All’intelligenza artificiale mancherà sempre la pratica delle relazioni con gli altri

Quello che filosofia e scienze sociali vanno da tempo sospettando

Se la rivoluzione elettronica e informatica ha cambiato in pochi decenni aspetti cruciali della nostra vita, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale promette (o minaccia) di farlo ancora di più – fino a sfociare in una mutazione antropologica che neppure la più ardita fantascienza riusciva a immaginare. Non mi pare che il dibattito politico-culturale abbia ancora afferrato appieno il suo potenziale impatto.

La cultura umanistica continua a considerarla come una sorta di pallottoliere: particolarmente potente, sì, ma comunque uno strumento, che serve a contare più rapidamente o a ricordare meglio, ma che non può neppure avvicinarsi a quelle facoltà peculiarmente umane che sono la ragione, la creatività, l’intuito, l’improvvisazione e così via. Tutto questo è molto dubbio.

Le AI possono imparare dall’esperienza, prendere decisioni, produrre sintesi creative e fare molte altre cose che di solito consideriamo parte del «ragionare». Già si parla del fatto che potrebbero in tempi brevi svolgere, forse meglio degli umani, una serie di professioni intellettuali, a partire da quella dell’insegnante; e magari quella dello scrittore, dell’artista, forse persino del poeta. Potremo allora perlomeno rifugiarci nelle emozioni, o nella coscienza, che una macchina non potrà mai avere? Non è detto (come sappiamo già dal preistorico e commovente Hal 9000 di 2001 Odissea nello spazio, che sembra fornito pure di un ambivalente inconscio…).

Il fatto è che l’AI sembra confermare quello che filosofia e scienze sociali vanno da tempo sospettando: cioè, che il nostro Sé, quel nucleo profondo di pensieri, emozioni, desideri e paure, connessioni logiche e razionali che costituisce la nostra identità, non è altro che un fascio di relazioni, costruite nelle interazioni quotidiane pratiche con gli altri. Per diventare fino in fondo umane, alle AI manca però per ora proprio questo livello della pratica. Non la mente, e neppure il corpo: potrebbero averlo, o credere di averlo (del resto, non potremmo anche noi già essere tutti AI – cervelli in una vasca, diceva la filosofia classica – che credono di avere un corpo ed esperienze sensibili del mondo solo perché questi dati sono immessi nella nostra RAM?).

Ma se e come per le AI possa esistere una socialità, lo dobbiamo ancora capire.

Il testo di Fabio Dei è pubblicato sulla rivista Testimonianze “Anche gli anni Duemila hanno un’anima?” n.550-551

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