Con la probabile soppressione dell’articolo 6 del ddl sull’acqua pubblica di iniziativa popolare datato 2007, non ci saranno più ostacoli in pratica alla privatizzazione pressoché integrale delle reti idriche italiane, con buona pace del referendum 2011 votato da 26 milioni di italiani.
Il ddl Daga, martedì in Commissione, ha per la verità un problema non piccolo, quello delle coperture finanziarie che pure servirebbero a cacciare i fantasmi dei privati ed a rinnovare la rete, solo 65 miliardi secondo l’Autorità, per rinnovare la rete nei prossimi 30 anni. E dunque l’esecutivo Renzi sta fortemente virando su questa ipotesi. Anche perché lo Sblocca-Italia del 2014 indica chiaramente l’obiettivo di concentrare i servizi pubblici locali nelle mani di poche grandi multiutility capaci di competere all’estero. Mentre a livello normativo la strada viene incentivata con la previsione di un “gestore unico” per quei territori dove appunto il gestore stesso serva già almeno il 25% della popolazione, come il caso di Iren.
D’altronde l’assemblea del 22 aprile nel quartier generale di via Nubi di Magellano a Reggio ha come punto importante dell’ordine del giorno la modifica dello statuto che preveda il cosiddetto voto maggiorato ovvero l’attribuzione a ciascuna azione in determinate materie di un peso di due voti. Che offre una doppia lettura: permettere da una parte ai soci pubblici di mantenere il controllo della società anche in caso di eventuali dismissioni di quote.
Ma anche che i Comuni potrebbero vendere sul mercato non soltanto più le azioni fuori dal patto di sindacato, ma anche quelle che consentono comunque di mantenere la maggioranza in Assemblea Soci. Insomma società mista pubblico-privata a gestire gli acquedotti di Reggio o solo Iren cambierà poco. La strada è tracciata; si mettano il cuore in pace i girotondini dei Comitati, i piccoli azionisti che tuonano giustizia dal palco dell’assemblea una volta all’anno e i nostalgici garibaldini di Agac. E’ il mercato baby.