Un treno (dell’alta velocità) che accumula un ritardo sull’altro. Dieci minuti. Venti minuti. Mezz’ora. Quaranta minuti. Cinquanta minuti. Un’ora…… E tre amici che, in stazione, devono lasciar passare e ingannare il tempo dell’attesa.
Tre amici diversi fra loro, eppure legati da importanti affinità. Diversi lo sono, intanto, per età. E il dialogo che intessono fra loro è anche, e prima di tutto, un dialogo fra generazioni. Cosa oggi sempre più rara e di cui, invece, ci sarebbe un grandissimo bisogno. Diverse sono le loro occupazioni. Che sono quelle di un appassionato (e grande esperto) di musica, di un pittore, di uno scrittore. Mr. Music, mr. Painting e mr. Writing. Eppure, come forse è già dato di intuire, c’è un qualcosa che li unisce nel profondo: l’amore per la cultura e per l’arte. La loro conversazione diventa, in sostanza, un’intervista. Il tempo passa veloce nel fluire del racconto che Giampiero Iacopini propone, su sollecitazione degli amici Mario Minarini e Leonardo Nozzoli, del mondo della sua gioventù.
Firenze com’era. La città d’una volta si anima, prende forma e si popola di immagini nella ricostruzione che ne viene proposta da chi vi ha vissuto come un ragazzo, un giovane, come tanti ragazzi e giovani di allora che, pur sperimentando penuria di beni (e di soldi) e difficoltà di tirare avanti, erano animati da una sfrenata voglia e da una grande gioia di vivere. Firenze era ed è una delle città più belle del mondo e il trovarsi in ristrettezze non fa velo all’entusiasmo di giovani che si affacciano alla realtà del mondo con curiosità, stupore e vorace desiderio.
Emergono, nella narrazione che si snoda, in attesa di un treno il cui ritardo finisce per essere provvidenziale, il profilo e i contorni di un’umanità, di un popolo, cui aveva dato voce la scrittura di Vasco Pratolini. E, non a caso, brani di Pratolini fanno da epigrafi ai capitoli del libro. Una Firenze che è stata anche rappresentata nei dipinti. Quelli di Ottone Rosai, ad esempio, cui, con puntualità viene fatto riferimento fin dalle prime pagine. Pagine che, senza parere, con apparente nonchalance e scioltezza, sono piene di riferimenti culturali.
E’ una caratteristica di fondo di questo testo, quella di saper proporre, senza appesantimenti, ricostruendo (o inventando) una conversazione fra persone diverse eppur unite dalla condivisa passione per l’arte, una serie di rimandi storici, culturali e umani che si rifanno alla dimensione profonda dell’anima di Firenze. L’ «anima misteriosa» di questa città (così la chiamava un fiorentino di elezione come il prete-poeta David Maria Turoldo) che ha saputo unire sapienza, gusto di vivere e cura della bellezza. Elementi che la dimensione della città-Disneyland, tipica dell’odierno «turismo mordi e fuggi» non può cogliere, se non in forma episodica, frammentaria e superficiale.
Le immagini, le vicende, le storie che vengono evocate nel racconto di Giampiero Iacopini (e fissate nella scrittura di Leonardo Nozzoli), anche quando si presentano all’insegna della scanzonatezza, hanno evidentemente, invece, una loro profondità. L’esperienza esistenziale di Giampiero viene, giustamente, messa al centro. Non è solo lo spunto per parlare di altro e per concentrarsi sui fatti che vengono ricostruiti, sui personaggi che vengono ricordati, sulle suggestioni che vengono evocate. Essa ha, in sé, una sua esemplarità. E’ la storia di un ragazzo del popolo, che vive le ristrettezze e le difficoltà del tempo in cui è cresciuto, si è formato ed è poi diventato adulto e che è stato comunque capace di trovare una bussola per orientarsi.
La bussola, tenuta stretta fra le mani con la passione e la tenacia dell’autodidatta di carattere e di talento, è quella dell’incantamento per la cultura. Per l’arte (che è anche artigianato sapiente) e, dunque, per la pittura, la scultura, la musica (appunto!). Il protagonista-narratore di questo libro intuisce che, da questo punto di vista, la città in cui si è trovato a nascere e a crescere, è una miniera. Una miniera non solo di cose da scoprire e da imparare. Ma anche di contatti umani da coltivare.
Quelli con i pittori, i musicisti, i critici d’arte, gli «spiriti liberi» (è la definizione che viene data di Romano Bilenchi) conosciuti e frequentati direttamente o semplicemente apprezzati, a distanza, per ciò che essi esprimono e sanno dare al mondo. Ci sono pagine belle, e perfino toccanti, nel testo. Come quelle che descrivono lo sconvolgimento e l’attrazione del giovane Giampiero per il potente ed espressivo autoritratto di Van Gogh. Un percorso di crescita ed un itinerario di vita si misurano, però, anche nella capacità di costruire relazioni.
Un punto significativo, in questo senso, è quello che si sofferma sul rapporto fra Giampiero Iacopini (infaticabile promotore di eventi e, anche, di talenti) e un giovane e valente pittore come Mario Minarini. Un artista che, con mano esperta e sensibile, mette su tela e rappresenta luoghi, aspetti e angoli della sua amata città. C’è un passaggio relativo alla produzione pittorica del giovane Mario che riporta un’osservazione (incisiva e pertinente) del suo amico Giampiero. Il quale nota che sarebbe sbagliato collocare le sue tavole, di carattere figurativo, in un ambito, per così dire, «tradizionale». Il figurativo, viene notato, può recare anche il tocco dell’innovazione. E così è anche in questo caso. Una notazione che è anche il segno, e il frutto, di un’interazione costante fra persone si conoscono bene, si frequentano e si stimano.
Perché questo, alla fine, va detto. E’ un inno a Firenze, questo libro. Al suo fiume, alle sue vie e alle sue piazze, ai suoi dipinti e alle sue sculture. E la rievocazione di un’epoca e di un mondo che non ci sono più. E’ anche l’occasione per mettere nero su bianco, in maniera lineare, e finanche accattivante, una serie di riflessioni sulla cultura, sull’arte e sul pensiero umano. Ma è soprattutto la rappresentazione di uno scambio, di un dialogo, di un confronto fra tre amici. E l’amicizia e le relazioni umane sono alfine il vero tema ed il baricentro attorno a cui tutto ruota. Dimensioni di cui, in mezzo alle chiusure egoistiche e alle solitudini del nostro tempo, si avvertono, quanto ma, la fecondità e il bisogno.
Il testo di Severino Saccardi introduce il libro “A Firenze dall’alba al tramonto” (Edizioni Operaomnia) di Giampiero Iacopini e Leonardo Nozzoli (Edizioni Operaomnia), che verrà presentato sabato 16 marzo alle ore 17 presso la sede di Testimonianze alle Murate, via Ghibellina 276, Firenze. Insieme agli autori intervengono lo stesso Saccardi e il giornalista Stefano fabbri.