Il profluvio di banalità riversate sui social networtk (questa volta ancor più che sulla stampa) dopo la morte di don Andrea Gallo ha superato grandemente il livello di guardia. Specie da parte di chi, piangendolo affranto, della Chiesa sicuramente, della spiritualità e dell’anima probabilmente non importa un accidente. Fiumi di frasi fatte e torrenti di luoghi comuni sono stati riversati per la morte di questo comunque grande uomo e sacerdote che è stato un testimone più che un maestro.
Testimone perché ha vissuto personalmente quel Vangelo che professava, tra gli ultimi e gli emarginati ma non maestro, nel senso che don Gallo non è mai stato portatore di messaggi eretici o istanze eterodosse tali da accreditare un’idea differente di Chiesa e cristianesimo. Sostanzialmente ha vissuto in linea con quello che si legge nei Vangeli canonici (laddove l’uso del termine canonico lo utilizziamo con beneficio d’inventario). La vera dissonanza con la Buona Novella risiede invece in quella Gerarchia ecclesiastica che cerca di mitigare, fino allo snaturamento, il messaggio di Cristo.
Pochi hanno scritto come la sua vita i e le sue frasi (lui ben consapevole) siano state usate da certi ambienti, diciamo a metà strada tra l’ideologia e la new-age, per fini del tutto differenti da quelli da lui predicati (la conseguenza dei gesti alla Parola). Il perimetro culturale di chi lo ha salutato a “bella ciao”, con la bandiera rossa o il pugno chiuso ha poco a che spartire con gli orizzonti del prete scomparso nonostante proprio lui sia stato il primo, vista la contingenza, a praticarli. Costoro ne rimpiangeranno più l’assenza alle feste dell’Unità che la presenza nelle loro vite. Perché la vera rivoluzione non ha colore alcuno ed è semplicemente la coerenza con le proprie idee