Scampati nel tragitto, come ladri notturni, alla ferocia climatica di quest’estate sempre più insostenibile, abbiamo finalmente guadagnato due settimane fa la sala grande del Fiorella d’Essay per vedere su formato Imax The Odyssey di Christopher Nolan.
Questo colossal blockbuster, nella pellicola-mondo che il regista ha perseguito strenuamente, man mano che procede la sua avanzata esponenziale, sta sedimentando umori e significati che vanno al cuore del senso comune e che andranno analizzati con calma e nel tempo. Da un punto di vista sia sociologico che storico culturale. E al di là dell’effetto monstre al botteghino che ha già fatto recuperare in appena due settimane i costi dell’investimento di oltre 260 milioni di dollari. Si consideri che siamo in torrida estate (che sta battendo anch’essa i suoi malefici record), e che mai un botteghino mondiale aveva registrato questi incassi nella stagione da un trentennio, e non a Natale, e senza effetto Zalone e simili.
Premesso questo ci sembra necessario e molto illuminante poter poi confrontare in successivi contributi , questo film con quello di Uberto Pasolini (Ulisse/Il ritorno, 2024 , Gran Bretagna ) che venerdì 7 agosto Rai 3 in prima serata ha appena proposto al pubblico televisivo italiano, dopo una fuggevole apparizione in sordina in sala. Diviene poi ancora più interessante, comparare il film di Nolan con Odissea un altro colossal per quei tempi che nel 1968 la Rai in rete unica propose in sei episodi poi tradotti in film con l’apporto di De Laurentis e delle produzioni di Francia e Gran Bretagna. Il regista fu allora Franco Rossi ( 1919-2001), sottovalutato autore da rileggere, con indimenticabili Bekim Fehmiou/Ulisse e Irene Papas /Penelope.
Venendo a The Odyssey, avendolo visto due volte a distanza di 10 giorni per rendermi meglio conto di alcuni aspetti e particolari, travolto alla prima visione da un potentissimo e proteiforme materiale polisensoriale, non si può non riconoscere che Cristopher Nolan ce l’ha messa proprio tutta. Aveva un budget di 260 milioni di dollari e ha fortemente perseguito un prodotto al meglio delle sue possibilità e di quelle di un cinema dal cuore antico, pieno di spettacolarità significativa e di anima, senza IA e realtà virtuali. Aveva di fronte un mito di tremila anni di storia, tramandato da Omero e poi scritto in ben 24 libri. Sapeva di dover rievocare una civiltà greco-micenea nata nel cuore del Mediterraneo e contigua poi a quella mezzaluna fertile, culla delle civiltà mediorientali con un’antropologia di uomini, idiomi, genìe che non potevano, per le etnie del cast, avvicinarsi alla verosimiglianza etnico-somatica dell’Ulisse del serbo-kosovaro Bekim Fehmiu, né alla superba Penelope della greca Irene Papas, né poi addentrarsi in una competizione con la versione filologica, anche nei luoghi,della serie italiana .
The Odyssey è stato girato in 91 giorni per un totale complessivo di sei mesi nelle varie riprese. I sopralluoghi per le location sono durate anni, individuando il castello di Favignana per la rocca reale di Itaca. Poi ancora le Egadi con la Cala Grotte del Bue Marino per Polifemo. Ma anche la Grecia nel Peloponneso e Corinto, e ancora Islanda e Marocco. Dovendo attingere ad attori di Hollywood, la lingua era l’inglese. E neanche ci si poteva arrischiare a far parlare in greco antico i protagonisti. Come per un’altra lingua aveva fatto nel 2004 Mel Gibson con La passione di Cristo, facendo esprimere gli attori in aramaico, la lingua di allora, alle radici dell’antico ebraico e arabo.
Ci siamo tenuti quindi l’inglese, peraltro doppiato al solito egregiamente in italiano; ciò, nell’economia di una fluidità di dialoghi accessibili, paga lo scotto dell’americanata, specie nei primi scambi tra Telemaco e Alcinoo, che possono richiamare nelle battute Pulp Fiction, o Atto di forza o i Predatori dell’Arca perduta a seconda delle personali evocazioni. E pure la scena finale dello sterminio totale dei Proci suona anche questa troppo americana o simili (Cane di Paglia di Peckinpah? Bastardi senza gloria di Tarantino?).
