Il lungo inverno arabo chiude un decennio di speranza

Pisa – Sono passati dieci anni da quando un giovane tunisino di 28 anni si immolava dandosi fuoco davanti all’edificio del governo della città di Sidi Bouzid. Quel gesto segna l’inizio di un movimento di protesta che attraversa Africa e Medioriente, e che prenderà il nome di “Primavera araba”. Mohammed Bouaziz morirà poche settimane dopo per le ferite riportate. Nel carretto abusivo, di ambulante per necessità, trasportava frutta e verdura.

La mattina del 17 dicembre 2010 la polizia gli ha requisito la merce e le bilance. Il giovane non ha l’autorizzazione a vendere in strada, e soprattutto non è disposto ad accettare vessazioni, pagando il pizzo alle forze dell’ordine. Si rifiuta di ungere gli ingranaggi di una macchina statale corrotta nella fondamenta: lo stato del padre padrone Zine El-Abidine Ben Ali, per tutti Ben Ali.

Bouaziz lascia su Facebook il suo ultimo messaggio di disperazione, la dedica alla madre per non essere rimproverato e l’accusa contro un sistema “crudele”, che non lascia spazio alla speranza. La rabbia e la ribellione del popolo tunisino esplodono nel suo nome. È la rivolta del pane che in pochi giorni dilaga nell’intera Tunisia. Il pane diventa il simbolo di ciò che non si può avere, a partire dalla democrazia, dal rispetto dei diritti umani e dal lavoro.

Il fermento delle piazze scuote i regimi arabi internamente. Innegabilmente, la Siria non è la Libia. Tunisia e Yemen sono realtà completamente diverse. La storia contemporanea dell’Egitto e del Libano pur intersecandosi hanno poco in comune, se non il dato geografico di essere la sponda meridionale del Mediterraneo. La vera affinità è nell’immaginario collettivo, l’aspirazione al cambiamento, la voglia di un ordine alternativo. Nell’era della globalizzazione l’onda del movimento cresce rapidamente, vola sui social.

È una vera cyber rivoluzione. Trema una classe politica dispotica, clientelare, ammuffita. Il vento del cambiamento fa cadere dittatori-rais che parevano elevati ad entità superiori, inossidabili e inamovibili. Eppure, alla fine quella spinta si spegnerà nel fallimento e nel disastro di guerre civili infinite, stritolata tra fondamentalismo islamico e conservatorismo nazionalista. Le oligarchie di potere rimangono in sella, resistono alla sfida.

A pagare il prezzo è ancora la società araba, che da allora vive in una dimensione di guerra, terrorismo, crisi economica, emergenza sanitaria, oppressione, profughi. Dopo la primavera ciascuno Stato a modo suo vede arrivare il lungo inverno. Nuove alleanze geopolitiche scardinano gli assetti. Sulla scena si impone l’ambizioso Erdogan. Ampi spazi d’azione si aprono per Cina e Russia. Il confronto tra sciiti e sunniti, tra paesi del Golfo, esce dai confini regionali allargandosi ad altri contesti. Gli USA si smarcano. Mentre, l’Europa fa orecchie da mercante, sostiene la necessità del “male minore” e quella degli “affari”. Con complicità sceglie il silenzio diplomatico. E, purtroppo, tollera quasi tutto.

Alfredo De Girolamo   Enrico Catassi

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