Mafie e globalizzazione: un’ Agenda mondiale per prevenire le infiltrazioni

L’intervento di Giuseppe Lumia, già presidente della Commissione Antimafia

Il riciclaggio da parte delle mafie ha tre caratteristiche micidiali con cui dobbiamo
fare i conti.
La prima è la loro globalizzazione. La seconda è che hanno acquisito via
via un particolare know how diretto e indiretto che le pone in condizioni di seguire bene questa delicata fase della loro devastante accumulazione economica. La terza caratterizzazione è che l’economia illegale passa a quella legale con una facilità estrema. Così le mafie prosperano, aumentano i loro fatturati senza che la politica e gli organismi internazionali sappiano trovare le misure adeguate a contrastarle. Anche le analisi su tale fenomeno soffrono per la carenza di ricerche adeguate. Ancora più difficoltà incontrano sia l’azione repressiva che quella preventiva. Partecipo da anni al più importante e internazionale Simposio che si svolge all’Università di Cambridge, dove ho potuto mettere a fuoco problemi e prospettive di impegno che purtroppo trovano orecchie da mercante presso gli Stati e negli stessi Organismi Internazionali.

Grazie al riciclaggio, le mafie si sono globalizzate, mentre le forze antimafia sono ancora localizzate
. C’è una tale asimmetria tra la capacità delle mafie e la forza di contrasto degli Stati che fa del riciclaggio un fenomeno foriero di guai per le economie sane e per le stesse democrazie.

Alcuni settori dell’economia illegale sono in piena espansione. L’elenco è lunghissimo: innanzitutto, le estorsioni, il controllo della prostituzione, l’usura e la tratta degli esseri umani, a danno soprattutto degli immigrati; non dimentichiamo poi il traffico internazionale delle armi, dei rifiuti speciali e delle scorie radioattive, dei diamanti, dell’oro, dell’argento e delle pietre preziose, perfino di prodotti agricoli e di animali esotici. Altre attività sono quelle più consolidate, come il controllo delle risorse pubbliche, con truffe private e pubbliche e corruzione, soprattutto del ciclo del cemento, dello smaltimento dei rifiuti ordinari, speciali e radioattivi e del vasto sistema degli appalti. Su tutte spicca il narcotraffico, che è l’attività che garantisce ricchezze smisurate e tiene insieme tutte le mafie.

L’economia illegale si mescola oggi facilmente con l’economia legale, grazie all’attività di riciclaggio finanziario, che tuttora non subisce un contrasto adeguato, e così si rischia di trovarci di fronte un inquinamento economico di portata storica. Esiste una miriade di società e di professionisti, i cosiddetti “colletti bianchi”, che sono al servizio delle attività mafiose soprattutto nel passaggio telematico, finanziario e cartolare dall’economia illegale a quella legale.

E’ necessario tentare di entrare dentro i processi di globalizzazione, per capire come le mafie hanno interagito con essi. Di recente, ne ho parlato con i giovani della prestigiosa organizzazione Giovanile tedesca della Jusos, che mi hanno chiesto di capire di più su come stanno realmente le cose e su come potere agire. Bisogna tener conto che il contesto in cui proliferano le mafie è quello globale. La stessa dimensione temporale è quella del “just in time”. In un batter d’occhio, le mafie sono in grado di movimentare traffici illeciti ed esercitare il riciclaggio, mentre il controllo di legalità è parziale, lento e del tutto privo di adeguati strumenti per agire sul piano globale. In sintesi, si torna al punto principale: le mafie sono globali, le antimafie sono locali.

Con la globalizzazione, in sostanza, dobbiamo fare i conti. La politica sino adesso non ha saputo prendere le misure giuste. È spiazzata, silente, sporadicamente la rincorre e non ha ancora saputo trovare l’approccio per una sua adeguata governance. Basti guardare ai cicli della globalizzazione per comprendere il fiato corto della politica e per constatare invece il dinamismo perverso delle mafie.

Il Primo Ciclo è stato quello della “globalizzazione virtuosa”. È stata ritenuta tale da un coro pressoché unanime sia nella politica sia tra gli esperti per la crescita che in effetti all’inizio si era verificata a vantaggio dei Paesi emergenti. Questa è stata la fase che possiamo definire piuttosto “ingenua”. La globalizzazione è stata infatti decantata ai quattro venti, si è voluto spingerla al massimo, perché si è pensato che fosse la meta più avanzata della convivenza umana. In effetti, all’inizio ha prodotto un processo liberatorio delle energie e delle potenzialità di diversi Paesi, in particolare dei cosiddetti Paesi BRICS. Si è compreso tardi che le cose non erano del tutto semplici e migliorative. Le mafie e le illegalità diffuse venivano pertanto considerate per lo più un inevitabile effetto collaterale dello sviluppo inedito delle società, avanzate e non. La politica si è limitata ad osservare e ha lasciato che il fenomeno della globalizzazione scorresse lungo i binari dell’economia senza regole.

