Trump ha lanciato il cosiddetto “piano di pace” nel momento in cui si è reso conto che Israele si era cacciato in una tale condizione di isolamento internazionale da non potersi più permettere, di fronte all’opinione pubblica, di appoggiare la continuazione della carneficina a Gaza”. Sa bene di cosa si parla, Pasquale Ferrara, l’ex ambasciatore promotore, a fine luglio, della lettera a Meloni, cui avevano aderito oltre 70 suoi colleghi, per chiedere all’Italia misure concrete per fermare Netanyahu e riconoscere lo stato di Palestina. In pensione dallo scorso luglio, conosce bene il Medio Oriente: gli ultimi quattro anni di carriera dedicati a occuparsene alla guida degli Affari politici e di Sicurezza alla Farnesina, altri quattro passati da ambasciatore in Algeria, e, in precedenza, ancora quattro a Washington impegnato sullo stesso settore, nonché inviato speciale per la Libia.”
La goccia che ha fatto traboccare il vaso di un sostegno indiscriminato a Netanyahu del presidente USA?
“Le gocce – anzi le vere e proprie cascate – sono almeno due. La prima, l’attacco agli esponenti di Hamas in Qatar, una mossa avventata di Israele, totalmente sgradita a Trump. La seconda, l’ipotesi di annessione della Cisgiordania da parte di Israele, cancellando ogni idea di stato palestinese, il varco di una linea rossa, una prospettiva fortemente avversata dai paesi del Golfo, in testa l’Arabia Saudita e il Qatar. Nemmeno i paesi che firmarono i cosiddetti “Accordi di Abramo” con Israele (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan, Marocco) possono permettersi il lusso di un tradimento così plateale della causa palestinese. Si dimentica che anche i paesi arabi hanno loro opinione pubblica a cui rispondere, vedi le piazze di Egitto e Giordania.”
Hanno avuto un qualche ruolo anche la Flotilla e le piazze italiane e del mondo?
“Trump è molto attento alla popolarità a livello internazionale, dunque una protesta così vasta non credo sia passata del tutto inosservata”.
Funzionerà la pax trumpiana ?
“Per ora sono andati avanti solo il cessate il fuoco e lo scambio di ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi. Nel piano l’Autorità Nazionale Palestinese non è nemmeno espressamente menzionata. E’ rivelatore della volontà di tenere i palestinesi sotto scacco anche la mancata liberazione di Manwar Barghouti, cioè di colui che potrebbe essere il grande federatore delle due anime palestinesi, quella di Hamas a Gaza e Fatah a Ramallah. E’ un fatto che l’ANP abbia perso credibilità in questi ultimi anni, anche perché Israele ha continuato ed intensificato le attività di controllo, occupazione, repressione in Cisgiordania, ed i palestinesi si sentono indifesi. Per negoziare davvero la pace ci vorrebbe la riunificazione palestinese e la creazione di un governo di unità nazionale solido, che desse consistenza alla prospettiva di uno stato palestinese. Uno sviluppo che il progetto non considera seriamente.”
Secondo lei non possiamo dunque parlare di pace?
“Per ora i fatti sono solo la liberazione degli ostaggi israeliani e il rilascio dei prigionieri palestinesi, la ripresa degli aiuti umanitari (non ancora al livello a cui dovrebbero essere) e il cessate il fuoco. Tutto il resto è da inventare. Dei 20 punti del piano Trump sono stati affrontati solo i primi cinque. Gli altri 15 restano da negoziare da cima a fondo. Ad esempio, chi dovrebbe governare Gaza, scelti da chi, e con che mandato? Per ora si parla di un’autorità formata da tecnocrati piombati dall’esterno. Con al di sopra una sorta di consiglio di amministrazione presieduto da Donald Trump, con dentro persino Tony Blair, un personaggio la cui reputazione politica, dopo l’Iraq, non è altissima. Se mi si permette il paragone, mi sembra una sorta di nuova Compagnia delle Indie orientali, un’entità vagamente neo-coloniale.”
Si parla poi di una futura speculazione miliardaria privata sui terreni di Gaza distrutta.
“Il progetto della Riviera, che sembrava uscito dalla porta, rientra dalla finestra. Il dato reale è che a Gaza ci sono 50 milioni di tonnellate di macerie da rimuovere, molte della quali contaminate e in presenza di materiali pericolosi, probabilmente con migliaia di ordigni inesplosi. Ma c’è di più”.
Ovvero?
“In tutti questi scenari, la striscia di Gaza viene reificata, trattata come un possedimento di cui disporre a piacimento, come un’entità separata, una specie di staterello soggetto a un protettorato internazionale non deciso dall’Onu. È un problema politico enorme”.
Cosa prevede il piano Trump per la Cisgiordania?
“Trump evita solo che venga formalmente annessa da Israele. Ma una cosa è l’annessione formale, altra cosa impedire l’annessione di fatto che sta progredendo giorno per giorno da parte dei coloni israeliani, il cui numero ormai sfiora il milione di unità, sotto l’occhio benevolo e persino incoraggiante di due ministri, Smotrich e Ben Gvir, e con la protezione dall’esercito israeliano. Mentre sarà difficile che venga eliminato, al massimo sarà congelato, il progetto edilizio già approvato da Israele che divide Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania, impedendo la riunificazione territoriale”
Cosa ne potrà essere dei palestinesi di Gaza nell’immediato?