Ma per il resto Nolan è stato qui a tratti anche altissimo geniale autore e ha saputo imbastire per 173’ un racconto per immagini cinematografiche che ha mantenuto una sua compattezza e una coerenza , grazie anche a una grandissima sceneggiatura di cui si è assunto l’intera responsabilità di firma autoriale e grazie anche a un montaggio eccezionale; è un fatto che questi 173’ avvincono, “filando via come treni nella notte” alla pari dei 90’ canonici di Truffaut e della Nouvelle Vague. E non era affatto impresa scontata dar conto di questa storia enorme e sfuggente in mille rivoli e tentazioni dispersive al massimo sia per il film maker che per lo spettatore, provando a far rivivere “un tempo di apparente magia”, come in epigrafe iniziale Nolan sottolineava con sottile potenziale ossimoro.
E’ stato molto bravo e sapiente Nolan a cogliere gli episodi cruciali e a legarli tra loro in maniera originale e fluida. Ha dovuto sacrificare nell’economia del racconto solo la storia con Nausicaa e dell’isola di Scheria abitata dai Feaci, dove nell’Odissea di Rossi del 1968, Ulisse- alle parole dell’Aedo Cieco che narra le sue gesta e quella del Cavallo di Troia – si commuove e disvela ai Feaci la sua identità.
E così il tema del ritorno viene sussunto qui dall’isola di Scheria dei Feaci all’Ogigia di Calipso con cui Ulisse ha l’incantata storia d’amore di sette anni: ma Nolan non concentra la vicenda in una singola storia, ma la intervalla armonicamente attraverso il filo del ricordo dall’inizio alla fine del film. Il tema della memoria e dei suoi labirinti e misteri è il terreno tra i più congeniali all’autore di opere come Memento, Inception, Interstellar. E Charlize Theron nella sua bellezza elegante e morbida, nel languore dolce di sguardi tristi e amore silente, fornisce un’intensità sempre discreta con cui recupera un Ulisse ridotto in fin di vita, lo accudisce e nutre col loto saporito e inebriante che gli fa scordare per sette anni Itaca e Penelope. E la stessa ninfa con nobile rassegnazione gli fa poi recuperare la memoria, dopo che lui ha rifiutato l’immortalità da lei offertole.
In realtà un’altra caratteristica del film è l’assenza degli dei nel determinare il destino dell’uomo Ulisse. L’unica presenza è la dea Atena, ma solo come interlocutrice tra l’eroe e la sua coscienza . La rappresenta, in tono sommesso, Zendaya, 30enne star sinceramente già troppo sovraesposta e sopravvalutata. Anche se gioca bene il suo ruolo, mai incombente.
La storia della maga Circe viene anche declinata da Nolan con grande ingegnosità e felicità . In questa situazione, come in tutte le altre, la strategia dell’autore rimane fermamente la stessa: la rinuncia ad ottenere effetti speciali da una ricostruzione computerizzata, ma volere ricreare artigianalmente le situazioni e riprenderle con mdp dal vivo in presa diretta. La scelta della pellicola Imax di 70 mm sintetizza anche il senso persino sovraumano della visionarietà del regista britannico. Questa pellicola massimizza la grandezza dell’immagine con una particolare moltiplicazione delle profondità di campo e della risoluzione ottica. Ma le cineprese specifiche sono molto più pesanti e voluminose con caricatori di soli 3 minuti, e così la troupe doveva ricaricare continuamente la mdp di per sé già estremamente macchinosa da muovere per terra e mari in presa diretta. Già questo può indicare il titanismo estremo a voler fare un film come questo.
