Doktor Raul (Montanari) e l’arte dello scrivere ambivalente

Andrea Canova intervista Raul Montanari

Interviste che intendono far conoscere qualcuno a qualcun altro, come se due sconosciuti si incontrassero per la prima volta.
L’intervistato ha la più assoluta libertà di dire o non dire ciò che vuole di se stesso.
In queste interviste non si cerca il clamore, il gossip, lo shock.
Si tratta di interviste scritte dall’intervistato, dunque non orali, per ovviare al brutto costume italiano di “modificare” il detto dell’intervistato, a volte con scopi non ben chiari, o fin troppo.
Rispetto alle specificità professionali dell’intervistato, le novità professionali non saranno dimenticate.

– Chi è Raul Montanari?

Penso, o forse spero, di essere una persona decente, forse anche perché metto l’onestà intellettuale, o se preferisci l’obiettività, al primo posto fra le cose a cui aspiro nella vita da sempre. Insomma sono uno che vede anche i rigori contro, non solo quelli a favore, e questo vale sia per me sia per i vari cerchi concentrici delle persone che amo, che mi sono care, che mi sono amiche, che stanno in qualche modo dalla mia parte.
Per il resto una sera, molti anni fa, stavo facendo il gioco dei difetti insieme a Daria Bignardi, mia amica dal 2 dicembre 1985, e al suo primo marito. Prima diciamo i difetti di Daria, poi quelli del marito e ora toccava a loro dire i miei. Silenzio.
“Oh, ma siete matti? Guardate che non mi offendo,” li incoraggio io.
“Sai cosa?” cerca di spiegare Daria. “Tu non hai difetti… cioè quelli che hai sono voragini, problemi così grossi che sarebbe frivolo chiamarli difetti. Ma i difetti che vanno bene per questo gioco non li hai, ecco.”
Mi sembra un’ottima definizione che funziona ancora.

– Che tipo di formazione hai? Studi, letture, mentori

Ho studiato prima al liceo classico e poi lettere antiche, quindi ho quel tipo di cultura. Poi però ho fatto il master in comunicazioni sociali in Cattolica, indirizzo pubblicitario, e ho lavorato in una multinazionale dell’advertising (la TBWA) dal 1985 al 1986. Mi sono licenziato presto perché ho capito due cose: che un vero pubblicitario è uno che quando riparte il film prende il telecomando e fa zapping per cercare gli spot sugli altri canali, cioè prende molto sul serio quello che fa e lo fa a tempo pieno; l’altra cosa era che io non volevo essere questo, mi interessava di più la letteratura.
Per un paio d’anni ho vissuto di lezioni private, rubando ai supermercati per mangiare ogni tanto qualcosa di buono e accettando regali da certe signore milanesi gentili, abbienti e molto carine. Infine, nell’autunno dell’88, sono diventato un collaboratore della Leonardo Editore, la casa editrice che Leonardo Mondadori aveva fondato e che presto mise insieme un catalogo meraviglioso. È iniziato tutto lì: nel ’90 ho cominciato a tradurre autori importanti, nel ’91 hanno pubblicato il mio primo romanzo che avevo scritto tre anni prima.
Le persone che mi hanno più aiutato in questa fase sono state Giovanni Testori, Goffredo Fofi, Giuseppe Pontiggia e più di ogni altro Aldo Busi, che nel ’94 mi ha fatto passare in Feltrinelli.
Quanto alle letture, a parte i classici greci e latini sono stato molto attratto all’inizio dai maestri del fantastico come Poe, Kafka, Borges, ma anche da Mann: credo di avere il record di riletture del Doktor Faustus, sicuramente almeno dieci! Poi una grande influenza è stato Dürrenmatt. Fra gli italiani, oltre a poeti come Montale, Caproni e Milo De Angelis, credo di avere amato Moravia più ancora di Calvino perché è stato il più grande romanziere del Novecento italiano, il narratore puro, una macchina che produceva storie. Moravia era come un musicista con la testa piena di melodie, si potrebbe paragonare a Puccini, a Lennon e McCartney. O a Battisti, perché no?

