Come insegnare la filosofia: galleria di personaggi o educazione al pensiero critico?

ThedotCultura apre il dibattito con un’intervista ad Alberto Peruzzi

Massimo Mugnai, professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa, dove ha insegnato Filosofia e Storia della logica, ha scritto un saggio criticando il metodo con il quale viene insegnata la filosofia nei licei italiani. In “Come non insegnare la filosofia” (Raffaello Cortina Editore) Mugnai entra con vigore polemico nel dibattito sulla formazione del pensiero critico, che comprende tanti settori e tanti aspetti.

Mettendo a confronto i manuali di filosofia in diversi paesi europei, l’autore sostiene che l’approccio storicistico (l’elenco dei filosofi e delle correnti filosofiche dalle origini a oggi) è volto più all’erudizione  che al pensiero critico di cui la filosofia è depositaria. Perciò – sostiene – si dovrebbe pensare piuttosto a libri di testo sistematici, partendo per esempio dal tener separata la narrazione meramente storica dalla riflessione  sui contenuti. In vista  di “GIANO. Pensare attraverso il cinema”, il festival della cosiddetta settima arte (primissima edizione) che aprirà i battenti in ottobre (tre serate, dal 18 al 20), ThedotCultura ha deciso di aprire confronto su questo tema invitando a intervenire docenti e filosofi. Dopo aver pubblicato l’articolo di Marco Salucci “Cinema e filosofia: il valore formativo delle immagini pensanti, qui di seguito l’intervista ad Alberto Peruzzi, docente di Filosofia teoretica presso l’Università di Firenze.

Pensa che  Mugnai abbia ragione?

Condivido l’idea che si debba valorizzare, nell’insegnamento della filosofia, la componente argomentativa rispetto a un viaggio turistico fra le idee di Tizio e di Caio. Sapersi ricordare che Tizio sosteneva che… e Caio sosteneva invece che…, oltre a permettere di sfoggiare un po’ di erudizione quando si è adulti, induce a pensare che la filosofia sia un giardino in cui crescono tanti tipi di fiori e non ce n’è uno più giusto di un altro, mentre quel che conta sono le ragioni in base alle quali si arriva a sostenere qualcosa, perciò bisognerebbe educare a individuare quelle ragioni e a discuterle criticamente. Questo è tuttavia un compito che non esclude di far riferimento al modo in cui alcuni grandi filosofi del passato hanno posto e affrontato una vasta gamma di problemi. Neanche in ambiente anglosassone si evita di fare questo riferimento nella didattica della filosofia – semmai ci si concentra su alcuni “autori-chiave”, intesi come i campioni di una posizione.

Perché ritiene che sia utile insegnare la filosofia?

Il mio professore di filosofia, Giulio Preti, diceva che la filosofia è importante perché è inutile. Intendeva dire che è inutile a qualcosa di specifico. In effetti, la filosofia non serve a costruire strade, a curare malattie, a guadagnare in borsa, ecc. Ma la filosofia porta a riflettere sui valori fondamentali della vita umana, sui criteri di verità, su quel che è giusto e anche su quel che è utile, e questa riflessione ha ricadute significative sul modo di pensare e di affrontare concretamente un’ampia serie di questioni. Nel 2005 mi capitò di partecipare a una discussione pubblica sul tema “Agli scienziati serve la filosofia?” con un grande fisico come Carlo Bernardini e un grande storico delle idee come Paolo Rossi e recentemente ho scritto un libro (Il valore della scienza e questioni affini) in cui sono tornato sulla questione, mostrando quali aspetti occorre considerare per valutare l’utilità dell’insegnamento della filosofia anche ai giovani che scelgono di studiare scienze. Naturalmente la filosofia che è utile insegnare non è quella fatta di erudizione, ma quella che allena l’immaginazione a elaborare concetti in maniera diversa dal passato e ad argomentare in modo logicamente corretto.

La questione è particolarmente importante dal momento che da una parte i social media hanno consacrato un relativismo assoluto: ogni idea, opinione, informazione ha lo stesso valore di una qualunque altra a prescindere da quale fonte provenga. Dall’altra l’intelligenza artificiale prefigura un  pensiero meccanico onnisciente che toglie qualunque interesse  verso il processo di ricerca della verità che è alla base della costruzione di principi e valori positivi. La filosofia è al contrario lo strumento di quel processo.

