Sciopero, protesta, cortei: le piazze vogliono tornare a contare

L’enfasi su episodi di violenza mostra l’incapacità di dare risposte

Le piazze impressionanti di questi giorni alimentano alcune domande. Una buona parte degli italiani trova importante e giusto il sostegno alla Flotilla, tanto da scendere nelle piazze a protestare per lo stop israeliano delle navi pacifiste, tra l’altro in acque internazionali, a circa 70 miglia dal mare gazawi. Ma è “solo” Gaza a impegnare la passione e la voglia di protesta degli italiani, o è successo qualcosa, magari sull’onda dello sdegno per il massacro quotidiano e senza pausa che investe la Striscia, che ha condotto gli italiani in piazza, nonostante la corrosione degli spazi di dissenso dovuti a una legislazione che per ora ha visto il suo apice nel Decreto sicurezza, peraltro anticipato dalla legge anti-rave? Un dubbio senz’altro lecito, che secondo Vincenzo Scalia, criminologo e professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze, potrebbe avere una risposta positiva. Sì, qualcosa in effetti potrebbe essere cambiato.

“Un punto è evidente – spiega Scalia – quando ci si mobilita, non lo si fa mai solo per una ragione. Dietro le mobilitazioni ci sono ragioni come il malessere del momento, l’impegno civile, la passione politica, ma anche la voglia di aggregarsi, di manifestarsi, di rendersi visibili,. Ed è forse questa la molla, anche di queste piazze: la possibilità, a partire da un tema, di tornare a contare”. Del resto, c’è sempre bisogno di un punto di aggregazione, che “una volta riguardava le questioni del lavoro, poi è mutato nell’antiberlusconismo, poi ancora è diventato l’Europa. Oggi, invece, abbiamo Gaza”. Una questione, quella di Gaza, che in realtà è complessa e comprende vari temi. “non solo il genocidio, ma anche gli scenari di guerra che si vanno delineando in varie parti del mondo, uno scontro evidente fra i cosiddetti Brics e vecchie potenze probabilmente in fase di declino, tutti elementi che concorrono a turbare e implementano la voglia di intervenire per fermare spirali di guerra” non comprensibili, non accettabili, non assimilabili.

Insomma, piazze contro la guerra. “Nel senso che queste piazze non vogliono la moltiplicazione degli scenari di guerra, non vogliono che l’aumento delle spese militari giunga a decretare la guerra stessa, non vogliono che le spese militari, oltre a essere fonte di mobilitazione, diventino massacro sociale dal momento che stornano risorse destinate all’istruzione, alla sanità, agli alloggi, alle pensioni”. In altre parole, secondo il docente, ciò che emerge dalla mobilitazione di questi giorni è la domanda di una società diversa, nelle sue priorità e nei suoi obiettivi.

Tirando le fila, è questo che si può leggere in controluce nelle mobilitazioni di questi giorni: la richiesta di un’inversione di rotta nella spirale intrapresa dalle élite politiche, elette, nominate o comunque giunte nella stanza dei bottoni. In altre parole, le piazze potrebbero aprire uno scenario che la politica (e i media di cui si servono) non intercetta. O forse, il dubbio è lecito, non vuole intercettare.

Una spia della incapacità del potere a dare risposte politiche nel merito di quanto richiedono le piazze, è, ad esempio, l’enfasi con cui si tratta degli episodi di violenza , marginali rispetto alla protesta pacifica di migliaia di cittadini, che avvengono nel corso delle manifestazioni e cortei, non dissimili da quelli sempre presenti, possiamo senz’altro aggiungere purtroppo , nei momenti di protesta civile delle piazze. Enfasi sulle violenze condotte da gruppi nei confronti di vetrine, auto e banche, con cariche di forze dell’ordine e manganellate, arresti e denunce, provocano risentiti proclami e riempiono i media. Nessuna risposta politica invece per le questioni (politiche) poste dalle piazze piene e dai cittadini che manifestano, tranne il tentativo di accomunare tutti in un generico ribellismo violento. Oppure, il silenzio. “Il “giochino” ricalca schemi ormai tradizionali – spiega Scalia – da un lato, troviamo gruppuscoli che magari in buona fede, aderiscono a una visione della protesta che non è tale se non c’è la carica delle forze dell’ordine, dall’altra abbiamo agenti e militari che non hanno né la misura né la formazione della de-escalation. Un terzo elemento riguarda viceversa aumentare la tensione, chiudere gli accessi alle stazioni, far sorvolare elicotteri sui cortei, azioni che impauriscono e intimidiscono , creando una situazione di paura in cui un semplice gesto, magari frainteso, scatena reazioni immotivate, ingiustificate ed eccessive, che però danno vita al presupposto per l’intervento massiccio delle forze dell’ordine”.

D’altro canto, l’atteggiamento che il potere tiene nei confronti della piazza segue anch’esso schemi non nuovi. In questo momento, ad esempio, “la piazza è ben accetta qualora sia una piazza irregimentata, che manifesta con modalità uniformi e esprimendo consenso. Ma se si tratta di una piazza con pluralità di persone, vestite diversamente, magari con punti di vista diversi, aggregati però attorno a n tema forte, allora cessa di essere piazza”. Diventa un agglomerato di facinorosi, un semplice sebbene ciclopico assembramento. In altre parole, “la piazza non è”. E come tale, diventa solo un problema di ordine pubblico. “La logica in questi casi è militarizzare la piazza per cercare lo scontro per rimilitarizzare la piazza, in un loop senza fine”. Dove, aggiungiamo noi, le istanze politiche di coloro che intervengono pur nelle diversità di visione vengono annullate, tamquam non esset. Del resto, che cosa si fa davanti a un assembramento di facinorosi? E se i facinorosi sono migliaia, tanto peggio. La ricaduta di questa cesura fra le élites di governo e la piazza, “comporta anche qualcos’altro, ovvero la giustificazione delle politiche repressive, che scattano se il problema è ritenuto solo di ordine pubblico, in una sorta di giustificazione ex post di provvedimenti già presi , vedi l’ormai noto Decreto Sicurezza”.

Nonostante tutto ciò le piazze tornano ad essere piene. E anche circondate da un consenso che da tempo non si vedeva, a dispetto delle narrazioni che continuano a campeggiare. Una piccola annotazione forse potrebbe essere utile, e riguarda il tema palestinese. Per anni, proprio dagli storici camerati di Meloni, la causa palestinese è stata sostenuta con grande convinzione. Forse, dopo vari voltafaccia storici, fra cui anche un riscoperto filoatlantismo, questo asservimento ai dettami di Bibi Netanhyau non va del tutto giù a militanti passati ad esempio dal Fronte della Gioventù. Ma a parte questa pennellata storica, il vero problema è che, nonostante le normative repressive, la piazza si riprende il suo spazio, “ma se lo riprende in una fase storica critica, in cui è saltato il filtro delle organizzazioni di massa, mancano i grandi partiti e dunque la grande progettualità”.

Perciò il problema per il frastagliato arcipelago dell’opposizione, diventa la rifondazione di un grande partito? “Non credo proprio a questa soluzione – conclude Scalia – a mio parere non ci sono le forze, le capacità ma neanche la volontà e l’intelligenza. Tuttavia è necessario tenere dritta la barra del dissenso. che è l’essenza della democrazia. Ma questo percorso deve essere strutturato e fatto crescere. Il modo con cui si fa crescere sarà un problema che tutti, ma in particolare le opposizioni, dovranno porsi”. In altre parole, bisognerà vedere se le piazze piene di questi giorni si riveleranno un punto di partenza. O gli ultimi fuochi della democrazia.

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