– Parlando della tua scrittura: puoi uccidere e puoi amare allo stesso tempo; puoi imbrogliare e puoi indignarti allo stesso tempo e via così, ambivalenza su ambivalenza, ambiguità dentro ambiguità nella quale non puoi decidere da che parte stare anche se devi, portando con te l’intero carico delle ambiguità. Credo che questa sia una cifra della grande letteratura e della grande arte dove, al fondo, l’autore ti pone davanti a un grande dilemma etico e mi sembra che sia anche la cifra distintiva del tuo scrivere. Sei d’accordo?

Sono d’accordissimo con la definizione, non so se si adatta a me ma il complimento implicito mi fa molto piacere. Fra l’altro si ritrova proprio in un passo del Doktor Faustus, là dove il protagonista afferma che l’essenza dell’arte è l’ambiguità.
Come gli autori che ho citato e altri quale l’immane Cormac McCarthy, a cui sono legato per aver tradotto i romanzi che lo hanno reso famoso in Italia negli anni ’90, anch’io sento la vocazione di testimoniare il lato oscuro dell’uomo, e lo faccio riconoscendo in me stesso queste ombre. Credo che un narratore sia uno che non dice mai “loro”, tanto meno dice “voi”, ma dice sempre “noi” o “io”. Non dice per esempio “loro uccidono” ma dice “noi uccidiamo, gli uomini uccidono”.
Non c’è niente di quello che un essere umano può fare, nella santità o nell’orrore, con tutte le sfumature intermedie, che io non ritrovi in me. Magari in piccola parte ma c’è sempre. La letteratura alla fine non è che la rappresentazione dell’eterna lotta fra il bene e il male. I Promessi sposi non esisterebbero senza don Rodrigo e questo vale per tutta la narrativa, a partire dalla fiabe per l’infanzia.
Il punto è che il bene e il male non sono mai distinti in modo inequivocabile. Se pensi alla storia del noir, dai primordi ai giorni nostri, in fondo è la storia dell’umanizzazione del criminale e del detective, due figure che arrivano quasi a confondersi. Ma anche rimanendo a Manzoni, lui fa fare figure tremende a tutti i personaggi, anche quelli positivi come fra’ Cristoforo, il cardinal Borromeo, perfino Lucia! E d’altra parte non solo umanizza l’Innominato e ne fa una figura esemplare di coscienza criminale tormentata, ma ci fa sentire vicino perfino quel vilain un po’ convenzionale di don Rodrigo: nel momento in cui don Rodrigo si sveglia dall’incubo e scopre di avere la peste, come può il lettore non avere pietà di lui? Come fai a non riconoscere in te stesso la sua angoscia?

– Per Baldini&Castoldi è da poco uscito il tuo ultimo romanzo, Il disegno magico. Di che storia si tratta?

È una storia a cornice. Nel gennaio del 2022, durante l’ultimo lockdown, in una palazzina milanese semideserta Angelo riceve la visita della neoinquilina Francesca, e le racconta la vicenda drammatica e misteriosa che gli è accaduta a partire da un remoto accadimento del 2000, per trovare la sua conclusione nel 2020.
Ci sono due protagonisti, di fatto, perché Francesca è l’io narrante del libro, e anche la personalità più spiccata dei due, ma le cose più interessanti sono capitate ad Angelo ed è naturale che sia lui a raccontarle.
Il motore narrativo di questa storia è la vendetta, in diverse declinazioni, e mi sono sorpreso quando mi hanno fatto notare che questa è la prima volta che succede benché ormai abbia pubblicato diciotto romanzi oltre ad altri libri.
Gli ingredienti del menu offerto al lettore sono quelli di cui abbiamo già detto, con una cosa in più che non abbiamo ancora menzionato: lo humour. Negli anni Duemila ho scoperto che mi piace moltissimo far ridere il lettore, almeno di tanto in tanto, e anche questa è una testimonianza più precisa di come funziona la nostra vita. Non c’è una sola delle nostre giornate in cui, a fare i conti alla fine, le risate non siano state più delle lacrime. La vita è una tragedia, forse, ma noi la viviamo come una commedia.

– Hai scritto romanzi, racconti, poesie, saggi, opere teatrali e sceneggiature. Sei un traduttore che si muove tra Sofocle, Shakespeare, Edgar Allan Poe e l’appena scomparso e grandissimo Cormac McCarthy. Al centro – o ai margini – di questo scrivere, qual è la poetica di Raul Montanari?

