Summit Nato: amore ritrovato a colpi di miliardi e di commesse militari

Il simbolo conclusivo è stata la pistola regalata da Erdogan agli ospiti

Meloni è buona ma ha avuto momenti cattivi. Sanchez cattivo, cattivissimo, va punito interrompendo ogni relazione commerciale. Ma in Europa c’è “tanto amore, aldilà dei piccoli screzi ci amiamo”, perché i partner Nato “hanno il bene nel loro cuore”.  Zelensky? Ora è buono, merita la licenza per prodursi i Patriot. L’Iran? Sono “pazzi”, loro meritano solo bombe, tregua finita. In Cina invece buoni, ottimi rapporti.

E’ la sintesi grottesca dello show finale di Donald Trump, nella conferenza stampa a chiusura del “successful Nato summit ad Ankara”, un vertice lampo dove ha tenuto banco solo lui,  lo sceriffo di Washington, di cui si temevano intemperanze e colpi di scena letali per la sopravvivenza dell’Alleanza Atlantica. Invece è andata bene, “un summit tremendamente riuscito” lo ha definito il segretario generale della Nato Mark Rutte.                                         

I giorni prima non facevano ben sperare, prima di atterrare in Turchia, accolto con tutti gli onori dal padrone di casa Erdogan (buonissimo anche lui), i toni di Trump erano completamente diversi: la Nato lo aveva deluso e c’erano state bordate per tutti i partner europei – una banda di “scrocconi” che non lo ha supportato contro l’Iran – con eccessi di attacchi anche personali, come l’indecente post dell”’ordine di restrizione’ per Giorgia Meloni, sotto l’immagine della premier italiana adorante al cospetto dell’ ormai ex amico americano. 

Ma, al di là dell”one man show’ trumpiano, com’è andato il vertice della Nato, il 7 e 8 luglio scorsi ad Ankara,  lo ha spiegato meglio Rutte – lui sì adorante davvero – che al ‘paparino’ Trump ha riferito i numeri di quanto sono bravi gli alleati, altro che scrocconi:  avrebbero raggiunto “collettivamente” il 4% del Pil in spese legate alla difesa e alla sicurezza. Il 7 luglio, al ‘Forum dell’industria della difesa della Nato’, organizzato a margine e in apertura del vertice sono stati diffusi altri dati dalla Nato, che parlano di un amento delle spese di base per la difesa di quasi il 20% nel 2025 e dell’11% nel 2026. Non solo, il programma di prestiti Safe (Security Action for Europe), 150 miliardi di euro messi a disposizione dalla Ue per sostenere le spese militari degli stati membri, è stato, per il segretario generale “un grande successo”, con accordi già siglati con dieci paesi per 100 miliardi.

Soprattutto, c’è la prospettiva di “una rivoluzione industriale del settore, il ronzio dei macchinari deve trasformarsi in un ruggito”, ha esortato un incontenibile Rutte, spronando l’industria della difesa europea. Intanto, dei 119 miliardi di dollari aggiuntivi stanziati quest’anno rispetto al 2025, circa la metà andrà ad arricchire gli Stati Uniti. E al vertice è stato confermato che gli alleati avrebbero chiuso accordi con la Difesa per almeno 50 miliardi di dollari e altri 40 per i droni nei prossimi cinque anni. In generale, attualmente “c’è un portafoglio ordini complessivo pari a 300 miliardi di dollari per le vendite europee e canadesi dagli Stati Uniti nei prossimi due anni”,  aveva annunciato lo stesso Rutte in una intervista al Financial Times, un riarmo che sosterrebbe 195 mila posti di lavoro negli Usa. Il documento conclusivo del vertice di Ankara lo mette nero su bianco: “Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari”. Trump, dopo aver ascoltato questi numeri, si è ammansito, ci può stare comodo in una Nato così cambiata e con alleati così munifici. E questo è amore certo, tanto amore per il presidente americano, pronto a promuovere nuove joint venture con l’Europa ancora frammentata e impreparata al ‘ruggito’ dell’industria militare.

