Taglia che ti passa…il servizio

esondazioni di maroni
Esodazioni/esondazioni balneari

Deve essere il caldo. Anzi, certamente è il caldo: meglio dare la colpa a qualcosa di tangibile, e di comunemente accettato come causa di rimbambimento. Altrimenti, non si spiega questo generale, improvviso interesse del popolo italiano tutto, mezzi di informazione in testa, per le vicende lavorative dei dipendenti pubblici e dei servizi che risultano dalle loro attività. Non dopo sette, otto anni di assoluta assenza critica da parte del cittadino al riguardo, dopo l’uscita di Brunetta e dei suoi lanzichenecchi sul fatto che si trattasse di una manica di sfaccendati – peraltro, nomea perfettamente in linea con la vulgata comune sull’argomento. Oggi, il lettore si scopre interessatissimo alle tanto sbandierate novità di luglio riguardanti la riforma della Pubblica Amministrazione, preso a metà tra il grido acido di “era ora!” da robespierrota fuori tempo massimo e l’interrogativo che, a ragione, in Italia da sempre attanaglia la platea: ma siamo sicuri che i cambiamenti siano per il meglio?

Cominciamo con la vexata quaestio delle Province, abolite con un tratto di penna propagandistico già almeno da tre anni in maniera del tutto zuzzurellona, visto che la riforma costituzionale che avrebbe potuto farlo in maniera legale è ancora – se pure – di là da venire. All’improvviso, il Corriere della Sera (il 24 luglio, a firma Lorenzo Salvia) “scopre” una incongruenza tra l’abolizione sulla carta e l’esistenza, ancora non cessata, nel mondo reale, in cui scopre “uffici dove ogni giorno le persone vanno a lavorare”. Attenzione, perché il passaggio è straordinario: subito dopo apre con “ (…) dopo un lungo periodo in cui la sola parola provincia comportava l’accusa di malversazione e spreco di denaro pubblico (…)”. Ah sì? Non ce n’eravamo accorti. Eravamo rimasti alle Province come erogatrici di quasi 11 miliardi di Euro l’anno sul territorio nazionale (11 miliardi erroneamente ricompresi come “costi” in quei 14 che pareva succhiassero alla Nazione), senza contare gli altri 30 o 40 miliardi annui erogati sotto forma di servizi altrimenti non forniti da nessuno, come è normale per la struttura pubblica. Oggi lo scandaletto scoperto è che otterranno altri 148 milioni di Euro, alla faccia dell’austerity.

incontenibili
Ultimo grido in fatto di moda marittima: i costumi “incontenibili”

Silenzio assoluto invece sui tagli che dal 2014 al 2017 constano di 6 miliardi di Euro: ovvero, oltre a tutti i costi di esercizio, anche una bella fetta di quanto serve per i progetti sul territorio. Le Province, con qualsiasi nome, oggi sono in passivo di 122 milioni di Euro e non riescono a pagare i riscaldamenti per le scuole, le ristrutturazioni, gli stipendi, la cancelleria. Stupore? No: aritmetica. Repubblica (10 luglio, Caterina Pasolini) parla della imminente chiusura dei Centri Antiviolenza, col conseguente lancio in mare di 16.000 donne l’anno che potranno serenamente tornare a farsi pestare e massacrare dai rispettivi mariti, fidanzati, datori di lavoro, soci in affari e passanti; proprio nel momento in cui pian pianino si cominciava a coltivare in Italia un progetto culturale in cui prendere e menare le donne era da considerarsi inelegante, proprio mentre da una parte è stato promesso lo stanziamento (e l’erogazione) di 16,5 milioni di Euro (2012 – 2013) e i giornali impazziscono per le belle notizie di femminicidio, che riescono sempre a generare un sacco di indignazione e un sacco di click. Cosa è successo?

