Parlare di certi temi in questo Paese è come toccare i fili dell’alta tensione. In un modo o nell’altro si prende la scossa. D’altra parte i tabù sono fatti di una materia più dura del buon senso, sono trasversali, interclassisti, sopravvivono alle generazioni. Prendiamo ad esempio due temi sui quali da decenni si combatte una battaglia ideologica il cui risultato è una legislazione punitiva ma confusa, quindi iniqua, che ha nei fatti creato un terreno fertile per il mercato nero e le organizzazioni criminali: la droga e la prostituzione. Si tratta di fenomeni complessi, la cui analisi risente, in Italia in modo particolare, di un dibattito segnato da posizioni dogmatiche, pregiudizi culturali e una buona dose moralismo. In un momento in cui la parola “liberalizzazione” è tornata finalmente nell’agenda della politica, crediamo che valga la pena affrontare anche questi argomenti da un punto di vista “liberale”.
Legalizzare la cannabis?
Partiamo dai numeri. In Italia secondo i dati della Fondazione Veronesi a 15 anni “fumano” dal 10 al 15% dei ragazzi e a 18 anni il 40% delle femmine e il 60% dei maschi. E’ un fenomeno di massa, non si scappa. Quali sono i rischi per la salute? Ed è vero che si comincia con uno spinello e si finisce col farsi in vena? Le statistiche epidemiologiche dimostrano, sostiene ancora la Fondazione Veronesi, che la mortalità per droghe leggere è pari a zero e che esse non danno una forte assuefazione. Di quel 60% che a 18 anni fuma lo spinello, inoltre, solo lo 0,8% è passato all’eroina. Una recente ricerca condotta da un team di ricercatori del del King’s College di Londra ha preso in esame 9 mila inglesi di 50 anni che in gioventù avevano fatto uso di marijuana e varie altre sostanze illegali compresa la cocaina: sottoposti per sei anni a test cognitivi e di memoria, i risultati sono apparsi migliori rispetto a giovani che non avevano “fumato spinelli”. “Il risultato indica che non esiste un legame necessario fra uso di droghe leggere e compromissione delle facoltà cognitive a 50 anni”, è la conclusione di Alex Dregan del King’s College. Ciò non significa, ovviamente, che drogarsi fa bene ma lo studio merita quantomeno di essere preso in considerazione.
La liberalizzazione conviene? Sì, almeno secondo Pierre Kopp, noto professore di Economia alla Sorbona di Parigi, che recentemente si è guadagnato la prima pagina del prestigioso quotidiano Le Monde. Secondo il professore, la legalizzazione delle droghe leggere «permetterebbe di incassare a livello di tasse circa un miliardo di euro. E poi si rispamierebbero i 300 milioni ora spesi per le incriminazioni effettuate nei confronti di chi si trova in possesso di cannabis. Questa cifra, in realtà, è ancora più alta se si calcolano i costi delle custodie cautelari. E quelli necessari per il funzionamento dei tribunali e per l’esecuzione delle pene». Un miliardo di euro non è poca cosa, soprattuto in tempi di crisi e di finanziarie shock, poi bisogna considerare che in Italia la cifra potrebbe essere di molto superiore considerando i costi della giustizia e il numero di consumatori. Inoltre si tratta di denaro che verrebbe sottratto direttamente dalle tasche della criminalità organizzata che, come è noto, ha il monopolio dei grandi traffici di droga, i quali rappresentano una delle principali fonti di introito.
