Maggio: dopo quasi 50 anni torna in scena la Norma di Bellini

Nuovo allestimento del capolavoro di Bellini sul podio il maestro Michele Spotti

Firenze – Un recente sondaggio lanciato da Rai Radio 3 fra musicisti, cantanti, critici, addetti ai lavori, per incoronare l’aria più suggestiva, la più iconica e rappresentativa del nostro melodramma, ha premiato “Casta diva” dalla “Norma” di Vincenzo Bellini. Se ce n’era bisogno una ulteriore consacrazione. Resa immortale dal mito di Maria Callas, che in quel passaggio ha impresso tutta la sua arte, facendone una sorta di tassello definitivo e insuperabile. Un motivo diventato popolare, di cui anche il cinema naturalmente si è impossessato, non solo come “colonna sonora”, ma anche come clip pubblicitaria, una melodia che accompagna la Gaumont, celeberrima “firma” transalpina, il cui logo recita “Depuis que le cinéma existe”.

Come a dire che se “Casta diva” è una “formula” iniziatica della vocalità belcantistica, noi lo siamo come vettore primario nel campo dell’immaginario e della creazione filmica. Ora, dopo una inspiegabile assenza di quasi mezzo secolo, il capolavoro di Bellini, torna in scena a Firenze, al Teatro del Maggio (da domenica 9 marzo alle 17, repliche martedì 11 e venerdì 14 alle 20, ultima domenica 16 alle 15,30) forte di un nuovo allestimento che vede sul podio della Sala Grande, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Maggio (istruito da Lorenzo Fratini), il maestro Michele Spotti, in cabina di regia Andrea De Rosa, protagonista Jessica Pratt, al suo debutto nella parte, affiancata da Maria Laura Iacobellis come Adalgisa, Mert Süngü nei panni di Pollione e Riccardo Zanellato in quelli di Oroveso.

Chiudono il cast Elizaveta Shuvalova nel ruolo di Clotilde e Yaozhou Hou in quello di Flavio, usciti entrambi dall’Accademia del Maggio, mentre completano la locandina le scene di Daniele Spanò, i costumi di Gianluca Sbicca, le luci di Pasquale Mari e i movimenti coreografici di Gloria Dorliguzzo. Michele Spotti, che torna a Firenze dopo il concerto dello scorso dicembre, non nasconde le difficoltà che si celano quando si affronta l’opera di Bellini: “’Norma’ è una partitura affascinante, ricca di sfumature, potenza ed intensità, una pietra miliare del belcanto, che insieme alla ‘Semiramide’ di Rossini, può considerarsi una vera enciclopedia sullo stile dell’epoca, oltre a essere, fuori di dubbio, una delle pagine più belle mai scritte, che va al di là al di ogni immaginazione.

Rapportarsi a un capolavoro del genere dà la sensazione di dirigere una chimera racchiusa in un esoscheletro troppo piccolo per contenerne la grandezza. Il dramma scorre inesorabile senza soluzione di continuità in un fluire di emozioni e sensazioni che mantengono il discorso musicale sempre vivo. Dal punto di vista dell’orchestrazione poi, il genio belliniano raggiunge apici in particolar modo in alcune scene, che appaiono a dir poco futuristiche. La tensione va mantenuta costante, ma al tempo stesso la musica deve fluire, affinché si trovi un equilibrio e si possa dare un’enfasi ai passaggi più celebri”.

Spiega a sua volta Andrea De Rosa: “La regia non punta a ricostruire in modo certosino gli ambienti descritti nel libretto ma neppure ad attualizzarlo in modo eccessivo. La definirei una reinterpretazione, vale a dire la traduzione del contesto dell’opera in ottica moderna. Quindi non ci troviamo esattamente nella Gallia invasa dai romani, ma siamo comunque in un qualche Paese occupato da milizie straniere. ‘Norma’ richiede una doppia scenografia, una esterna per il plot storico, quello della dominazione romana, l’altra interna per il versante privato, in cui ho chiesto ai cantanti di recitare come attori di prosa. Devo ringraziare il teatro che per passare rapidamente da una scenografia all’altra ha messo in funzione per la prima volta il nuovo sistema di ponti mobili. Pensando ai soldati invasori, che sono parte essenziale della vicenda, e per dar corpo alla loro ferocia, ci siamo ricordati delle sevizie perpetrate dai militari statunitensi a danno dei detenuti nel carcere iracheno di Abu Ghraib”.

Sottolinea infine Jessica Pratt: “ La parte di Norma, come sappiamo, è molto complessa e impegnativa sia da un punto di vista drammatico che sotto il profilo vocale: una vera sfida. Serve una grande abilità non solo lirica, ma anche belcantista, e questo per poter abbracciare tutte le nuances descritte da Bellini. Si tratta della mia prima Norma: ho trovato in lei una grande forza ma al contempo ne avverto la fragilità, la vulnerabilità. Mi rispecchio nell’impostazione registica che cerca di ‘scavare’ nell’anima del personaggio, evitando di farne una semplice caricatura”.

Il capolavoro di Vincenzo Bellini, su libretto di Felice Romani,  vide la luce il 26 dicembre 1831, alla Scala, potendo contare su due voci leggendarie: Giulia Grisi (Adalgisa) e Giuditta Pasta (Norma). Dopo la tiepida accoglienza milanese, “Norma” diventerà una delle opere più amate dell’Ottocento, un vertice assoluto del nostro repertorio melodrammatico.

Foto di Michele Monasta (part.)

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