“Una casa in Italia per i bambini di Gaza feriti e amputati”

L’iniziativa del pediatra romano Andrea Satta

Il problema non è solo sopravvivere ma come ricominciare a vivere. “La cosa che fa stare meglio ma fa anche più male è che i bambini di Gaza, venuti a farsi curare in Italia, con le schegge ancora in testa o in altre parti del corpo, amputati, in carrozzella, senza un braccio o tutte e due le gambe, con il dolore del proprio martirio ma anche della perdita di una mamma, un papà, dei fratellini, sono già ripartiti, hanno di nuovo la luce negli occhi, vogliono fare, andare, vogliono sorridere, giocare. Immaginano un futuro.

Per questi bambini e dunque anche per noi che li abbiamo ospitati inizia la seconda fase, quella del dopo accoglienza: cosa possiamo fare per loro quando escono dalla chirurgia, l’ospedale, la riabilitazione? La dignità dell’ abitare è il primo passo, diamo loro una casa dove possano vivere con il brandello di famiglia rimasta sentendosi per quanto più possibile come era a casa loro. Non lasciamoli in un centro di accoglienza. Io non lavoro tra persone abbienti, vivono del lavoro che riescono a fare, ma ce ne sono di generose e c’è chi, se ne ha la possibilità, pur non avendo certo sette case ma una da affittare, rinuncia  al guadagno e la dà a una o due famiglie palestinesi, gratuitamente per un anno. Parlo della generosità della  gente, non chiediamo alle istituzioni perché non si deve creare una frattura con persone che vivono un disagio profondo e sono in lista per la casa da anni. Non risolveremo il dramma di Gaza ma daremo un segnale di quello che può essere imitato anche altrove in Italia ”.

Chi parla è Andrea Satta, cresciuto guardando i dodici binari di treni che passavano sotto il balcone del suo palazzo sulla via Casilina e diventato pediatra di base nell’hinterland di Roma dove nell’ ambulatorio segue un migliaio di bambini ma ha anche favorito la nascita di una vivace comunità, è artista e musicista, è il cantante e autore dei testi della rock band Tete de Bois che ha appena lanciato la sua ultima canzone su Pier Paolo Pasolini di cui ricorre il 50* dalla morte, una canzone abbozzata anni fa e recuperata da sua moglie per caso dentro un computer. È anche instancabile ciclista  – se va lontano prende il treno, di macchine usa solo il camioncino per andare con la band e gli strumenti a fare i concerti –  scrive per vari giornali italiani e, per passione, ha seguito come inviato insieme al vignettista Sergio Staino, tre Giri d’Italia e due Tour de France.

 Una casa in Italia per i bambini gazawi feriti e amputati. Satta come è andata?

“Le prime case sono quasi già pronte, bambini e mamme o altri brandelli di famiglia rimasti stanno per arrivare. La storia inizia da questo ferragosto, quando una mamma marocchina venne nel mio ambulatorio disperata perché in otto anni che era qui non aveva trovato un sola amica, piangeva, ci abbracciammo, lei se ne andò, io cominciai a pensare cosa si poteva fare. La domanda più frequente delle mamme a un pediatra è: come posso far dormire il mio bambino, così proposi alle mamme del mio ambulatorio di venire ogni lunedì a raccontare come si addormentavano loro. Da 15 anni è nato uno scambio di novelle in varie lingue che, pur con le loro differenze, hanno un archetipo simile nei vari paesi del mondo. Le  “Mamme Narranti”, come è stata chiamata l’iniziativa, sono diventate amiche, sono arrivate ormai a 170, si è formata una comunità.”

 E i bambini di Gaza?

