Una leggenda di ghiaccio che non si scioglierà mai

In un Paese fagocitato dal calcio, i cosiddetti sport minori vivono il loro attimo di gloria solo durante i Giochi Olimpici, siano essi estivi o invernali, se non per l’impresa di qualcuno che compie un miracolo.

In questi giorni a Sochi, in Russia, si sta svolgendo una chiacchieratissima Olimpiade invernale, che passerà alla storia per l’impresa di un uomo che per primo è riuscito a salire sul podio di sei Giochi Olimpici consecutivi in una specialità individuale. Quell’uomo è italiano, e del ghiaccio, che sia quello della pista che batte o del cuore quando gareggia, ne ha fatto una ragione di vita: Armin Zoeggeler.

Armin Zoeggeler con il bronzo di Sochi ha riscritto la storia della longevità sportiva. Sei medaglie in altrettante Olimpiadi significa stare sulla cresta dell’onda per la bellezza di 20 anni. Un’eternità. Si parla tanto – e giustamente anche – dei vari Di Natale, Pirlo, Totti, eterni maestri di calcio anch’essi da due decenni in giro, più o meno al top, sempre decisivi in qualsiasi stagione, in qualsiasi squadra.

Ma essere al top nel calcio significa anche, oltre a una comprensibile fortuna nell’aver ereditato una struttura fisica solida e aver attraversato gli anni senza gravissimi infortuni, tanti soldi, e dunque visite mediche accurate, staff medici profumatamente pagati al seguito, ricoveri e operazioni, quando necessarie, nelle più prestigiose e all’avanguardia cliniche del Mondo.

Non sarà tutto, ma aiuta. Tutto questo negli sport minori è impensabile. Nello slittino è impensabile. E Zoeggeler ha compiuto l’impresa che ha compiuto solo e soltanto perché è uno degli atleti migliori che l’Italia abbia mai avuto.

Un predestinato che non si è perso. Nel 1994 ai Mondiali Junior di Igls, in Austria, conquistò il suo secondo oro iridato consecutivo, a 20 anni appena compiuti, bissando il successo di Sigulda dell’anno precedente. Non passò neanche un mese che a Lillehammer, in Norvegia, andò a prendersi il bronzo ai Giochi.

In un mese dal titolo mondiale Junior al bronzo olimpico. Da Lillehammer tutta un’ascesa verso la leggenda: argento a Nagano nel 1998, la doppietta dorata a Salt Lake City 2002 e Torino 2006, il bronzo di Vancouver 2010 e infine quello di Soci, che chiude (forse) una storia fantastica. Irripetibile. Per dire, per sorridere anzi, ai Mondiali Junior di Igls alle sue spalle arrivò di un soffio l’americano Lawrence Dolan, uno che oggi alla voce Olimpiadi può vantare una sola partecipazione, a Nagano nel 1998, chiusa con il tredicesimo posto.

Armin no. Armin non si è fermato, ha continuato un’incredibile scalata. E chi ha battuto, nell’entrare nella leggenda? Il mito, quel Georg Hackl che tra il 1988 e il 2002 regalò alla Germania 3 ori e 2 argenti. Il mito tedesco però nella sua espressione di longevità è stato favorito dall’anticipo di un’Olimpiade – solo due anni tra Albertville e Lillehammer – per mettere i Giochi invernali in alternanza a quelli estivi. Hackl quindi è stato sulla cresta dell’onda, o del ghiaccio se preferite, per 18 anni, e non 20. E non scordiamoci che alla sesta Olimpiade, a Torino nel 2006, non salì sul podio.

Zoeggeler invece si. Venti anni, sei Olimpiadi, sei medaglie. E’ diventato una leggenda, una leggenda del ghiaccio. Un ghiaccio che in questo caso non si scioglierà mai.

Niccolò Bagnoli

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