Così, finanziando economia e industria bellica americana in cambio di protezione militare, la Nato resta compatta: “Riaffermiamo – recita il documento finale – il nostro incrollabile impegno per la difesa collettiva ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Washington e per il legame transatlantico. Un attacco a uno è un attacco a tutti”.

Tutto rientrato quindi, avanti come prima? Tutto diverso invece, la Nato 3.0, come è stata ribattezzata dopo Ankara, perde la trazione americana e diventa più europea, ponendo anche le basi per la costruzione di una propria difesa, con Washington che  però continua a garantire l’ombrello nucleare secondo lo stesso art.5. “Un’Europa più forte in una Nato più forte”, è lo slogan entusiastico inserito nello stesso documento finale. Ma con costi e benefici, di là da venire questi ultimi. Intanto, sintetizza sul ‘Corriere della sera’ Federico Rampini, “bisogna essere onesti: l’arroganza paga. Il bullismo di Trump ha strappato agli europei ciò che tutti i presidenti americani, da Eisenhower e Kennedy fino ad Obama, chiesero senza ottenere, cioè un riequilibrio degli oneri per la difesa dell’Europa”.

A che prezzo? Ne sa qualcosa l’Italia con la presidente Giorgia Meloni che, se dovesse tenere testa agli impegni presi sulla Difesa con Ue e Nato, non solo rischierebbe di perdere le prossime elezioni ma anche una crisi di governo, con Lega e ancor più Futuro Nazionale del generale Vannacci che fanno muro. Non è facile spendere soldi in armi in una congiuntura economica così critica, lo ha fatto capire chiaramente anche il ministro dell’Economia Giorgetti ed è rimasto solo il collega alla Difesa Crosetto a ricordare gli impegni presi dall’Italia. Senza dire delle opposizioni, sulle barricate per far dirottare quei soldi dalle armi alla sanità e alle altre emergenze sociali. 

Decide Meloni ovviamente e intanto frena, nonostante Roma, con tutti gli altri Paesi Nato eccetto la Spagna, avesse sottoscritto l’impegno, al vertice dell’Aia del 2025, di portare le spese militari al 5% del Pil entro il 2035 come intimava Trump. Rutte aveva fornito un espediente più sostenibile economicamente, stabilendo che quel 5% comprendeva un 3,5% in difesa convenzionale e l’ulteriore 1,5% in altre e generiche spese per la sicurezza dove la creatività contabile italica già prevedeva di far rientrare di tutto, perfino il Ponte sullo Stretto.

Ora non basta più niente, le casse sono vuote e la bufera politica infuria.  Mentre molti Stati alleati, come Polonia, Paesi baltici, Germania e perfino la Grecia hanno fatto i compiti dichiarando di superare in spese militari il 3,5% del Pil già nel 2030, Meloni si è presentata offrendo il suo magro 2,8%. Soprattutto, ha aggiunto che l’Italia mantiene sì gli impegni sul 5% del Pil entro il 2035, “ma in modo sostenibile, stabilendo noi i tempi, i modi e le priorità”, con stoccata finale per Trump: “Tutti questi investimenti devono restare in Italia”.  Altro che implorante, l’amore con l’amico americano sembra finito per sempre. Ora Meloni, nonostante la consegna del silenzio sulle ultime sparate del tycoon, continua a rispondere con piglio patriottico perché “prima di tutto l’interesse dell’Italia”. Il ministro Crosetto comunque si porta avanti annunciando che l’Italia prevede investimenti in Difesa per 19 miliardi di euro da inserire nelle prossime due finanziarie.

Nel frattempo prevale l’attendismo, anche sul ricorso ai fondi europei Safe, il governo italiano ancora non ha ritirato la quota di circa 14 miliardi di euro che gli spetterebbero, resta un mese di tempo, poi quei fondi, che pure Roma aveva prenotato, verranno redistribuiti agli altri Paesi Ue interessati che, in 18, hanno già aderito a Safe.