Nella rete c’è di tutto e i nativi digitali ci sguazzano come pesci nell’acquario. Ma di per sé non sarebbe una novità se non fosse per la rapidità con cui le informazioni circolano e il numero degli utenti. Il guaio è che ci si abitua a un pensiero che è paratattico invece che sintattico: non c’è più una premessa e una conclusione. Si procede per associazioni (i link ipertestuali). Quindi il rischio è la perdita di razionalità, che richiede sintassi (logica) nei nostri cari pensieri. È che da trent’anni ha preso piede un modello a rete della stessa conoscenza, quindi non dovremmo preoccuparci. Gli effetti dicono però il contrario. Quanto ai programmi di intelligenza artificiale, non basta ricordare che sono stati scritti da esseri umani, i quali possono aver impostato male i programmi. Non basta, perché gli attuali programmi sono sempre migliorabili. Converrebbe piuttosto informare che ci sono dei limiti intrinseci a ciò che è computabile da una macchina e, guarda caso, questi limiti sono emersi da una ricerca filosofica.

    Che ne è dunque della verità?

    La verità è un’idea guida della ricerca. Sotto il profilo matematico, il concetto di verità è stato precisato da tempo mostrando che la nozione intuitiva che ne abbiamo ha bisogno di essere gestita con molte cautele. La nozione che la scienza permette di averne è alquanto diversa da quella intuitiva ed esige che si abbiano a disposizione metodi di verifica. Il contrasto fra la nozione intuitiva, propria del nostro “senso comune” e la nozione scientifica è un tema centrale della filosofia contemporanea.

    Alcuni saggisti sostengono che il cinema potrebbe essere un valido medium per la messa a punto di un nuovo approccio alla filosofia intesa come discussione sui valori. Occorre mettere la filosofia in dialogo con il cinema, considerando sia la dimensione estetica sia quella etica sostengono Mario De Caro ed Enrico Terrone.  Mugnai sostiene che il riferimento al cinema può essere utile per suscitare interesse per tematiche filosofiche ma dovrebbe essere chiaro che si tratta di un riferimento occasionale e che pochi film sono in rado di offrire contenuti adeguati.

    Penso che Mugnai abbia pienamente ragione. Molti temi filosofici possono sicuramente trovare nel cinema una più o meno efficace illustrazione e servire come invito a riflettere, ma un film non è un libro di filosofia, in cui, oltre che una serie di immagini e vicende suggestive, occorre che ci siano ragionamenti. Alcuni manuali di filosofia fanno riferimento a film, opere teatrali, testi di narrativa e altro ancora: sono riferimenti che servono a venire incontro agli interessi di chi legge, dando concretezza alle questioni filosofiche. Ma ricordiamoci che per entrare nel discorso filosofico bisogna fare astrazione da immagini e situazioni particolari.

    Mugnai infine critica anche il concetto anglosassone di “scuola delle competenze”, basata detto in estrema sintesi sul learning by doing, adatta alla studio delle scienze naturali e molto meno alla filosofia che come si diceva ha un carattere essenzialmente formativo del pensiero critico. Le competenze portano alla fine alla parcellizzazione delle conoscenze e sono più adatte a formare interfacce dell’intelligenza artificiale piuttosto che al dialogo fra le persone che si confrontano alla ricerca della verità? Ha ragione?

    Anche in questo caso penso proprio di sì. Il saper fare è sempre vincolato a una specifica classe di attività, quelle che oggi contano. Ma domani? Ai tempi in cui per viaggiare si usavano i cavalli, le competenze erano relative a essi, ma con l’arrivo dei treni e delle auto le competenze cambiarono. Non cambiarono le conoscenze di meccanica che si potevano ricavare dallo studio della fisica. Per la filosofia le cose stanno in modo simile. Penso che anche lo spazio dato all’informatica, se sottratto all’insegnamento della matematica, sia un errore. E poi bisognerebbe anche porre meglio la questione del rapporto tra sapere-che e sapere-come: c’è un saper fare anche sul piano teorico astratto, solo che è metaforico invece che letterale.

    Immagine: Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene (particolare). In foto Alberto Peruzzi

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