Firenze – Il tema del lavoro è stato al centro della seconda giornata che la Fondazione Stensen ha organizzato a duecento anni dalla nascita di Karl Marx.
Questo anniversario caratterizzato dalla pubblicazione di molti saggi e da numerose iniziative celebrative ha detto soprattutto che le idee di Marx sono molto più attuali di quanto lo siano state nei decenni passati.
Perché la globalizzazione e l’ascesa dell’economia virtuale stanno producendo una versione del capitalismo che appare sempre di più fuori controllo. E lo si vede anche dall’attuale momento che stanno attraversando le democrazie europee: il lavoro ha perso sempre di più potere e la situazione sta cominciando a produrre una reazione popolare nella sua versione populista.
I lavoratori? Ha scritto l’anno scorso Yuval Harari uno degli studiosi più accreditati sulle tendenze delle società avanzate, “non sono sfruttati, sono semplicemente ininfluenti”.
Ciò che è accaduto in questi anni è l’allargarsi sempre di più della forbice della disuguaglianza e non a caso Thomas Piketty ha intitolato il Capitale del XXI secolo il saggio di economia sul meccanismo che crea la disuguaglianza nelle economie occidentali più venduto degli ultimi anni.
Nell’osservare gli effetti di una globalizzazione che ha proceduto su binari di liberismo estremo – le multinazionali che costruiscono i loro impianti dove più loro conviene, la crescita di mostruosi monopoli come Google e Facebook – tutto ciò rientra perfettamente nelle previsioni di Marx, mentre si sta manifestando un nuovo proletariato fatto di forza lavoro atomizzata: lavoratori che vengono convocati via internet per fornire cibo, servizi di pulizie, servizi taxi.
Eppure siamo entrati da meno di vent’anni nel nuovo millennio lasciandoci alle spalle quello che è stato definito da Aris Accornero come il secolo del lavoro. All’inizio del Novecento il lavoro era visto soprattutto come sudore e fatica, alla fine come espressione di creatività e conoscenza.
Si era partiti dal “voi non dovete pensare” dell’organizzazione fordista, a “la qualità dipende da voi” dei team di lavoro, la lean production, inventati dalla Toyota. Al centro, le parole del papa Giovanni Paolo II: il lavoro è chiave essenziale di tutta la questione sociale, obbligo morale che realizza l’uomo come soggetto forza sociale che edifica la comunità ed eleva l’umanità.
Sembravano tutti corollari de “Il lavoro non è una merce”, come suonano i principi dell’Organizzazione Internazionale del lavoro definito a Philadelphia nel 1944: “Non è una merce se non altro perché non può essere separato dal lavoratore”.
Il lavoro negli ultimi anni è diventato invece qualcosa di indefinito: la parola ha come perso la sua sostanza fisica, si è come smaterializzata.
Alla fine del secolo scorso si è imposta la parola d’ordine “flessibilità”. Si sanciva la fine del posto fisso, dell’epoca del lavoro per la vita: einmal Daimler, immer Daimler, era il detto fra gli operai tedeschi. Un lavoratore ora invece deve prepararsi a essere impiegato a seconda delle necessità della produzione e del mercato. Se questo glielo permette può addirittura scegliere e cambiare la sua attività per sviluppare la propria individualità.
Ma la flessibilità che si imponeva per rispondere alle sfide crescenti della globalizzazione si è gradualmente tradotta in precarietà, non solo nel lavoro in azienda ma anche nel settore pubblico che per tanti anni era diventato sinonimo di sicurezza.
La precarietà ha avuto un impatto forte sulla coesione e le aspettative sociali. La indispensabile integrazione fra flessibilità e sicurezza in Italia non c’è stata. Non si è creata una rete di protezione nella società che prometteva il welfare to work necessario per sostenere e reinserire chi viene espulso dal processo produttivo.
Contemporaneamente in quegli stessi anni la discussione cominciava a focalizzarsi sulla previsione della fine del lavoro provocata dalla terza rivoluzione industriale indotta dalle nuove tecnologie informatiche. Nelle due versioni: apocalittica ed entusiastica.
Fra i più ottimisti il banchiere consigliere di Mitterrand, Jacques Attali, che 150 anni dopo che Karl Marx ha invitato i lavoratori del mondo a unirsi, ha proclamato fiduciosamente la fine dell’era del lavoratore: le macchine sono il nuovo proletariato, la classe lavoratrice è stata liberata.
Il che richiama alla mente le previsioni che il premio Nobel Wassily Leontieff fece nel 1983 : il ruolo degli esseri umani come fattore più importante del processo produttivo è destinato a diminuire nella stessa misura in cui nel settore agricolo, quello del cavallo è prima diminuito e poi completamente scomparso, in seguito all’adozione massiccia del trattore.
Si trattava di previsioni che hanno fatto la stessa fine di quelle che ipotizzavano la fine della storia dopo la caduta del comunismo. I primi due decenni del nuovo secolo mostrano che il lavoro non finisce, sono finiti paradigmi consolidati e pratiche storiche del lavoro, non ultimo il sistema di relazioni industriali.
La nuova forma lavoro è frutto di una divaricazione sempre più ampia tra il lavoro qualificato corrispondente alle esigenze della rivoluzione digitale che si sta ulteriormente potenziando per la cosiddetta industria 4.0 l’integrazione delle macchine e l’intelligenza artificiale e quello di una grande massa di lavoratori dequalificati sottoposti ai cambiamenti del ciclo economico.
Operai agricoltori, commessi impiegati, bancari, sono figure in via d’estinzione. Il mondo si sta polarizzando in due forze potenzialmente inconciliabili: da una parte una élite di tecnocrati dall’altra una massa crescente di disoccupati, sottoccupati, lavoratori part time spiazzati dalla crescente automazione del lavoro.
Si comincia dunque a mettere a fuoco il problema: la nuova povertà è quella di chi non possiede il sapere necessario al lavoro. E dunque l’obiettivo di un nuovo welfare deve essere fornire conoscenze soprattutto al lavoratore per tutelarlo di fronte ai mutamenti del mercato.
Come si vede la fine del vecchio paradigma del lavoro è questione centrale per il futuro delle nostre società.