Mentre in Europa si discute di liberalizzazioni, in Italia non solo il dibattito è fermo ma facciamo i conti con la legge più repressiva in Europa: la Fini-Giovanardi. Un monstrum giuridico che cancella la distinzione tra droghe leggere e pesanti e rende sufficiente il possesso di una quantità di stupefacente superiore a quella indicato dalla tabelle ministeriali per essere considerati spacciatori. Dalla sua entrata in vigore, secondo il Libro bianco realizzato da Forum droghe, Antigone, Società della ragione e Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) i numeri sono quelli di un fallimento: aumento degli ingressi in carcere per droga, rispetto al totale degli arrestati: dal 28 per cento del 2006 al 31 per cento del 2010. La stessa cosa vale per i tossicodipendenti, dal 27 per cento del 2006 al 28,4 per cento dell’anno scorso. Anche le denunce per detenzione ai fini di spaccio sono cresciute, dalle 33.056 del 2006 alle 39.053. Ma nessuno è in grado di dire quanti siano realmente gli spacciatori. In compenso il 40 per cento delle denunce sono per cannabis. E l’aumento degli arresti e delle segnalazioni ha fatto precipitare le richieste di programmi terapeutici dalle 6.713 del 2006 alle appena 518 dello scorso anno.
Prostituzione o schiavitù?
Perché trattare due problemi così distanti come la prostituzione e la droga nello stesso articolo? Effettivamente stiamo parlando di due temi che poco hanno a che fare, ma i punti di contatto non mancano: entrambi rappresentano un business per la criminalità organizzata, entrambi producono un giro d’affari sommerso, entrambi hanno a che vedere con la salute pubblica. Non solo: come accade per la droga, anche su questo fronte il dibattito è caratterizzato da fortissime resistenze ideologiche che non tengono in minimo conto la realtà.
Anche in questo caso partiamo dai numeri: in Italia, secondo Anna Pozzi, giornalista esperta di problematiche legate all’Africa e alla condizione femminile, autrice del libro-inchiesta «Schiave» (edizioni San Paolo), il giro di affari complessivo va dai 150 ai 250 (e oltre) milioni al mese, secondo una stima molto prudenziale. Anche perché molto più alte, sono le cifre dell’in door e del mondo delle escort. In questi ultimi anni, infatti, dice la giornalista, si assiste a un progressivo spostamento delle ragazze verso lo sfruttamento al chiuso, presente non solo nelle grandi città, ma anche in provincia. E’ sufficiente fare un giro sulla via Emilia in direzione Parma nel fine settimana per rendersi conto del giro di clienti e della quantità di ragazze “sul mercato”. Non si sono fermate nemmeno nei giorni del grande freddo, sulla strada a “lavorare” di notte a meno 15 gradi. Per tutte è una libera scelta? Oppure, come hanno dimostrato diverse inchieste e operazioni di polizia, ci sono anche le schiave e gli schiavisti? Secondo l’ultima indagine specifica della commissione Affari sociali della Camera, le prostitute sarebbero in Italia dalle 50mila alle 70mila. Almeno 25mila sarebbero immigrate, 2mila minorenni e più di 2mila le donne e le ragazze ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi.
In Italia la prostituzione è vietata? La risposta è no. Ciò che la legge vieta è il favoreggiamento e lo sfruttamento. Vendere il corpo non è un reato. Per trovare l’ultima legge in materia bisogna tornare al 1958, l’anno della cosiddetta Legge Merlin, che ha chiuso le case di tolleranza e ha abolito la regolamentazione del “mestiere”. Ha deregolamentato, appunto. A differenza di quanto avviene nei Paesi più avanzati d’Europa, come Austria, Svizzera, Germania e Olanda, in Italia c’è un vuoto legislativo che ha portato ad una situazione drammatica e per molti aspetti assurda: la prostituzione è tollerata – le lucciole fermate dalle forze dell’ordine si prendono al massimo una multina per offesa al buon costume – ma non controllata. Il risultato è che a correre i rischi sono sia i clienti che le donne. Per non parlare dello Stato che perde introiti in tasse non pagate per centinaia di milioni di euro.
La crisi ha posto l’Italia in una condizione di emergenza senza precedenti. Alzare le tasse e colpire i soliti noti non è un atto di coraggio. Sfidare tabù e pregiudizi per il bene comune sì. Chissà cosa ne pensa Monti.