Tra giornalismo e impegno politico: pubblicato il testo integrale dei diari di Ettore Bernabei

Gli anni dell’ascesa e della caduta di Amintore Fanfani (1956-1960)

E’ uscito il primo volume nell’ambito del progetto della pubblicazione del testo integrale dei diari di Ettore Bernabei.Si tratta della raccolta delle note che Bernabei scrisse dal 1956, anno nel quale si trasferì da Firenze, dove aveva diretto il Giornale del Mattino, a Roma dove Amintore Fanfani, allora segretario nazionale della Democrazia Cristiana, lo aveva chiamato a dirigere Il Popolo, fino al 1960 l’ultimo anno del suo lavoro all’organo di stampa del partito.

Il volume pubblicato da Rubbettino porta pertanto il sottotitolo “Tra giornalismo e impegno politico” ed è stato curato da Gianni La Bella, docente di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia.

Il professor La Bella fa parte del Comitato scientifico coordinato da Agostino Giovagnoli costituito dalla Fondazione La Pira titolare del progetto che sta realizzando in collaborazione con l’Associazione degli Archivi di Cristiani nella Toscana del Novecento (Arcton) che ha provveduto alla trascrizione dei 38 diari (1956-1984 e 2007-2016) depositati dalla famiglia. In totale circa 2.600 pagine.

Ettore Bernabei è una delle più interessanti figure della storia d’Italia della seconda metà del Novecento, protagonista – scrive La Bella nell’introduzione – di una delle carriere più singolari e originali nel panorama dell’Italia del secondo dopoguerra. La lettura dei diari consente di mettere nella giusta luce il ruolo che ha avuto come uomo di fiducia di Fanfani, ambasciatore informale, consigliere, tessitore di alleanze, stratega di campagne politiche ed elettorali. Cioè il posto che gli spetta nella storia politica del Paese e non solo dunque nella veste di direttore generale della Rai, promotore di cultura e di intrattenimento.

Si tratta di diari quasi esclusivamente politici nei quali particolari e dettagli di carattere familiare sono riportati in quanto hanno una valenza politica, contano perché entrano tra le variabili da considerare nel prendere una posizione o influiscono nel processo decisionale. Nel corso dei 28 anni raccontati nella prima serie di diari ovviamente cambia il contesto, si modificano i rapporti di forza, muta anche l’approccio umano con il passare degli anni e il consolidarsi delle esperienze. Ma lui rimane sempre testimone e protagonista.

Gli anni di cui parliamo si potrebbero definire quelli della speranza e dell’impegno, della sensazione di essere vicini alla realizzazione di un sogno.  Bernabei è stato fra i principali promotori di un progetto politico di grande spessore etico ispirato ai valori evangelici insieme ad Amintore Fanfani e Giorgio La Pira.

Il progetto dei cattolici italiani organizzati in un partito con lo scopo di raggiungere sul piano sociale i principi di carità e uguaglianza del Vangelo”, come scriveva. Un grande progetto che avrebbe dovuto rendere l’Italia un paese a democrazia avanzata, convintamente solidale e con una forte rete di protezione sociale. In questo senso –  ribadisce La Bella – affermava il primato della politica e dei suoi obiettivi come arte al servizio del bene comune e risposta alle attese della povera gente.

Giovanissimo direttore di giornale, il Giornale del Mattino, dal 1952 al 1956, aveva assunto l’incarico di mettere quotidianamente il progetto alla prova dei fatti, delle contraddizioni, dei conflitti sociali, della lotta di classe che era allora intesa dai comunisti, i principali avversari politici, come strumento di conquista del potere. In prima pagina scriveva che si proponeva di “difendere i più umili e i più deboli dalle sopraffazioni dei potenti come dagli inganni degli estremisti”.

