Crisi in Israele, ora il governo pensa a una “guardia nazionale”

Fermamente contrari procura, polizia e associazioni per i diritti

Alla vigilia delle festività della Pasqua ebraica in Israele non si placa la protesta contro la riforma della giustizia avanzata dal governo Netanyahu, nonostante le negoziazioni in corso. La folla, che da settimane scende nelle strade di Tel Aviv e Gerusalemme, continua ad oltranza nella lotta. Un fiume in piena che ha paralizzato il paese e messo sotto assedio il primo ministro.

Arrivando a convincere il falco della destra e leader del Likud a fare un passo indietro, e concedere una pausa all’iter legislativo che cambierebbe gli assetti istituzionali e la forma di democrazia dello stato, mettendo Netanyahu al riparo dai processi per corruzione in cui è imputato. Per stemperare il clima politico, diventato incandescente, maggioranza ed opposizione nella Knesset hanno aperto alla trattativa. Strada stretta, sponsorizzata dal presidente della repubblica Issac Herzog, in una delle fasi più delicate della storia di Israele.

A rischio la tenuta sociale. Il governo di estrema destra uscito vincitore dalle passate elezioni nell’arco di pochi mesi è entrato in corto circuito. Dissensi interni al campo sovranista sono culminati nel licenziamento (non formalizzato e forse quasi rientrato) del ministro della Difesa Yoav Gallant, colpevole di aver messo in discussione la linea oltranzista di Netanyahu. I terremoti che hanno scosso la coalizione nelle passate ore sono costati cari al premier, che per far accettare il rinvio della contestata riforma ha dovuto barattare con l’alleato e ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir la creazione di una futura guardia nazionale.

Spetterà a un comitato misto, entro 60 giorni, definire il piano organizzativo di questo corpo paramilitare, e dirimere l’annosa questione delle competenze. Se dovesse strutturarsi come unità per il servizio d’ordine indipendente dalla polizia, e ricadere sotto il comando diretto di Ben-Gvir, noto esponente della destra radicale, allora ci sarà bisogno di introdurre una legge ad hoc.

Fermamente contrari alla proposta sono la procura generale e i vertici della polizia, che intravedono un potenziale pericolo. Varie associazioni israeliane per i diritti civili hanno espresso preoccupazione alla creazione di una tale forza “privata” armata. Il motivo che ha spinto Netanyahu ad impegnarsi in questa azzardata promessa, cedendo al ricatto di Ben-Gvir, è stato di evitare di deragliare in una crisi di governo. L’alternativa al quadrato della maggioranza in cui si è trincerato Netanyahu passa inevitabilmente dalla Casa Bianca.

L’amministrazione Biden non nasconde una grossa insofferenza nei confronti dell’esecutivo israeliano. Crisi palesata dal mancato invito ufficiale a Washington per Netanyahu, episodio che ha creato non pochi imbarazzi diplomatici tra i due paesi. Lo sgarbo del presidente statunitense ad uno storico alleato e ad un amico di lunga data è stato doppio, avendo Biden scelto di parteggiare apertamente per i manifestanti. Intromissione, che ha fatto infuriare la destra israeliana, come non accadeva dai tempi di Obama.

Alfredo De Girolamo  Enrico Catassi 

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