Se dovessi usare una sola parola direi: intensità.
Tutte le mie esperienze sia personali sia narrative hanno avuto questa qualità e ho sempre cercato di metterla anche nella scrittura, così come nella traduzione che è un’esperienza che sta a metà fra lettura e scrittura.

– Sei anche un educatore. Educhi alla scrittura, insegni a scrivere, a raccontare. Perché lo fai?

Be’, anzitutto è un lavoro e mi permette di guadagnare bene, cosa importante per me visto che sono partito da zero e posso contare solo sul mio lavoro per vivere. Penso di essere il docente di scrittura creativa più pagato d’Italia; non a caso qualche tempo fa, quando ho detto a un mio collega nel ramo qual è il mio fatturato annuo, lui si è messo a ridere pensando che fosse una battuta.
Quando ero bambino, un giorno ho chiesto ai miei genitori cos’è la felicità, perché il significato di questa parola mi sfuggiva.
“Sei felice quando stai con la persona che ami”, ha risposto mia madre.
“Uno è felice quando fa il lavoro che gli piace”, ha detto mio padre.
Curiosamente tutti e due, nel rispondere così, si dichiaravano infelici perché mia mamma non amava mio padre (lui sì), e d’altronde mio padre faceva un lavoro che non gli piaceva affatto.
Insegnare scrittura mi piace immensamente, forse perfino più di scrivere, e questo ha a che fare con la mia cultura umanistica perché l’umanesimo si basa proprio sulla paideia, sulla trasmissione dei saperi, che poi non è mai neutra sul piano etico o esistenziale perché quella che trasmetti è sempre anche una visione del mondo, una gerarchia di valori.
Quindi mio padre direbbe che devo considerarmi felice; mia mamma, più attenta all’altro aspetto, magari si terrebbe qualche perplessità.

– Qual è il tuo più grande sogno?

Forse ritrovare quella sensazione esplosiva che ho avuto certi momenti della mia vita, che definirei come di ripartenza dopo una fase di stagnazione. Sono momenti slegati dall’età: mi è capitato per esempio quando come ti dicevo ho lasciato la pubblicità, ma anche intorno al cambio di millennio e poi più di recente, appena passati i cinquant’anni.
È difficile che mi ricapiti ma non impossibile.

– Qual è la tua più grande paura?

Che una malattia faccia del mio corpo un dittatore, mi renda schiavo dei capricci e delle avarie del mio corpo. Che paradosso! Il corpo non comanda mai tanto su di te come quando è malato, cioè non è mai così forte come quando è debole. Per ora se ne sta al suo posto, spero che continui così.

– Che cosa vorresti lasciare dopo la tua morte?

I dannati dell’Inferno di Dante hanno un solo desiderio: essere ricordati. Ecco, vorrei lasciarmi dietro abbastanza amore e bellezza per essere ricordato.

FINE

Biografia
Raul Montanari ha pubblicato una trentina fra romanzi, saggi e libri di racconti. Fra i più noti, i romanzi La perfezione (1994, premio Linea d’Ombra), Chiudi gli occhi (2004), L’esistenza di dio (2006), La prima notte (2008), Strane cose, domani (2009, Premio Bari, Premio Siderno e Premio Strega Giovani), Il regno degli amici (2015, premio Vigevano), La vita finora (2018, premio Provincia in giallo), Il vizio della solitudine (2021, premio Como), Il disegno magico (2023) e il saggio Il Cristo zen (2012).
Con Aldo Nove e Tiziano Scarpa ha scritto Nelle galassie oggi come oggi (2001), insolito bestseller nel campo della poesia. Ha firmato opere teatrali, sceneggiature e traduzioni dalle lingue classiche e moderne, da Sofocle a Shakespeare, da Poe a Cormac McCarthy.
Dirige una famosa scuola di scrittura creativa. Nel 2012 ha ricevuto il premio istituzionale della città di Milano, l’Ambrogino d’Oro.

Sitografia
www.raulmontanari.it. Con una bibliografia completa, articoli, fotografie e altro materiale.
www.corsiraulmontanari.com
www.facebook.com/raul.montanari
www.instagram.com/raulmontanari_official/

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