Al vertice di quel quotidiano Bernabei confrontava con i fatti uno dei capisaldi della linea politica perseguita da Fanfani e La Pira, leader della componente sociale della DC: affermava il ruolo dello Stato come soggetto terzo di fronte al conflitto di classe in grado di costruire un’economia solidale di mercato. E un pilastro per farlo era un sistema misto pubblico-privato, basato sulle grandi aziende partecipate che sono state il polmone del miracolo economico italiano. Un modello da opporre al liberismo di stampo anglosassone.“La Pira è fuori dagli schemi del materialismo, sia esso quello del collettivismo che quello dell’individualismo liberista”, ecco un’altra frequente citazione.

Forte di questa esperienza, a 35 anni, dopo il trasferimento alla direzione del Popolo a Roma nel 1956, Bernabei dava ai leader Dc un contributo dettato dal pragmatismo, da una profonda cultura e dalla conoscenza della realtà che aveva assunto dalla sua attività giornalistica e dall’impegno nella stampa della Resistenza e nella Liberazione a Firenze vissuta da giovane intellettuale, cattolico laureato in lettere e inserito nel gruppo dei giornalisti della Nazione del Popolo, il quotidiano del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale.

A Roma è approdato nel centro del potere politico con la missione indicatagli da Fanfani: prima di tutto da professionista, rendere competitivo il Popolo organo della Democrazia Cristiana e poi, dalla nuova posizione, continuare a sostenere La Pira che lo aveva incitato a portare a Roma l’esperienza fiorentina. In breve tempo aderisce così profondamente al progetto dei due uomini politici dei quali in tante occasioni ha interpretato il messaggio fino a indirizzarne le scelte secondo coerenza ed efficacia.

Sono le parole di Bernabei a definire bene questo aspetto: Non cerco mai di influenzare Fanfani, ma semmai di aiutarlo nel portare avanti i suoi disegni che mi sembrano giusti e opportuni . Osservazioni fatte parecchi anni dopo a Ciriaco De Mita che lo considerava come un’ostile eminenza grigia che determinava posizioni e scelte di Fanfani. 

Parole che non solo rappresentano una sorta di reazione obbligata ad espressioni di sospetto e diffidenza  dell’allora segretario della Dc, ma sono qualcosa di più: la risposta risentita di chi per tutta la sua vita ha fatto della lealtà, del servizio in nome di un ideale e di principi profondamente condivisi con i referenti.Sono stato sempre fanfaniano “,ha detto Bernabei a Giorgio Dell’Arti nel libro intervista L’Uomo di fiducia ( 1999), il primo racconto pubblico della sua avventura intellettuale, professionale e politica.Egli “Contribuisce – scrive La Bella – a partire da una lettura puntuale della realtà in cui è immerso, ad elaborare la strategia e i passi migliori da compiere nelle diverse situazioni”. Ciò che emerge è l’ onestà intellettuale la fedeltà alle sue convinzioni, la messa alla prova delle capacità professionali e dell’intelligenza utilizzata senza risparmio.

Chi legge un diario assume per lo più un atteggiamento di fiducia in quello che traduce dal corsivo della penna stilografica perché presuppone la sincerità negli scritti privati che devono servire al doppio scopo di tenere memoria di quanto visto e udito, di quanto detto e di quanto trasmesso, e nello stesso tempo anche di riflessione personale, di sfogo e di confronto con la frammentarietà e il frastuono del quotidiano.Un quotidiano così denso, così pieno di eventi complessi e sensibili, quando una parola può cambiare un corso o una decisione e la linea del suo pensiero e delle sue convinzioni. Il flusso ininterrotto della coscienza e della memoria.

In questi quaderni si profila netta la sua personalità e la lettura ne restituisce la forza e la profondità della convinzioni, come il forte sentimento religioso. Era una realtà che vedeva nel sostegno e nella condivisione delle idee nei confronti di Giorgio La Pira (che aveva lasciato la carica di sindaco nel 1957 e in quegli anni dedicava la sua attività alle iniziative per la pace, sulla linea dei convegni sulla Pace e la civiltà cristiana)  il momento forse più alto di partecipazione e di entusiasmo nutrito dalla sensazione di poter lottare e superare tutti gli ostacoli.

