“Voglio aiutare le donne vittime di violenza. Nel nome di Jessica”

Intervista a Giuliana Reggio, madre della ragazza uccisa dal fidanzato nel 1996
Giuliana Reggio
Giuliana Reggio

Si può dimenticare il dolore per la perdita per una figlia assassinata? No, non è possibile, nemmeno dopo anni. Il dolore sopravviverà per sempre accanto al ricordo, ma può diventare utile per gli altri. E’ questa la lezione di Giuliana Reggio, la mamma di Jessica Filianti, uccisa dal fidanzato appena ventenne che non accettava la fine della relazione. Era il 14 marzo del 1996 e dopo 17 anni Giuliana non ha ottenuto giustizia, ma non ha perso la forza di combattere. Luca Ferrari, l’assassino di sua figlia, oggi e libero e vive a Parma con la sua famiglia.  Condannato all’ergastolo, poi a 23 anni, Ferrari è uscito dal carcere nel settembre dello scorso anno. “Dimenticatemi” si è limitato a dire appena tornato in libertà. Non una scusa, non una richiesta di perdono, non un pensiero per la sua vittima. Perdonare? “Nessuno me lo ha chiesto, né l’assassino di mia figlia, né i suoi genitori” risponde Giuliana che ricorda quando è stata ospite di Mara Venier a Domenica In e un sacerdote le aveva fatto presente che anche per i genitori del suo assassino è stato come perdere un figlio: “Solo che io devo andare su una lapide per piangere Jessica” è stata la risposta. Che non ammette repliche. Ma nello sguardo di Giuliana c’è qualcos’altro che va oltre la rabbia per una giustizia che dopo 17 anni non è ancora arrivata,  oltre il dolore e la consapevolezza che Jessica le è stata strappata per sempre. E’ il pensiero che altre ragazze e giovani donne hanno fatto o rischiano di fare la fine di Jessica, vittime di un amore che non è amore, ma possesso e violenza.

Per questo oggi Giuliana Reggio parla di Jessica senza reticenze a chiunque voglia conoscere la sua storia, non solo da dietro il bancone del suo bar, il Reggianello di via della Costituzione, ma ogni volta che la invitano a un convegno a una conferenza sulla violenza sulle donne. Il dolore e la rabbia si trasformano così in testimonianza, e la testimonianza in un dono per il prossimo. “Quello che mi sta più a cuore – spiega – è che nessuna madre si trovi a passare quello che ho passato io. Per questo è fondamentale che si capisca che uno schiaffo non è amore, che la violenza non è amore”. In queste parole si ritrova un filo conduttore in una storia che oggi è di terribile attualità, in un’epoca in cui la cronaca racconta quotidianamente di donne uccise, violentate, sfigurate e mutilate a causa di una concezione malata dell’amore. La tragedia dunque assume un senso profondo, si trasforma in testimonianza, in esempio. “C’è un messaggio che voglio dare a tutte le donne vittime di violenza: – dice Giuliana – ribellatevi, denunciate, raccontate quello che vi sta capitando”.

"Voglio aiutare le donne vittime di violenza. Nel nome di Jessica"Jessica lo aveva fatto, aveva raccontato alla mamma di quell’ex fidanzato che la perseguitava e la minacciava. Era scattata anche una denuncia, ma allora non esisteva ancora una legge sullo stalking. Così le forze dell’ordine non avevano potuto fare nulla: “Sono giovani, vedrà che tutto si risolverà” le avevano detto in caserma. Il risultato è stato un omicidio feroce, 43 coltellate sferrate con rabbia cieca e una ragazza di 18 anni in una pozza di sangue all’incrocio tra via Buozzi e via Terrachini, dove ancora oggi c’è un mazzo di fiori a ricordare la tragedia. E un assassino mai pentito che oggi gode della piena libertà e non ha versato un solo centesimo di risarcimento. Qualcosa in questi anni è stato fatto, a cominciare dalla legge sullo staliking. Ma non basta. “Troppe donne restano sole – spiega Giuliana – e quando denunciano non vengono ascoltate. Non possiamo limitarci a fare nuove leggi, serve un vero cambiamento culturale”.

 

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