Integrazione: non è roba da social

19274812_701644923358790_5056310218158035406_nC’è sempre da imparare, tantissimo, dalle polemichette che si sviluppano sui social. Tu puoi anche non essere al corrente degli ultimi fatti di una certa risonanza, ma se apri Facebook e scorri le pagine dei tuoi amici (definizione quanto mai generosa e largheggiante) ti accorgi immediatamente che qualcosa di grosso è nell’aria. Ad esempio: è evidente che Donnarumma l’ha fatta grossa assai. Certo, rimarrebbe da capire chi diavolo sia Donnarumma, se magari non sia una marca di Sambuca o quale diritto civile abbia così orrendamente calpestato per essere alla gogna in un post su cinque, fatto oggetto di definizioni non esattamente gentili. Poi approfondisci e ci arrivi: ha accettato un ingaggio da un’altra squadra di calcio e ha lasciato delusi i tifosi della precedente. Eh beh.

Ce n’è senz’altro abbastanza per una interrogazione parlamentare. Un fatto certamente molto increscioso, che nel cuore degli amici social ha cancellato la precedente diatriba, espressa da migliaia di post tipo “Fuori gli stranieri!”, “L’Italia agli italiani” o “Non ci invaderete mai”, cose così. Anche lì, l’immagine evocata essendo era quella dell’orda di Unni assetati di sangue calante dalle Alpi venete, ci siamo un attimo informati: ah, no. Tutto a posto. E’ che stanno discutendo un’altra volta della riforma della cittadinanza, tra ius soli e ius sanguinis. Se si lamenta Casapound certo il fatto è grave, però; quando un simile apporto di ideali all’avanguardia si esprime bisogna sempre inorecchiarsi.

Quale in effetti sia il pensiero degli autonominatisi (con gentile riconoscimento anche degli altri tutti) i “Fascisti del Terzo Millennio” è un po’ complicato a dirsi, dal momento che nelle loro dichiarazioni, partendo da una considerazione tipo “Proteggiamo l’identità italiana”, fanno anche capolino cose che non c’entrano in modo particolare; tipo, riferimenti agli attentatori dell’Isis, salvaguardia della purezza della razza, inneggiamenti al Duce e riferimenti ai Protocolli dei Savi di Sion. Da qui agli alieni di Scientology il passo è estremamente breve, naturalmente, e la discussione politica facilmente degenera dall’espressione di un parere che, legittimo, è soggetto al voto e alla discussione alla Camera, al paventare l’intervento dei Men in Black e di una rubrica di Martin Mystére. Il fatto poi che lo stesso Ezra Pound, pur nel momento non esattamente più lucido della sua carriera culturale, dichiarasse il fascismo essere una realtà inscindibile dal tempo che l’aveva vista nascere, rende il tutto molto complicato e anche un attimino triste.

Anche perché il dibattito sulla trasformazione delle leggi sulla cittadinanza, in realtà, poteva essere vivace e foriero di grandi ed ottime discussioni, anziché di manganellate e sproloqui sui social. I cui frequentatori, nella stragrande maggioranza, non hanno affatto compreso che, con l’immigrazione – evidentemente per molti italiani lo spauracchio numero Uno, ben più della criminalità organizzata, della Crisi, dell’inflazione, della spaventosa ignoranza becera in cui versa il nostro Paese, dell’insensatezza del disimpegno assoluto del cittadino nei confronti della società in cui pare vivere come in una casa di villeggiatura – il discorso della cittadinanza c’entra in misura piuttosto marginale. Evidentemente, ai tanti improvvisati opinionisti sfugge il fatto che lo Stato già spende un bel mucchio di miliardi per prestare assistenza sociale ed economica (istruzione, sanità, domiciliazione, sicurezza) agli immigrati presenti sul territorio. E aggiungiamo, come carico da undici: in moltissimi casi, anche agli immigrati irregolari e irregolarissimi.

Ad esempio: siamo un Paese così civile che se ti arriva in casa una donna con tre bambini la nostra società si prende cura, in maniera spesso appena sufficiente, ma spesso anche con risultati eccellenti, di tutto il nucleo. Se un tizio qualunque appena arrivato dal nulla si presenta in ospedale, lo si cura, documenti in regola oppure no. E’ una questione di civiltà, prima che di cittadinanza. E scusate tanto se l’idea di un Paese che faccia un passo indietro quanto a civiltà non ci sorride affatto, benché per questioni concrete di mezzi finanziari, di difficoltà logistiche e di un senso di giustizia capace spesso di scivolare mani e piedi nel giustizialismo comprendiamo che si possa a volte avere la tentazione di volersi prendere una vacanzina dalle molte, moltissime responsabilità che la civiltà del Ventunesimo Secolo comporta.