Nel periodo coperto dal volume curato dal professor La Bella, in particolare la parte che racconta prima del massimo potere mai raggiunto da un presidente del Consiglio (Fanfani è stato contemporaneamente capo del governo, ministro degli esteri e segretario del Partito di maggioranza, la Democrazia Cristiana) e poi la caduta per volontà dell’ala conservatrice, riuniti nel convento di Santa Dorotea coloro che – scrive nel diario di quell’anno il 1959, uno dei più ricchi e dei più interessanti perché quello fu un anno cruciale per la politica italiana – promuovono “una tenace conservazione mascherata di progressivismo.

Pagine che spesso sono appassionanti per la suspense e l’intrigo raccontano del tradimento che portò Aldo Moro alla segreteria del partito. Tutta da godere è nello stesso contesto la lettura delle note sui giorni della crisi di Fanfani dimissionario con il tentativo di Bernabei di far uscire l’uomo politico dallo stato di prostrazione in cui si trovava pensando addirittura di lasciare la politica: “Non si rende conto che quando il capo è assente perché si ritira i soldati non sanno dove andare per chi combattere ma è ben più grave il suo desiderio di ritirarsi completamente dalla vita pubblica perché ritiene che in Italia non sia possibile far politica per chi onestamente non vuol piegarsi ai ricchi e servirli”.

Raccontato con grande acutezza e sensibilità l’evoluzione del rapporto caratterizzato da alti e bassi, fiducia e diffidenza, amicizia e concorrenza, ma anche da stima profonda, fra Fanfani e Aldo Moro. Anche il giovane lettore penso possa restare colpito dalla complessità del rapporto fra i due cosiddetti cavalli di razza democristiani: “Ho dovuto constatare an­cora una volta che anche gli uomini di intelligenza supe­riore e investiti di grande responsabilità si comportano fra loro con gli stessi complessi, le stesse debolezze, incertezze dei piccoli uomini, aggravati però dal controllo sull’impul­sività e dal rapporto continuo delle molte informazioni”. Sono come lampi di luce che vengono a illuminare vicende che nel bene e nel male hanno contribuito a far progredire questo paese.

Bernabei è stato l’uomo di fiducia di Amintore Fanfani – si diceva –  la cui longevità politica è anche la ragione dell’estensione temporale dei diari. Fanfani nella sua vicenda politica fatta di vittorie e sconfitte di decisioni impopolari e di provvedimenti che hanno fatto fare passi avanti alla società italiana nel suo complesso. Le pagine dei diari consegnano la figura di un leader politico di alto livello, con uno spessore morale e intellettuale che non è usuale trovare nella classe politica. Autentiche le note di Bernabei che osserva il leader con sincera ammirazione: un sereno Fanfani improvvisa musica al pianoforte e pota gerani in terrazza.  Uno dei tanti visti da vicino, ritratti senza veli dei vari leader democristiani.

Un’ultima osservazione. Leggendo per intero le annotazioni dei diari, queste  hanno il carattere di pezzi di cronaca che non mancano di alcuna delle caratteristiche della tecnica giornalista: colore, testimoni, ambienti, personaggi. Non riporta mai informazioni, giudizi e commenti ricevuti senza citare la fonte. Pochissimo di quanto si legge non è sorretto da citazioni virgolettate o, quanto meno, dall’indicazione dell’ambiente da cui quell’informazione proviene.

La pubblicazione dei testi integrali dei diari porterà nuove informazioni, dettagli, nuovi elementi agli storici per completare la conoscenza di quegli anni. Come già nel testo introduttivo del professor La Bella si è potuto constatare. E’ ancora una miniera da scavare con tanti dettagli e commenti che richiedono l’approfondimento degli studiosi.

In foto Ettore Bernabei

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Non è manco cominciata che già si caratterizza per insudiciamenti stile nazi:

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