Oltre ai costi materiali esponenziali vi è un lavoro di insieme micidiale che ha coinvolto centinaia di maestranze e professionalità: un giorno si capirà il profondo lavoro di carpenteria segreta , in un’impresa collettiva suscitata da grande effervescenza creativa. Per quanto riguarda Circe qui non è l’ammaliatrice con la bacchetta magica che trasforma i soldati di Ulisse in porci, e seduce Ulisse, ma è una donna sola turbata e terrorizzata dalla memoria di violenze passate ad opera di uomini. La sua magia consiste nel rendere la belluinità già nel mangiare degli ospiti che rivelano la loro natura più vorace e Circe non è qui maga, ma scultrice che plasma in diretta corpi e volti come creta, modellando protesi che la produzione rende in lattice e silicone . E accompagna l’alterazione progressiva in suini degli uomini mormorandogli di tornare così alla loro vera natura di porci. L’interpretazione eccezionale di Samantha Morton , nella sua concentrata trance di manualità sapiente e lucida esaltazione sado-erotica mal trattenuta, ci permette di andare ben oltre l’effetto stregoneria, e a centrare quel risentimento di genere ancestrale che ha coscienza moderna per una femminilità ancora brutalmente violata. Anche nella grotta di Polifemo niente effetti alla Alien o La Cosa , ma un enorme pupazzo meccanico animato dal mimo Billy Erwin. E l’effetto è inquietante e perturbante in modo ben più sottile dell’horror, come la musica, coi rumori e le urla del Ciclope.
Le sequenze di Scilla e Cariddi evitano anch’esse il CGI e le scogliere orrende di Scilla, più che tentacoli dell’animazione fantastica, sono escrescenze che sorgono dalla roccia stessa per avviluppare i marinai con l’uso in diretta di stuntmen. Mentre per il gorgo di Cariddi si sono mulinate vorticosamente le acque con sommozzatori attrezzati di turbine a risucchio e con giochi di luce che riproducessero l’effetto del formarsi continuo di voragini nei flutti.
Una delle soluzioni più poetiche e suggestive si ha nella discesa di Ulisse all’Ade. I corpi dei morti si sollevano letteralmente dalla sabbia dove erano sepolti. Ma anche qui niente effetti speciali, ma con gli attori che devono rimanere nelle riprese sotto la sabbia, e sabbia vera e nera come le spiagge islandesi scelte per gli Inferi in un paesaggio fosco e allarmante. Si respira immersi in un’atmosfera di grana shakesperiana : i volti dei soldati defunti con gli occhi sbarrati adesso sono di fronte a Ulisse, coperti di terriccio scuro e segni di decomposizione. Simile il fantasma del padre di Amleto nell’Hamnet di Chloé Zhao, Sinone, giovanissimo e speranzoso, si sente doppiamente tradito da Ulisse che non lo ha avvisato di rischiare la vita dai nemici, inviandolo da messaggero del Cavallo di Troia e illudendolo che con il suo sacrificio al posto del fratello Alcinoo questi tutelasse davvero Penelope e Telemaco. Agamennone si lamenta invece del tradimento di Clitennestra che lo ha ucciso appena tornato vincitore da Troia. L’autore delle musiche, il più volte Oscar Ludwig Goransson, adesso fa risuonare l’aulos, un antico doppio flauto risalente dall’età del bronzo, che rende struggente questo momento in cui il mito si ferma a ripensare sé stesso con senso di disperazione e perdita irrimediabile: questo avviene sia nell’Ade che nel dialogo finale rivelatore tra Ulisse e Penelope al ritorno. Altre volte la musica contrappunta con tamburi e gong autentici la concitazione di situazioni drammatiche, assieme alle musiche di Goransson
In sintesi un’unica idea guida predomina su tutto il progetto che Nolan, che con le musiche di Goransson, le scenografie di Ruth De Jong, alla fotografia di monumentale risoluzione di Hote van Hoytema ,al montaggio cesellato all’infinito di Jennifer Lame. Tutti questi sforzi, questi talenti interagenti , significano la ricerca quasi ossessiva, ma non banale, di provare a restituire allo spettatore di questo primo quarto del millennio, almeno “il sogno di una cosa “, immaginando il soffio, l’alitare, la voce, i suoni , il fragore , l’afrore, la camminata appesantita e cadenzata dei guerrieri achei , il sapore della polvere infine, di una storia e di un mondo di oltre tremila anni fa, una storia avvenuta come mito , ma con poche prove . C’è un po’ del Fitzcarraldo di Herzog che voleva portare il cinema e il teatro nelle foreste amazzoniche, e in cui gli attori e le maestranze rischiavano la vita. E’ difficile, anzi impossibile dare corpo a un sogno così grande e arduo, ma c’è una differenza sostanziale tra questo colossal e altri grandi prodotti come quelli di Cameron e Spielberg. Loro, talentuosi nord-americani, si sono affidati sempre più alla ricostruzione computerizzata e all’IA . Il britannico Nolan ha altro background. Decide di osare all’estremo, ma fa strenuamente ricorso a soluzioni costruite con la natura, o fatte artigianalmente, seppure con l’ausilio di una tecnologia altissima.