È seguito rapidamente un Secondo Ciclo, quello della “globalizzazione finanziaria”.
L’economia reale, quella produttiva, si è fatta travolgere facilmente prima da quella dei titoli in Borsa e poi da quella più moderna delle transazioni elettroniche. La cosiddetta finanziarizzazione dell’economia ha dominato via via gli scambi, ha determinato nuove gerarchie e spostato i luoghi decisionali del vero potere economico. Ma anche questo ciclo ha gettato presto la sua maschera, spingendo interessi economici e diversi Paesi sull’orlo del disastro. Nel 2008, la crisi è esplosa anche nei Paesi occidentali e nella nostra stessa Europa, con drammatiche conseguenze sociali in termini di diffusione di disuguaglianze e povertà. Le mafie non sono rimaste a guardare e non sono state più solo un effetto collaterale della globalizzazione, ma sono divenute parte integrante di un certo modello di sviluppo, privo di governance e di standard di tutela dei diritti umani e dei vincoli sociali e
ambientali.

La politica ha perso un’occasione preziosa, si è limitata a piccole correzioni, per evitare i crolli soprattutto del sistema bancario e non ha imboccato la strada di una progettualità in grado di stabilire regole di governo globale dell’economia e delle transazioni, secondo il modello dello sviluppo sostenibile socialmente e ambientalmente.

Siamo dentro adesso al Terzo Ciclo, quello della “globalizzazione anarchica o cinica”, caratterizzata da un’assenza di regole omogenee e dalla mancanza di soggetti in grado di garantire un’adeguata governance della globalizzazione. Niente controlli, scarsi accordi, diffusione delle mafie e dei riciclaggi soprattutto finanziari. Nel cicloattuale tutto è lecito: aggredire un Paese come l’Ucraina, sottovalutare il cambiamento climatico, lasciare ai trafficanti di esseri umani la gestione del fenomeno dell’immigrazione. Oltre alla finanziarizzazione dell’economia, si è aggiunta l’economia cartolarizzata, in cui alcune società rilevano debiti di imprese e degli stessi cittadini in difficoltà, in crisi di liquidità e soprattutto esposti verso le banche e le società finanziarie. Le mafie, con le loro ingenti risorse finanziarie, in questo gioco tra economia finanziaria ed economia cartolarizzata, riescono a svolgere una funzione di intermediazione e di riciclaggio, appunto, senza trovare nessun ostacolo, tanto da entrare sempre più in simbiosi con l’economia e la società, e senza incontrare un contrasto adeguato in termini sia di prevenzione che di repressione.
La politica si è lasciata addirittura trascinare dalle dinamiche populiste e sovraniste, che sono invece la soluzione peggiore di fronte ai processi di globalizzazione, che di fatto non sono in grado di contrastare le caratteristiche dell’economia globalizzata, finanziarizzata e cartolarizzata. È giunto pertanto il momento di cambiare passo e ripensare e riprogettare una nuova governance della globalizzazione.

Tirando le fila, è del tutto evidente che la lotta alla mafia non può essere affidata alla buona volontà della magistratura e delle forze dell’ordine, dei cittadini, di alcuni soggetti sociali e di singole personalità politiche. C’è bisogno di promuovere una moderna progettualità, che abbia un criterio guida ben chiaro. Si tratta del legame tra legalità e sviluppo, da fare scorrere in un nuovo contesto istituzionale: Stati Uniti d’Europa e ONU. Il contesto istituzionale deve far maturare nuove politiche pubbliche, soprattutto su aspetti delicati e controversi come la lotta alle mafie. Non può essere ristretto all’ambito nazionale, superato e incapace di tenere il passo della globalizzazione e foriero di rischiosi conflitti interni ed esterni. L’orizzonte istituzionale della governance deve avere ben altro respiro, si deve collocare a un livello almeno continentale.
Nel nostro spazio geopolitico, bisogna guardare quindi alla dimensione europea.

Tuttavia, non dobbiamo riferirci all’attuale Europa nel suo ingessato assetto Confederale, che assegna ai singoli Stati il potere reale del governo dell’Unione Europea, con i risultati scoraggianti che conosciamo e che abbiamo sperimentato più volte: nella fallimentare gestione dei processi migratori, durante la pandemia, con l’incapacità di produrre un vaccino e una politica sanitaria condivisa. Adesso, con la guerra che la Federazione Russa sta portando avanti contro l’Ucraina, sono venuti fuori tutti i limiti della gestione comune delle politiche energetiche e sulla sicurezza.

Bisogna invece riferirsi ad un’Europa con un nuovo assetto Federale, in sostanza bisogna investire sugli Stati Uniti d’Europa. Anche le materie delle politiche pubbliche contro le mafie devono quindi trovare un solido ancoraggio in un tale livello istituzionale, per essere condivise e applicate in tutti i Paesi aderenti e per essere efficaci e in grado di orientare le scelte nella più vasta realtà della governance globale.