Semplice: i soldi, non sono arrivati. E ora, tra borse vuote e blocchi alle spese di origine burocratica, non si pagano gli stipendi né i costi delle strutture, col risultato che, di nuovo, ci si affida come nel passato al buon cuore e al buon gomito delle tante volontarie e volontari. E’ così che si costruisce un Servizio? Certamente no: senza nulla togliere al volontariato, sappiamo tutti che sotto questa egida si celano operazioni a dir poco disomogenee quanto a qualità e quantità, cosa che non aiuta nella soluzione dei problemi. Ora: i problemi con la questione del “femminicidio”, il circo mediatico sopra costruitovi, le prebende a parenti, amici, baroni della psicologia, dell’avvocatura, della magistratura, l’eccellente circolo di amici e sedicenti volonterosi che gira attorno a questo mondo in attesa di succhiare un po’ di linfa a fondi statali ed europei in cambio di un lavoro mediocre e spesso più dannoso che altro sarebbe argomento per una seria inchiesta italiana che vedrebbe carcerate migliaia di persone. Così facendo, però, come sempre si andrebbe a distruggere il lavoro eccellente svolto dai tantissimi che in questo Servizio ci hanno creduto e hanno, ci crediate o no, veramente migliorato le cose; non tanto da un punto di vista societario (ben altri interventi occorrerebbero, per spezzare questo circolo di imbecillità misogina), quanto dal punto di vista, che spesso dimentichiamo, personale. Ossia: hanno salvato la vita a moltissime persone. Ebbene: signori, dati i numeri (solo 67 donne uccise in un anno? Tzè), si chiude, stop ai soldi. Stupore? No; di nuovo, aritmetica.

E ricordiamo che con numeri ben maggiori anche molti servizi dei Centri per l’Impiego (ivi compresi i raccordi tra il mondo del lavoro e l’assistenza alla persona, i cosiddetti Nuclei Territoriali) erano già stati sacrificati. Oggi, insomma, il cittadino comincia, lentamente ed emergendo da un sonno di rincoglionimento elettorale, a chiedersi se sia normale vivere in un Paese in cui i soldi per i servizi essenziali (sanità, istruzione, sicurezza, assistenza, lavoro) sono selvaggiamente tagliati con l’unico criterio della forbice. Perché questo è il disegno delle varie riforme che si susseguono: tagli lineari, con sempre meno personale e sempre meno mezzi a rincorrere il compito di erogare servizi che, invece, sono percepiti come sempre più necessari e immancabili. Tipo, chiedete un esame del sangue al vostro medico, e poi vedete cosa vi dice. E sempre grazie al Corriere per primo, e poi a molti altri, scopriamo come i dipendenti pubblici, dopo la Riforma Madia, potranno essere licenziati se in esubero (già da decenni, chiedete ai perdenti posto di scuole ed ospedali), dopo un paio di proposte di trasferimento non andate a buon fine (dove? A fare cosa?), non avranno più diritto agli scatti automatici per anzianità (nel privato sono da sempre obbligatori; nel Pubblico sono bloccati da 5 anni e non sono mai stati obbligatori), i buoni pasto saranno di 7 Euro per tutti (già da 3 anni), la visita fiscale sarà automatica se ci si ammala di venerdì o di lunedì (già da 5 anni) e ci saranno verifiche più stringenti sull’operato dei lavoratori (già da 10 anni, anni in cui un quarto del tempo di lavoro viene usato per riempire moduli statistici e chiarificatori sul lavoro svolto).

Ed è meglio che ci fermiamo qui, perché, per quanto sia difficile stabilire chi sia un fannullone e chi un serio lavoratore in una Impresa che conta oltre 3 milioni di addetti suddivisi tra miriadi di sedi, ad uno studio anche superficiale della materia si scopre all’istante un esercito di fuchi sottopagati e sovra-istruiti molto spesso neppure assunti che svolgono mansioni spesso dequalificanti e di una routine degna dei film di Chaplin, con costi sempre crescenti e stipendi sempre in calo, i cui maggiori oneri per lo Stato sono rappresentati da dirigenti che non dirigono e non hanno superato concorsi per essere lì, da consiglieri, da direttori, da amici, parenti, nomine politiche reinvestiti in CdA di controllate, partecipate ed eterodirette varie. E anche questa pletora di nobili minori, se unita al totale dei vari politici di mestiere di tutti i livelli e altezze e bassezze costa al cittadino pro capite non più di una ventina di Euro mensili in busta paga. Quindi, i soldi dove vanno? Nessuno lo dice, alcuni lo sanno. Di sicuro c’è che il cittadino preferisce pensare che chi esegue i lavori dovrebbe farlo gratuitamente e ringraziando piuttosto che prendere atto della situazione di evasione, elusione, spreco tipiche del macchinario tutto italiano. E la domanda fondamentale, anche se in alcuni suoi punti retorica, resta: ma alla fin fine, i servizi chi li deve erogare? E a quali costi? E già che ci siamo: subiti da chi?

Total
0
Condivisioni
Prec.
Succ.
TAV di Firenze: Idra incontra a Roma Raffaele Cantone

TAV di Firenze: Idra incontra a Roma Raffaele Cantone

Un incontro che segue le numerose ipotesi alternative presenti sul tavolo in

You May Also Like
Total
0
Condividi