In Israele, lunedì 17 agosto si terranno, tra stralci di ricorsi e sentenze dei tribunali, le primarie del Likud. Il partito di Benjamin Netanyahu. I 140.000 iscritti sono chiamati a nominare gran parte dei candidati alle prossime elezioni politiche di ottobre. In questi mesi Bibi non ha mai nascosto di voler evitare il passaggio del voto interno, per avere completa mano libera nella composizione della lista. Alla fine ha dovuto accordarsi ottenendo di poter indicare otto candidati. Garanzia di cui hanno beneficiato anche il ministro della Difesa Israel Katz, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ed il presidente del Comitato Centrale del partito Haim Katz. Quest’ultimo ha però rischiato di essere risucchiato nella mischia se non fosse stato “forzato” lo statuto. Eccezionalità, che non è un caso isolato.
Il sistema elettorale israeliano è proporzionale, con soglia di sbarramento al 3,25% e prevede liste chiuse e nessuna preferenza. Le primarie quindi dovrebbero consentire, ai partiti che le applicano, di comporre democraticamente l’elenco dei candidati. Apparentemente. Nello specifico re Bibi, in qualità di segretario del partito, è intoccabile. Mentre la lista finale resta soggetta alle sue decisioni nel definirne l’ordine. Malumori e mal di pancia si fanno sentire tra i quadri che rischiano l’esclusione o di non essere rieletti perché inseriti in posizioni marginali. Nella scorsa tornata il partito conservatore israeliano ottenne 32 seggi nella Knesset, attualmente i sondaggi gli attribuiscono 21 eletti. Se le elezioni si svolgessero oggi, probabilmente, il Likud non sarebbe più né la prima forza del paese e tantomeno Netanyahu avrebbe i numeri per formare una maggioranza. E con la stroncatura nelle urne inesorabilmente si aprirebbe la strada al processo al padre padrone. La fronda interna già si muove in questa ottica, e proprio il risultato delle primarie offrirà una chiara misura del peso specifico nell’eventualità della battaglia al trono della destra.
Tuttavia, anche il falco del Likud può sfruttare l’opportunità di regolare i conti con i pretendenti, uno su tutti: Nir Barkat. Netanyahu ha aperto le danze inserendo in uno degli otto slot sicuri Oren Dobronsky, per indebolire l’immagine del ministro dell’Economia ed ex sindaco di Gerusalemme. Dobronsky imprenditore di successo del settore delle tecnologie informatiche si presta al ruolo ritagliato o disegnato di anti Barkat. Il quale paga, come rilevato da Channel 12 ed ampiamente trattato nell’inchiesta del The Times of Israel, di aver tentato di sostituire re Bibi con un “golpe”. L’operazione fallita, e tenuta a lungo nascosta, risale alle settimane successive alla tragedia del 7 ottobre 2023. Allora, Barkat e Yuli Edelstein, storico dirigente che caduto in disgrazia è uscito costituendo un proprio movimento, avrebbero ordito la rivolta nel Likud. L‘obiettivo era sollevare il primo ministro dall’incarico e mettere Edelstein a capo di un esecutivo provvisorio. Per poi traghettare il partito ed eleggere una nuova guida, che non avrebbe dovuto essere Edelstein ma bensì lo stesso Barkat. I piani della coppia sono sfumati quando Bibi venuto a conoscenza del “complotto” in atto ha tempestivamente serrato i ranghi. Impedendo che fosse raggiunto il quorum di 13 deputati per procedere alla mozione di sfiducia.
Dan Illouz, parlamentare del Likud passato ad Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman, ha recentemente dichiarato: “Dopo il 7 ottobre, era evidente a molti esponenti del Likud la necessità di imporre un cambiamento. Alcuni miei colleghi, che oggi sono molto impegnati a mostrare quanto siano vicini a Netanyahu, erano concentrati su come potevamo sostituirlo”. Sebbene manchino i dettagli e la portata della congiura di palazzo, l’emittente pubblica Kan ha riportato che nel dicembre 2023 Barkat aveva virato verso la strategia di sfidare apertamente Bibi. Poi ci deve aver ripensato, temendo di perdere nella lotta l’appoggio di cui gode nel partito. Che comunque vuole scalare. E’ indubbio che non abbia il carisma di Netanyahu, dalla sua ha però una consolidata esperienza di costruzione di larghe intese, da sindaco di Gerusalemme fu capace di stringere alleanze con la sinistra sionista, senza perdere la collaborazione degli ortodossi. Con lui in vetta al Likud potrebbe non essere precluso l’ingresso nella futura coalizione di governo, alternativa a Netanyahu. Per questo Bibi deve assolutamente ridimensionarlo il prima possibile. Tenendosi stretta, se messo all’angolo, la mossa di un partito con il suo nome scritto a caratteri cubitali.