Difficile trovare la quadra per il governo italiano, con la presidente del Consiglio passata da un ruolo che in realtà si era attribuito solo lei,  di pontiera privilegiata fra Washington e Bruxelles, alla irrilevanza e mortificazione in seguito all’escalation trumpiana di violenti e scomposti attacchi personali, che hanno portato ai minimi termini, come mai accaduto nella storia precedente, i rapporti fra Italia e Stati Uniti. Il vertice di Ankara per Meloni è stato una prova del fuoco, con addirittura le diplomazie del cerimoniale impegnate, nei giorni prima del summit, a gestire una logistica che tenesse lontani i due ex amici transatlantici, a cominciare dai posti a tavola nella cena iniziale dove lei voleva la garanzia di non sedersi accanto a Trump, per finire a quell’inconsueto ma eloquente ritardo con cui si è presentata ad Ankara il primo giorno. E anche l’indomani il gelo non si è mai sciolto, nonostante l’amico americano abbia tentato qualche passo, è una “brava persona”, ha concesso. Ma non è un buon momento per la premier italiana, l’ultimo attacco, ironia della sorte, le è arrivato dall’Iran, che l’ha inserita nella lista dei leader che meritano vendetta. Proprio lei, ‘maltrattata’ da Trump soprattutto per non averlo appoggiato contro Teheran. Il ponte meloniano vacilla anche sul fronte europeo, lei probabilmente non sarà alla cena dei volenterosi con Zelensky a Parigi il 13 luglio prossimo e manderà il ministro degli Esteri Antonio Tajani. 

Tornando ad Ankara, chi ne è uscito meglio è il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. La licenza concessagli da Trump per produrre i missili intercettori Patriot è la vera notizia, tanto che ha infastidito non poco la Russia, anche se ci vorrà molto tempo prima che l’Ucraina possa produrli stabilmente in autonomia. Ma Kijev ha incassato anche un importante riconoscimento in denaro dalla Nato. Così il  documento finale: “Per il 2026, gli Alleati si impegnano a fornire all’Ucraina 70 miliardi in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento e riaffermano il loro impegno sovrano a mantenere almeno livelli equivalenti nel 2027”.  L’onda positiva per Zelensky è arrivata poi a Bruxelles, con il via libera dei 27 a un nuovo capitolo di adesione alla Ue. 

Così, nell’armonia ritrovata, si è chiuso il 36esimo vertice Nato di Ankara, con il presidente Trump sotto i riflettori, che ha rassicurato i ‘figliol prodighi’ di non volere più spaccare tutto. Ma le vere protagoniste del vertice sono state le armi e il loro ‘ruggito’, che si dovrà trasformare in dollari, eccolo il collante della Nato, e certo che Trump non lascerà l’Alleanza: “In quella stanza potevate respirare amore – ha ancora sproloquiato nello show finale – Dicevano: ti amiamo, ti vogliamo bene . E’ strano da persone adulte, forse stavano cercando di far colpo su di me e in un certo senso ci sono riusciti”.  A suon di dollari e di commesse militari.

Intanto in Medio Oriente, in Iran il ‘ruggito’ delle armi non semina dollari ma morte, mentre ad Ankara diventava business, con incontri bilaterali fra i vari Stati per impostare nuovi affari, come in un qualunque vertice economico.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha interpretato perfettamente questo spirito, regalando alla fine del vertice a ciascuno dei leader ospiti una pistola con inciso il proprio nome, accompagnata da sei proiettili e consegnata in una teca di legno con la bandiera turca e il simbolo della Nato. Un regalo inquietante che ha spiazzato un po’ tutti. Forse Erdogan ha voluto fare il primo della classe, mettendo in mostra  la potenza  dell’industria della difesa nel suo Paese. L’arma donata è una Gumusay 357 Magnum, revolver prodotto dall’azienda turca di armi Mke negli anni Novanta. 

E’ un gesto simbolico potente che racconta meglio della due giorni di vertice lo spirito dei tempi: “La morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita” divenuta non solo business, ma “souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre. Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare. Questo è il vero scandalo”, ha scritto sull”Avvenire’, con parole definitive, don Mimmo Battaglia, cardinale arcivescovo di Napoli. “Per questo  – dice ancora – non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo… Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato”.

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