“Tornano a casa ma non ci sono più case né servizi, neanche quelli fondamentali come l’acqua, l’energia, i generi si prima necessità. Sono estromesse dagli aiuti tutte le agenzie delle Nazioni Unite, compresa l’UNRWA, adesso considerata persino un’entità terrorista da Israele, quando è l’unica ad avere gli strumenti per raggiungere in modo capillare la popolazione a Gaza. Papa Leone XIV, parlando alla FAO, ha ribadito che la coscienza internazionale considera “un crimine di guerra la fame deliberata, come pure l’impedire intenzionalmente l’accesso al cibo a comunità o interi popoli”, e ciò costituisce “una crudele strategia che condanna uomini, donne e bambini alla fame”. Ci pensa invece la cosiddetta “Gaza Humanitarian Foundation” di matrice israelo-americana, che bisognerebbe ribattezzare “Gaza Humiliation Foundation”, gestita, in pratica, dalla destra evangelica americana e che mobilita società di sicurezza private (“private contractors”).
Quella che lei bolla come carneficina ha prodotto danni irrecuperabili ?
“Niente è irrecuperabile. Il tema è se c’è una volontà politica o meno. Si è parlato di un nuovo processo di pace. Ma quello firmato in Egitto è un documento con una lista di obiettivi, assai più vago del percorso che era iniziato dopo gli Accordi di Oslo del 1993. Che dice di no a uno stato palestinese e pensa solo a garantire la sicurezza di Israele. Interrogato sullo stato palestinese Trump ha risposto: ‘Non ho un’opinione’. Il problema oggi è recuperare un’iniziativa politica internazionale. Ma i principali paesi non sembrano molto propensi a profilarsi. Gli Usa, nei momenti decisivi, sono schiacciati su Israele. I russi sono in altre faccende affaccendati. Per anni il tentativo di un serio negoziato è stato in mano a un quartetto: Usa, Nazioni Unite, Russia, Ue. Adesso non si vede un filo. Chissà se cambierà qualcosa in Israele con le elezioni dell’anno prossimo. Pare che stia mutando l’orientamento popolare nei riguardi di Netanyahu.
Ma non c’è alcun entusiasmo popolare, ad esempio, per uno Stato palestinese, come non c’è stata alcuna protesta di massa per gli eccidi a Gaza. Alcuni cominciano a realizzare che già a novembre 2023 gli ostaggi sarebbero potuti tornare a casa, mentre il primo ministro si ostinava in una guerra insensata con l’obiettivo irrealistico di sradicare Hamas per via militare, provocando invece lo sterminio di migliaia innocenti, civili e bambini. Hamas è un’ideologia e la si combatte solo con la politica. Nessun ostaggio è tornato a casa per effetto delle operazioni militari ma solo grazie alle trattative che sono state condotte da Qatar e Egitto con il beneplacito degli Stati Uniti. Per contrasto, faccio osservare che gli israeliani hanno bombardato proprio i mediatori in Qatar. Nell’immediato si parla di dispiegare a Gaza una forza internazionale di stabilizzazione: ma chi la istituisce, se non il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite? Ma di ONU Israele non vuole nemmeno sentire parlare. Gli israeliani, inoltre, non hanno in animo di ritirarsi completamente dalla Striscia. E una forza di pace rischierebbe, ora, di trovarsi in mezzo a un fuoco incrociato.”.
Giorgia Meloni vanta un gran ruolo, “in silenzio” dice lei, dell’Italia negli accordi egiziani.
“Intendiamoci, al governo vanno riconosciute alcune decisioni positive. L’Italia c’era – ed io in quella occasione la rappresentavo – nel settembre del 2024 alle Nazioni Unite quando si tenne una delle prime riunioni dell’iniziativa franco-saudita per l’attuazione della soluzione a due Stati. E l’Italia c’era anche il 29 luglio scorso a New York, quando si è candidata insieme all’Indonesia per coordinare le iniziative per garantire la sicurezza a Gaza, in coerenza con l’azione svolta in questi anni per la formazione delle forze di polizia e di ordine pubblico palestinesi.
Diciamo che personalmente avrei preferito che il silenzio non ci fosse stato per i crimini di guerra, di cui i responsabili israeliani dovranno rispondere dinanzi alla Corte penale internazionale. L’Italia ha poi commesso alcune omissioni politiche serie. Ad esempio, ha impedito, insieme alla Germania, che fossero decise sanzioni europee nei confronti di Israele. L’Italia si è inspiegabilmente astenuta nel voto all’Assemblea Generale dell’ONU, il 10 maggio 2024, per dare maggiore consistenza allo status della Palestina alle Nazioni Unite. L’Italia è l’unico dai grandi paesi del Mediterraneo, finora, a non riconoscere lo Stato di Palestina. Una scelta legittima, ma che ha un peso politico non da poco, e che non penso sia coerente con la vicenda storica della politica estera italiana nel Mediterraneo.
In Foto: Pasquale Ferrara (https://www.sophiauniversity.org/it/portfolio/pasquale-ferrara/