Qualunque sa il risultato ottenuto c’è alla base una sincera ricerca di autenticità, una ricerca filologica dei luoghi, strumenti, gesti, posture in cui si svolse l’epica omerica. E c’è una coerenza tra il personaggio di Oppenheimer e quello del suo Ulisse : sono, alla fine della loro vicenda, degli uomini soverchiati e rosi dai sensi di colpa per le conseguenze distruttive cui hanno portato le loro imprese. Le qualità di astuzia, di cui si menava vanto per Ulisse, ora gli si rappresentano come solo un grande inganno, anzi una serie di inganni, in cui si è spezzato il valore fondante degli antichi greci e poi delle intere civiltà mediterranee: la xenia, la sacralità dell’ospitalità, in cui l’altro apre le sue porte, abbassa le sue difese, e tu invece lo colpisci alle spalle e annienti la sua gente e la sua città. Mentre Agamennone procede come un terminator e celato dall’elmo regale, tra i massacri e gli incendi, Ulisse prende coscienza della follia del genere umano e del suo fallimento della legge morale, mentre l’aulos suona lancinante e disperato. In questa sincera urgenza titanica, di continuare a fare un cinema con le mani (anche se tecnologiche), con gli elementi naturali, spingendo il cinema verso la riappropriazione della propria anima autentica, al massimo delle sue possibilità, come “spettacolo d’arte vivente” e non di realtà virtuale, né dominato dal logaritmo, si possono perdonare a Nolan alcuni inevitabili scotti. Non si può omettere che questa impresa si iscrive sempre in una globalizzata industria multinazionale che deve tenere conto di varie compatibilità di profitto e corporazioni.
Non spunteranno più gli orologi al polso dei centurioni né scintilleranno sospette dentature troppo bianche, come accadeva con molti peplum degli anni settanta e oltre, ma non si può nemmeno ignorare che l’inserimento nel cast di alcune figure è funzionale ai meccanismi di cui sopra. Che c’azzecca altrimenti il famoso rapper Travis Scott come Aedeo che ritma l’inizio e la fine dell’epopea? Che assume poi invece congruente il gusto ritmo ancestrale dei Mammutones ? E anche la figura di Telemaco con lo Spider-Man Tom Holland ? E con la sua neo sposa coetanea Zendaya, già sua partner in Spider-Man , a incarnare nemmeno male, la presenza discreta di Atena. Ma il problema è la sovraesposizione eccessiva di una che attraversa spettacoli danzando concerti rock e gli album relativi, e poi la saga di Dune e la musa sfingesca tra due pretendenti semi gay non dichiarati in Challengers di Guadagnino, e ancora i brand di profumi e mode, di sfilate onnipresenti sui red carpet dell’universo mondo. E infine, con tutto il rispetto per il politically correct, la bellissima venere nera Lupita Nyong’o stride un po’ come Elena “dalle bianchissime braccia”, anche se Nolan la mostra segnata un po’ sul lato sinistro del viso, forse come traccia di un simbolico sfregio interiore dopo la catastrofe che il suo tradimento ha messo in moto. Anche l’Antinoo di Pattinson richiama immediatamente le sue solite espressioni in Twilight, Harry Potter , Cosmopolis.
Infine Anne Hataway si impegna molto in Penelope, e alla fine urla, molto americana, “voglio Ulisse!” Ma il suo stile da adorabile comedy non riesce a dare la tragica intensità e travaglio interiore di una Irene Papas o di Juliet Binoche.
Quanto a Matt Demon, Ulisse incanutito di lunga barba, ne parleremo in comparazione di Ralph Fiennes in Ulisse il Ritorno di Uberto Pasolini di due anni fa. Queste osservazioni non scalfiscono certo la bontà e l’intelligenza complessiva dell’impresa, A epigrafe di una consapevolezza sapiente e un po’ ironicamente british, come prima immagine del film compare come detto una scritta in campo scuro : “in un tempo di apparente magia…” .