Adesso, per essere equi occorre rimanere equidistanti dalle logiche delle diverse posizioni; da quelle della difesa a oltranza dell’italianità, qualunque cosa essa sia, come da quella dell’integrazione a tutti i costi a partire dalla trasformazione giuridica, cosa che in tanti altri Paesi che hanno compiuto questo percorso prima di noi – la Francia, ad esempio – osserviamo come non sia avvenuta seguendo il progetto delineato e creando al contrario una situazione per molti versi paradossale. Non siamo ingenui; pensare che la soluzione per una effettiva integrazione sia così a portata di mano sarebbe assurdo, specialmente considerando le ricadute a lungo e lunghissimo termine di fattori di cui oggi non comprendiamo né il peso, né la natura e che incidono su di una trasformazione sociale e culturale in atto in modo probabilmente irreversibile: le dinamiche della globalizzazione, l’influenza del portato delle reciproche storie, i vissuti contemporanei, tutto pesa, tutto fa la differenza. Pure, da qualche parte bisogna pur partire.

E a un certo punto, quando la progettazione di una civiltà futura appare non tanto difficile quanto addirittura utopistica, non resta molto altro da fare se non eliminare le barriere più visibili allo sviluppo di processi equitativi, e sperare che tutto vada per il meglio, e di avere la forza per il futuro di correggere il tiro individuando i problemi più macroscopici. La realtà è dura come un muro di mattoni ai 130 all’ora: le persone, migrano, in cerca di situazioni maggiormente confacenti alle loro necessità. Da sempre. Se pensiamo di evitare il problema innalzando un muro, ce lo ritroviamo moltiplicato per dieci fra qualche anno – scaricato, molto opportunamente, sulla schiena della prossima generazione. C’è anche da ricordare che siamo una piattaforma in mezzo al mare con una quantità di confini non esattamente inviolabili nel pieno dei tragitti migratori di molti popoli interessati al fenomeno – non ultimi, tra l’altro, noi stessi.

Non siamo, per dire, un paesello arroccato tra le Alpi, tipo l’Austria, che pure accoglie domande di cittadinanza con una frequenza ed una proporzione di gran lunga maggiori delle nostre. E considerate che il nostro Paese si trova di fronte ad un problema enorme quanto a deficit demografico: con la natalità degli autoctoni, il default del welfare in un futuro piuttosto prossimo è assolutamente certo e garantito. Insomma: sforzarsi di trovare soluzioni per governare processi in ogni caso ineludibili non è la peggior cosa che si possa fare. Casomai, ci sarebbe bisogno di un dibattito molto maggiore, e molto più completo, sul come e cosa fare; rigettare le istanze in toto è comodo e rassicurante, ma stupido. Nessuno dice che le soluzioni riguardo alla cittadinanza siano definitive e perfettamente vantaggiose e risolutive. Anzi; in quanto osservatori privilegiati di una prospettiva storica possiamo dire senz’altro che gli effetti positivi e negativi di queste scelte, oggi molto nebulose, nel bene e nel male si manifesteranno con relativa chiarezza a noi solo tra molti anni. Di qui, di nuovo, la necessità di presentare, e affrontare, un numero maggiore di proposte costruttive. Delle quali “L’Italia agli italiani” non ci sembra essere affatto un esempio spendibile.

Oltre a ciò, la tristezza di un dibattito che finisce tra le manganellate è assoluta; pure, la sede corretta dei dibattiti, nel nostro Paese, è nelle urne e nei luoghi politici deputati a ciò, non certo nelle piazze, a furor di popolo. Altrimenti, se si trascina lì detto dialogo, chi è più forte ha più ragione; e c’è appena da notare come gli attivisti di cui sopra si rifanno ad un modello in cui la forza equivaleva al diritto un po’ troppo spesso per i gusti attuali – i nostri, perlomeno. Nel momento in cui la forza maggiore non è la loro ma quella esercitata dallo Stato, a questo punto, non dovrebbero lamentarsi. Non quando lo stesso sistema che consente loro di esprimere un dissenso anche energico è il sistema che vorrebbero eliminare in favore di un vecchio sistema che il dissenso non lo consentiva. Ma intendiamoci: quelli di Casapound non sono i soli ad essersi espressi in modo violentemente negativo nei confronti dello ius soli, pur temperato, o dello ius culturae; sono molti i cittadini che ritengono che la cittadinanza debba essere riservata, per diritto, a chi, per puro caso, nasce nel nostro Paese.

Mentre sono pronti ad avversare il concetto di una cittadinanza che, per una volta, sia accordata a chi per dimostrazione di una volontà propria, o dei propri genitori, sia determinato ad impegnarsi per ottenerla. E questo, dobbiamo dire, è un fatto curioso. Già nella Roma antica, da cui provengono i nostri concetti legati a questo tema, la cittadinanza era considerata una cosa molto seria: si lottava strenuamente per ottenerla, e veniva concessa col contagocce a chi nasceva altrove; ma anche a chi la otteneva per nascita non era garantita a vita, e le condanne peggiori erano quelle che culminavano nella perdita della cittadinanza romana. Il maggiore dei diritti, il più ambito; quello da meritarsi, per cui impegnarsi. Adesso, non vorremmo che tutta questa paura di una cittadinanza che possa anche essere ottenuta per meriti non sia dovuta alla prospettiva di una cittadinanza che, per demeriti, potrebbe anche essere confiscata. Una prospettiva, a pensarci bene, oltremodo interessante.

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