Atlantis: una nuova energia si sprigiona nella Fortezza di Volterra

Volterra – Il viaggio è noto. Lo conosciamo da anni. La fine però è sempre diversa. Dunque l’attesa si veste di incognite. Il viaggio è quello che ci porta sotto il sole di un pomeriggio di luglio nel cortile del carcere di Volterra. Dove Armando Punzo mette in scena, senza soluzione di continuità, da quella prima volta del 1989 quando fu “La gatta Cenerentola” ad aprire le porte, la sua ricerca di una nuova lingua teatrale, condivisa e orchestrata assieme ai detenuti della casa circondariale.

L’ultimo capitolo di un percorso certo accidentato che è sì spettacolo e drammaturgia, ma soprattuto smascheramento di inedite, persino inconsapevoli, energie, in una sorta di corpo a corpo che di volta in volta si stabilisce fra attore e spettatore, si chiama “Atlantis”.

Chiuso il capitolo “Naturae” che aveva segnato col suo “umanesimo” rampante e geometrico le ultime prove della Compagnia, Punzo si muove ora verso l’alto. Un cielo di stelle plana nel bel mezzo della fortezza medicea. Punzo stende galassie di gesso su grandi pannelli circolari che, astronavi alla deriva, pianeti di chissà quale galassia, attraversano in lungo e largo lo spazio della rappresentazione. Si percepisce l’anelito di tutti, pubblico compreso, verso una nuova avventura. Un balzo ancora da compiere ma che già allerta. E affascina nel dispiegarsi di un impianto “coreografico” che, come nelle precedenti puntate, caratterizza il nocciolo della messinscena.

Puntualmente assecondato dal pulviscolo armonico elaborato dal fedele Andrea Salvadori, “Atlantis” si concede stavolta un passaggio al chiuso, fra i corridoi e le antiche stanze, che diventano casse di risonanza, risacche di messaggi, stazioni lunari, angoli performativi, cellule sonore, vie della seta per “comunicazioni” ai naviganti che si perdona nel caos dell’emergenza. Poi di nuovo tutti a riveder la luce, la “chorus line” di nero vestita ci volta le spalle, assorbita nelle meditazione, mentre Punzo, e lui con noi, osserva il nascere di una nuova energia che scaturisce dal corpo sismico dell’ultimo arrivato iscritto però nel cerchio leonardiano dell’uomo vitruviano.

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