“Una di queste mamme è palestinese, è farmacista, ha quattro figli, io ho iniziato dalla maggiore che ora ha diciott’anni. Un giorno, era questo ferragosto, è venuta e mi ha detto: ‘Andrea, stanno arrivando, stanno arrivando i bambini palestinesi feriti al Bambin Gesù, dammi una mano per aiutare loro e le famiglie che li accompagnano’. Quei brandelli di famiglia che sono rimasti. Ci guardammo in faccia tra le Mamme Narranti, di fronte all’immensità della tragedia di Gaza e in particolare dei bambini feriti e mutilati dai bombardamenti dell’esercito israeliano sulla popolazione civile, non potevamo stare fermi. Ho telefonato al primario del Bambin Gesù, Alberto Villani, che subito ha acconsentito a fare qualcosa insieme. Siamo andati lì ogni settimana, la mamma palestinese faceva da interprete, portavamo giochi, stavamo con loro, abbiamo cercato la maglietta del real Madrid per Mohamed che è amputato e è tifoso della squadra spagnola. Ahmed ha perso tutt’e due le gambe e un padre, c’erano altri bambini senza gambe, senza un braccio, chi con la paralisi, un neonato che aveva perso la gamba, quello amputato che sta imparando a andare con gli arti artificiali ma per ora non gli riesce, chi con le schegge in testa o in altre parti del corpo, le mamme che avevano perso il marito, i familiari. Una tragedia che ormai conosciamo ma che vederla negli occhi di chi ti sta davanti è un’altra cosa”

  Come siete arrivati all’idea della casa?

“L’Italia ha l’encomiabile record di avere accolto, per curarsi, più bambini di tutti gli altri paesi europei. Ma dopo, ci siamo chiesti? Quando escono dalla chirurgia, l’ospedale, la riabilitazione dove vanno questi bambini se non in un centro di accoglienza? E allora ci è sembrato bello collaborare perché, dopo la tragedia di essere amputati, l’inizio di una nuova vita, che possa aiutarli a superare quello che hanno dietro ma anche a affrontare quello che hanno davanti perché sarà una vita anche quella amputata, possa essere migliore che su un giaciglio di un centro di accoglienza. E abbiamo pensato alla casa. La vita ricomincia dalla dignità dell’ abitare”.

 E vi siete messi a cercar casa.

“Si ma ci vuole anche una casa adatta. Da dove si possa raggiungere a piedi tutto ciò di cui un bambino ha bisogno. Deve essere in mezzo a un centro abitato, vicino a una scuola, a una struttura sanitaria, a un negozio per fare la spesa, a un parco giochi, in una posizione in cui possano farsi degli amici. La casa dove ritrovare il loro tavolo su cui posare il libro che hanno letto prima di andare a dormire, devono poter rivedere la tavola apparecchiata anche per gli amici dei genitori o di chi è venuto con loro. Devono poter ricominciare con le cose di tutti i giorni, come nella loro casa di un tempo”.

 Le state trovando le case?

“Una delle Mamme Narranti e mi ha detto: guarda che rinuncio all’affitto, io ho una casa. Abbiamo comperato quattro materassi nuovi. Qualcuno ci hanno dato un frigorifero, qualcun altro una lavapiatti, i bambini stanno cominciando a uscire dall’ospedale, stanno arrivando.Ognuno fa quello che può, una mamma del mio ambulatorio fa la cantante lirica e siccome Mohammed che ha 13 anni vuole suonare il piano, lei glielo insegnerà ”.

  E gli altri?

 “Abbiamo trovato già tre case, penso che presto arriveremo almeno a sette che possano ospitare una, due, tre famiglie palestinesi per un anno. Oltre che nella mia comunità, anche in sei municipi della cintura di Roma che conosco e che hanno dato subito la loro disponibilità a cooperare, per esempio a snellire le pratiche burocratiche, come dare ai bambini il bussino per la scuola che anche se le iscrizioni sono finite, per fare un esempio. Hanno trovato case tra la gente. Dobbiamo affidarci alla buona volontà singola, non chiediamo le case ai municipi, come ho già detto, per non creare competizioni tra chi ha bisogno. Questa deve essere una un’ospitalità artigianale, attenta, oserei dire innamorata. Un’accoglienza data con gioia e amore”.  

  Se l’è presa cuore la questione di Gaza.

“Mio padre ha passato due anni in un lager nazista, io ho dentro di me quella pagina mostruosa della storia, non riesco a pensare che tanto orrore si ripeta in modo devastante sul nostro mare, a due passi, quasi a portata di cannocchiale. E che, invece di fare qualcosa di concreto,  si stia a cavillare sulla parola genocidio: ma cosa mai gliene importa a Ahmed che ha perso tutte e due le gambe se le ha perse per genocidio, massacro, sterminio o qualsiasi altra parola?”

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