, il ‘700 che unisce i tre grandi compositori del sesto concerto della stagione della Camerata Strumentale città di Prato: Haendel, Haydn, Mozart. Il senso temporale delle esecuzioni, qui non segue esattamente il suo corso, ma per esigenze di equilibrio del programma serale, anticipa la Sinfonia in re maggiore dell’Hobochen primo, numero 104, composta da Haydn nel 1795, ed estremo compendio della capacità sinfonica di Franz Joseph, alla Jupiter di Mozart. Certamente l’esperienza di Haydn, padre della sinfonia, segnò un nuovo passo per un’epoca così feconda di rinnovamenti, nello spirito di un uomo positivo che ebbe in vita onori e successo non più come cortigiano, ma come professionista ingaggiato dall’impresario Londinese Salamon. La “London” di questa serata è tra le più piacevoli esecuzioni della stagione e vissuta nell’allegro finale, attraverso l’espressione del “tutti “ orchestrale come nei singoli attimi degli spazi conquistati dai fiati fino al saluto finale del re maggiore, con empatica emozione. Certo, sia pur precedente di non pochi anni, Mozart chiude il suo percorso sinfonico con un capolavoro: la Jupiter.

Nell’anno più fecondo da questo punto di vista la sinfonia 41 in do maggiore k 551 fu compiuta nell’estate del 1788. A Mozart, mancò solo il successo materiale di Haydn, per il resto non sono io, scriba di questa serata, che posso fino in fondo esaltarne la gloria. Resta interessante la proposta dell’orchestra pratese che del programma da coerente eleganza negli accostamenti musicali, pari a un abito ben intonato nei colori per cui la Jiupiter di giovedì, è l’elemento sine qua non. Di questa bellissima sinfonia è necessario ricordarne tutta la sua esecuzione della Camerata, cui il pubblico numeroso ha lungamente applaudito. E se Woody Allen ha definito l’andante cantabile come una delle ragioni per cui vale la pena di vivere, lui che è anche un celebre clarinettista, citiamo anche Voltaire mutuando per una volta alla musica di Mozart, un suo aforisma: se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo.

Disegno e testo di Enrico Martelloni

 

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