Referendum sulla Giustizia: perché votare cinque volte “No”

Firenze – Giornata elettorale domenica 12 giugno. Si voterà per le amministrazioni di circa mille Comuni e contemporaneamente gli elettori di tutta Italia vedranno consegnarsi cinque schede di diversi colori (rossa, gialla, arancione, grigia e verde) sulle quali si dovrà sbarrare o il Sì o il No. E’ il referendum abrogativo proposto da Lega e Radicali su temi relativi alla giustizia. Votando Sì una norma viene cancellata subito e senza appello; votando No si mantiene la norma in vigore.

Comunque ciascuno la pensi sulle magagne di questo settore chiave della nostra vita associata, sarebbe un errore disertare le urne. In primo luogo perché dovrebbe valere come principio civico sostanziale quello  di esprimere la propria posizione e di non lasciare che siano gli altri a decidere, né tanto meno accettare che sia l’alea del raggiungimento del quorum a risolvere la questione. Tanto più in una giornata elettorale nella quale sono chiamati alle urne delle Comunali circa 9 milioni di elettori su circa 46 milioni di italiani che hanno il diritto di voto.

L’impianto concettuale che attraversa i cinque referendum è basato sull’ipotesi di difendere una presunta “autoregolazione etica” della società per la quale non si deve pregiudicare la possibilità per un condannato in via definitiva di candidarsi alle elezioni (quesito n. 1, abrogazione dell’intera Legge Severino anche se il quesito è limitato a un solo aspetto. Saranno gli elettori a decidere se sia più o meno degno?); così come affermare la possibilità di candidature libere e personali di magistrati per il Consiglio Superiore della Magistratura senza che sia chiara la provenienza e lo schieramento del candidato (che c’è comunque, quesito n. 5). Si vogliono poi aumentare le garanzie per gli accusati, anche di reati che un tempo si diceva dei colletti bianchi, eliminando la possibilità di custodia cautelare, e delle altre misure previste,  “per rischio di reiterazione del reato”. Se passa il referendum i magistrati non avranno più uno strumento per prevenire per esempio reati seriali come lo stalking e i maltrattamenti in famiglia (quesito n.2).

Questa “autoregolazione etica”, però, non è concessa al magistrato al quale si vuole impedire di passare dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa, confermando sospetti sulla sua capacità professionale di essere al servizio solo della legge (quesito n.3). Mentre si chiede che il suo operato sia vagliato anche dai membri laici (professori e avvocati) dei Consigli giudiziari, inserendo così un inevitabile elemento soggettivo nella valutazione della loro professionalità (quesito n.4).

Presi nel loro insieme, dunque, i referendum sono quanto meno sgangherati e non rappresentano altrettanti pezzi di una riforma organica della  giustizia, buon parte della quale è contenuta nel Disegno di Legge Cartabia che “delega il Governo a riformare l’ordinamento giudiziario e introduce nuove norme, immediatamente precettive, in materia ordinamentale, organizzativa e disciplinare, di eleggibilità e ricollocamento in ruolo dei magistrati e di costituzione e funzionamento del Consiglio superiore della magistratura”. Approvato dalla Camera, il DDl Cartabia è atteso nei prossimi giorni al Senato.

Proprio per questo impianto contraddittorio e confuso, la risposta che l’elettore dovrebbe dare è sbarrare il “No” per tutti e cinque i quesiti. Fare finta che l’etica pubblica in Italia sia potenzialmente esemplare e virtuosa e non puntare invece a formare (con rigore e controlli disciplinari) una nuova classe di giudici che abbia come obiettivo davvero l’applicazione saggia e misurata delle leggi e non la carriera e le pulsioni narcisistiche e autoreferenziali, non è la strada giusta.

Aspettiamo l’approvazione definitiva della proposta della Guardasigilli perché il grande problema della giustizia italiana è rappresentato da tempi assurdamente dilatati e la diffusa incapacità organizzativa dei responsabili degli uffici giudiziari (certo anche per mancanza di personale). Su questi temi davvero occorrerebbe un referendum con una sola domanda: dobbiamo fare di tutto perché la giustizia italiana si adegui nei tempi e nell’efficienza ai migliori standard europei? Sì.

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