L’obiettivo, già dalla prossima legislatura europea, deve essere chiaro: contro le
mafie è necessario costruire lo spazio giuridico, sociale, investigativo, antiriciclaggio di una moderna antimafia europea
. Le condizioni ci sono tutte, perché già abbiamo degli istituti come Europol ed Eurojust che potrebbero evolversi facilmente in una dimensione capace di creare lo spazio giuridico e di contrasto alle mafie nella loro versione di riciclaggio globale. Questa nuova dimensione tipica di un’Europa federale capace di realizzare uno Spazio Antimafia Comune, ci sta lavorando da anni la Fondazione Caponnetto guidata da Salvatore Calleri. 

In tutto questo, per completare il quadro istituzionale, è necessario ripensare e riprogettare pure la funzione dell’ONU, nell’ottica avanzata degli Stati Uniti del Mondo. In tale direzione a Napoli, in questi mesi, ha preso il via un’idea-progetto di grande qualità e impatto sociale promosso dalla Fondazione Stati Uniti del Mondo guidata da Michele Capasso. Oggi, l’ONU ha un tipo di governance interna debole e paralizzata del sistema dei “veti incrociati”. Sulle mafie ha provato più volte a definire protocolli, piani e strategie, ma senza ottenere i risultati sperati.

Ecco perché è necessario riorganizzare il modello decisionale e prevedere per la lotta alle mafie, come naturalmente per la tutela dei diritti umani, per il contrasto al cambiamento climatico, per la lotta alle disuguaglianze e soprattutto per la promozione della pace, una competenza ONU dotata di rappresentanza e di strumenti di intervento diretto tanto sul lato della prevenzione quanto su quello della repressione, se facciamo riferimento alla lotta alle mafie.

Con una struttura operativa diversa in mano alla gestione dell’ONU, ad esempio, si potrebbero utilizzare nella lotta al narcotraffico le nuove tecnologie per dettare norme quadro sul versante del consumo. Si potrebbe regolare l’utilizzo trasparente dei social e monitorare con sistemi satellitari avanzati i luoghi di produzione delle sostanze, come pure si potrebbe controllare la commercializzazione che oggi utilizza la rete, ampliando inoltre la sfera di intervento sui Paesi assoggettati ai narcotrafficanti con piani reali e condivisi di riconversione delle colture e con progetti di prevenzione sociale e culturale.

Lo stesso impegno l’ONU dovrebbe assumere nel contrasto alle più sofisticate strategie del riciclaggio finanziario, telematico e cartolarizzato. Si dovrebbe in questo caso inserire all’interno della organizzazione dell’ONU le strutture della UIF (Unità di Informazione Finanziaria), oggi chiamata ad effettuare le analisi e gli studi su singole anomalie nei vari settori dell’economia ritenuti a rischio, su categorie di strumenti di pagamento e su realtà economiche territoriali. In questo modo, potremmo avere una UIF globale con derivazioni nei singoli Paesi, liberate dal legame e dai vincoli nazionali. Inoltre, ai loro dirigenti e funzionari si dovrebbe garantire lo status di diplomatici ONU, per evitare condizionamenti, ripercussioni vendicative.

Naturalmente, la rete UIF andrebbe dotata di mezzi e risorse cospicui, con poteri direttamente in grado di agire sulle autorità bancarie e finanziarie nazionali e con potestà di controllo e rimozione soprattutto sui “paradisi fiscali” e sui Paesi cosiddetti “off-shore”, che a vario titolo e con diverse intensità ritroviamo in decine e decine di Paesi. Ne cito alcuni, menzionati dagli organismi internazionali: Belize, Brunei, Costa Rica, Filippine, Guatemala, Isole Cayman, Isole Cook, Isole Marshall, Liberia, Montserrat, Nauru, Niue, Panama, Uruguay, Samoa Americane, Anguilla, Bahamas, Isole Vergini Britanniche, Costa Rica, Figi, Guam, Isole Marshall, Palau, Panama, Russia, Samoa, Trinidad, Tobago, Isole Turks, Caicos, Isole Vergini degli Stati Uniti, Vanuatu e diversi altri anche presenti nel cuore della nostra stessa Europa.
Le politiche pubbliche contro il riciclaggio e contro le mafie in sostanza devono uscire fuori dagli attuali confini locali e diventare di competenza di contesti istituzionali di aree vaste di respiro continentale e mondiale.

Così si può avere un’Agenda mondiale che sposti l’asse dell’intervento pubblico e sociale dal “giorno dopo” le aggressioni delle mafie al “giorno prima”, dove si possono ottenere i migliori risultati nella lotta al riciclaggio e si possa perseguire l’obiettivo più generale di liberare l’umanità dalle mafie.

In foto Giuseppe Lumia, già presidente della Commissione Antimafia

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