Se dovessimo fare il gioco dei titoli, come quegli articolisti che si lambiccano il cervello per sapere come scrivere in grosso qualcosa che faccia comprare il giornale (bene, fanno: tanto, laggente leggono solo i titoli, sul resto potresti metterci la lista della spesa che non vanno mica avanti), potremmo intitolare il presente: “I volonterosi carnefici di Zucker”, per parafrasare dolcemente il titolo del famoso libro di Goldhagen. Laddove, ovviamente, Zucker sta per Zuckerberg, il patron di Facebook, Twitter e, sospettiamo, di un’altra agguerrita falange di Asocial Network della stessa risma.
Sarebbe perfetto: perché niente come questi ameni luogo di ritrovo elettronici riesce a dar prova di quanto laggente di cui sopra possa masticare veleno tutto il giorno, roba che quando incontri la vicina del terzo piano pensi tutto sommato che sia una persona un po’ sulle sue, ma a modo. E invece: nel suo privato (che è poi il pubblico virtuale), guai per il cane, ma brucerebbe negri che neanche un giudice dell’Alabama. Il giochino, in fondo, è molto semplice e, a patto di voler lavorare gratis tutto il giorno per diffondere le informazioni, ci si possono prestare tutti gratuitamente. Nel senso che non pagano nulla, e anche che non vengono affatti pagati per il lavoro.
Però, vuoi mettere: qualcuno, non si sa bene chi, dà il via con la prima critica, e tutti giù a partecipare al linciaggio mediatico. Ad esempio, può essere la volta delle emissioni pirata della Volkswagen (e di altre sei sette marche, per gradire). La notizia è, certamente, di quelle grosse; nel senso che qualcuno da quelle parti ha violentemente sottovalutato quale poteva essere il valore della perdita d’immagine dei marchi a fronte di una truffetta tutto sommato quasi innocente. Sì; perché l’emissione in oggetto, tra le tante possibili, è in assoluto una delle più innocue che un motore possa emettere, un ossido di azoto che ad alcuni (sottolineiamo: alcuni) irrita i polmoni, ma nulla più.
Diventa invece una emissione venefica nel momento in cui l’EPA americana ha deciso di andarci giù col maglio: si sa, gli Statunitensi, popolo innocente e mite, non possono tollerare la menzogna, che è peraltro depenalizzata in casa loro. E tutto il mondo ha colto al volo l’occasione di gioire del fatto che i tedeschi avessero fatto una figura da italiani (quando gli italiani, è giusto dirlo, simili figure non le hanno mai fatte). Per cui: vergogna, vergogna e disappunto, linciaggio sui Social Network continuato e martellante.
Oppure, può essere la volta del Sindaco Marino, che è innanzitutto colpevole di aver voluto diventare Sindaco di Roma con quel cognome lì (lo vedi, ecco Marino, la sagra c’è dell’uva…) e con quella faccia lì, quel viso mite e rassegnato da pecorella di sinistra alla guida di una città che si è sempre distinta come regno inviolabile di facinorosi bastonatori del weekend: gente con le palle, vedi Alemanno, vedi Tiberio. E invece: ma questo, chi è? Fa girare tutti in bicicletta, sposa i finocchi, non ruba ai poveri, non s’ingrassa con le mancette: mai visto uno così, a Roma, dai tempi dei Gracchi, e si sa che fine hanno fatto.
Poi, non è dei nostri, anvedi: è studiato, e pure straniero, dice “Daje!” ma sappiamo che nel cuore ci ha scritto “Belin!”; uno così bisogna farlo fuori. E così, di fronte a due, tre robe corrette che ha fatto, i romani hanno deciso di detronizzarlo: può uno fuori dalle logiche della corruzione e dei belletti politici pensare di fare il politico? Non sia mai. Detto, fatto: tutti contro, compreso chi ce lo ha messo, così, per non farsi trascinare a fondo pure lui. Persino il Papa gli si è rivoltato contro come un aspide sordo, quel poverello di Dio che lo ha rinnegato a secco, nemmeno interrogato: io non l’ho invitato.
Ma Santità, ma chi glielo aveva chiesto? Per cui: vergogna, vergogna e disappunto, linciaggio sui Social Network continuato e martellante. Oppure ancora, può essere il turno dell’uscita infelice di Miss Italia, rea, in un concorso noto per le straordinarie menti che ha regalato alla Nazione, di essersi persa in una frasetta che nessuno ha veramente capito su quanto fosse bello essere a spasso durante la Seconda Guerra Mondiale, tanto lei era una donna e la guerra non la doveva mica fare. A parte l’evidente stupidità della frase, che risulta sorprendente anche per un concorso di bellezza (e già anche solo per questo avremmo dovuto ampiamente ringraziarla, eh): ma che avrà voluto dire, veramente? E chi lo sa.
Quello che sappiamo è che da lì si è scatenata la gara a chi la massacrava di più e con maggiore ferocia; e la critica all’affermazione, della quale ancora una spiegazione coerente non ci risulta pervenuta (ma non ci potrebbe stare che volesse anche dire che quello era un periodo storico per molti versi migliore di questo? Avrebbe avuto ragione da vendere) è stata solo la miccia per un’offensiva di critiche volte ora ai denti, ora alla frangetta, ora al supposto pacco, alla somiglianza con Justin Bieber (orrore!), all’altezza, alle guance, alla flaccidità delle chiappe, e come si stava meglio quando c’erano modelle più fighe che non facevano basket ma poi impalmavano i calciatori. Perché poi l’abbiano criticata i nostalgici del ventennio, poi, mistero assoluto: loro questa cosa qui la dicono sei volte al giorno, la dice lei, vergogna, vergogna e disappunto, linciaggio sui Social Network continuato e martellante.
Ecco; il sospetto che adesso dovrebbe venirvi è che, tutto sommato, questi soggetti qui siano sì passibili di critica, facciano sì notizia, ma non così tanto come potrebbe sembrare a giudicare dall’offensiva mediatica scatenata loro contro. E che questa offensiva sia, tutto sommato, gran parte della loro effettiva notiziabilità, che viene rimpallata dalle veline ai quotidiani ai social e poi di nuovo di qui alle veline, che spesso sono invece così magre e prive di fascino (bei tempi, quando c’era Greggio). Che il loro successo stia forse nelle manine di quei tre, quattro sicari del Web che danno ziti zitti il calcio d’avvio ai meme, e poi li mandano in giro come tormentoni indistruttibili, capaci di essere rimbalzati di bacheca in bacheca a tenervi svegli e attivi sui social, che intanto fanno traffico, fanno presenza, vendono visibilità continua e fanno i miliardi alla faccia vostra: chi se ne frega se poi Miss Italia si ammazza, tanto il banner dell’assicurazione e quello della mortadella ci hanno portato in casa i miliardi, e il noto mezzobusto ci ha scritto sopra un altro libercolo di scandali. Oppure ancora, nelle mani di chi ha gioco affinchè i soggetti di cui sopra vengano linciati: tipo, l’industria motoristica americana, i nemici politici di Marino (chiunque), la Barbie. E intanto tutti noi, come volonterosi carnefici di Zucker, a passarci la palla avvelenata e a batterci il cinque per la battuta più velenosa, in questi giganteschi, invincibili condomini di serve pettegole che sono Facebook e Twitter.