25 aprile e Palestina: la piazza divisa rilancia l’estremismo

Ebbene è possibile, basta guardare quanto è accaduto nelle piazze di Roma e Milano dove, i simpatizzanti della causa palestinese e di quella israeliana si sono contrapposti a parole e offese. In mezzo a tentare un'inutile trattativa sia le forze dell'ordine che l'ANPI, i “padroni di casa”. Tuttavia, sfiorata la rissa, tra le parti non c'è stato dialogo. È ovvio che si è persa un'occasione, anche in Italia, per aprire una seria discussione e cercare una soluzione laica al dramma della Terra Santa. Trattandosi di una sanguinosa vicenda dove nessuno è migliore dell'altro, per natura o grazia divina, la partecipazione alla celebrazione del 25 aprile avrebbe potuto rappresentare un nuovo punto di partenza. Non stiamo parlando della semplice, ridondante, scontata e svilente equidistanza bensì della sintesi logica tra la simpatia per la causa palestinese e l'amicizia per lo stato d'Israele.

Invece, in queste piazze, il 25 aprile ha visto prevalere l'eterna inconciliabilità: con bandiere dai colori differenti ed animi dominati dagli echi di guerra, dalla fragilità del processo di pace e del contesto politico mediorientale. Venerdì mattina, alla fermata della metro del Colosseo è avvenuto qualcosa di spiacevole. Non era Gaza o Sderot. Non c'erano soldati, armi, filo spinato. C'era una piazza divisa in due. Contrapposta. Irriverente. Doveva essere un giorno di festa, avrebbero dovuto capirlo coloro a cui è mancata la volontà di stabilire finalmente principi indiscutibili su cui discutere per giungere a giusti compromessi. E' andato in scena l'intramontabile deprimente teatrino che da anni osserviamo nei media. Accuse. Odio. Violenza. Atteggiamenti infantili, barbari. Il lato estremista del conflitto israelo-palestinese ha preso forma nelle nostre città, tra i nostri cittadini. Non era impensabile che potesse accadere: è stato inspiegabile il fatto che tutto ciò sia avvenuto durante le celebrazioni del 25 aprile. In modo diretto a dissacrare questa ricorrenza centrale per la nostra democrazia, per la storia e i valori dell'Italia. Oggi non siamo alla vigilia di una guerra civile. Siamo di fronte alla pace internazionale che si allontana. È un circolo vizioso di globalizzazione del conflitto che preoccupa e dispiace.

Mentre nelle sponde sud del Mediterraneo il Presidente palestinese Abu Mazen trovava un accordo con Hamas, nel governo israeliano la maggioranza vacillava. Mente gli Usa criticavano entrambi, ciascuno accusava l'altro. Quelle stesse critiche, invettive hanno occupato le nostre piazze, pesantemente. Sbagliando. Ostacolando le minime “speranze, intuizioni e ipotesi” di pace. Dimostrando in tutta la sua assolutezza la forza dell'incomunicabilità. La mancanza di rispetto per il sacrificio dei partigiani italiani. C'è da dire che il tentativo degli organizzatori era ed è lodevole. Il 25 aprile è uno spazio storico e politico che per cultura e tradizione si pone oltre la solidarietà astratta, è una prospettiva che teorizza, quale fine ultimo, la pace tra i popoli e la sconfitta dell'ideologia fascista.

La storia ci insegna che gli uomini di pace esistono e non smettono di operarsi per il difficile obiettivo della convivenza, della democrazia. Ci piace ricordare che durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa il Pontefice Giovanni Paolo II, almeno così si racconta, sia restato più tempo di quanto previsto dal protocollo a meditare sul Monte Nebo. Si dice che fosse consapevole che quella sarebbe stata la sua ultima visita ai luoghi santi. E che abbia espresso la speranza che presto un altro discendente di Pietro avrebbe portato la pace in quelle terre martoriate. Il prossimo mese un nuovo pontefice si recherà in Terra Santa non per una missione diplomatica ma per ripercorrere un cammino di fede. Dal viaggio di Papa Francesco c'è laicamente da aspettarsi poco se le persone non sapranno ascoltare.

Enrico Catassi  Alfredo De Girolamo

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