Braccagni (Grosseto) – Civiltà contadina, cultura popolare delle campagne toscane: chiamatela come volete ma la tradizione della festa propiziatoria dei “maggerini” della Maremma è un fiore all’occhiello dello spirito e dell’intelligenza toscani. Il primo maggio a Braccagni frazione del Comune di Grosseto sulla vecchia Aurelia si è svolta la rassegna dei gruppi musicali specialisti non solo delle ballate popolari ma anche dei canti in ottava rima, la tenzone poetica fra chi improvvisa, in modo spiritoso e pungente e con le parole antiche della lingua toscana, in canto ritmato. Sono diciannove anni che la tradizione, conservata nei secoli attraverso generazioni di poeti rurali spontanei, è diventata appuntamento fisso alle pendici della collina di Montepescali. Così anche quest’anno i più importanti gruppi di poeti e cantori del territorio si sono trovati per presentare il repertorio folk più amato dalla gente di Maremma e anche aggiornati canti di protesta contro malaffare e incompetenza e, soprattutto, di speranza in un futuro di nuovo sereno dopo gli anni magri della crisi.
Accorsi da tutta la piana di Grosseto, molti indossando il tradizionale cappello di paglia con nastri e fiori di stoffa colorati, gli spettatori hanno assistito alle esibizioni di una ventina di gruppi – “La squadra di Braccagni”, “I Briganti della Maremma”, “le donne di Magliano”, “il Coro degli Etruschi di Roselle”, “Ottava Zona” della Grancia, “Maremma in musica” di Roccatederighi,” Pettirossi” di Roccastrada e tanti altri – accompagnando festosi i brani più conosciuti. In realtà – come spiega Fabio Bargelli, animatore della manifestazione e leader della “Squadra di Braccagni” – il rito del “Maggio” contadino comincia la sera del 30 aprile quando i vari gruppi muniti di chitarre e mandolini bussano alle porte delle fattorie. E’ questo l’antico canto itinerante di questua le cui origini risalgono all’antico culto pagano propiziatorio per la stagione dei raccolti.
Tutto avviene secondo un preciso rituale. I poeti -cantori intonano il primo canto: se si accende la luce, è il segnale che sono bene accetti. Allora viene intonato un secondo canto al quale il padrone del podere risponde, sempre in ottava rima. E’ fatta. Il cancello viene aperto e arriva il fiasco di vino. I maggerini mettono sulla tavola dell’ospite il loro simbolo più importante, un alberino “del sacro alloro della festa del lavoro” con festose decorazioni a colori, come simbolo di augurio di prosperità e abbondanza. A questo punto avviene la vera e propria questua: “Bisogna essere particolarmente sfacciati e spiritosi per convincere il fattore ad aprire i cordoni della borsa”, dice Bargelli. Alternandosi con i gruppi, a Braccagni si sono esibiti poeti solisti provenienti anche da altre regioni, ben conosciuti nel circuito della musica folk. L’ultimo a cantare è stato Mauro Chechi, una star del genere, che ha riproposto alcune delle sue canzoni popolari, come “Il cantastorie” e, soprattutto, l’amatissina “Tiburzi”, dedicata al leggendario brigante della Maremma.