Premierato: i primi (difficili) passi della “madre di tutte le riforme”

Un campo larghissimo pronto a combattere a difesa della Costituzione

Resiste da anni, ancora invincibile, la nostra Costituzione. Ha superato stagioni politiche di ogni colore, bicamerali, governi tecnici e populisti, referendum popolari e chiamate alle armi. Ora tocca al governo di Giorgia Meloni misurarsi, dopo aver lanciato già nel programma elettorale la sua ‘Madre di tutte le riforme’. Il centrodestra lo ha promesso, cambierà tutto, più stabilità di governo e più potere ai cittadini, ecco i punti cardine.  Ma i precedenti non sono incoraggianti. Non ce l’hanno mai fatta.

La Carta del 1948 resiste ad ogni attacco.  Leggi costituzionali sì, 46 in 75 anni, ma non centrali. Poi sono arrivati gli anni 80, con le prime ipotesi di riforme strutturali, e partirono le Bicamerali: la prima nel 1983 , la commissione Bozzi , naufragata dopo due anni. Nel 1992 ci riprovarono Nilde Iotti e Ciriaco De Mita, ma la legislatura finì prima del tempo e tutto si arenò. Cinque anni dopo, 1997, l’ultima delle bicamerali, che fu anche l’estremo tentativo di riformare la Costituzione con il coinvolgimento di tutte le forze politiche. In campo stavolta D’Alema e Berlusconi, ma non ce la fecero neanche loro e un anno dopo gettarono la spugna. Fine dei giochi bipartisan.

L’unico modo per riformare la Costituzione era tentare di farlo a colpi di maggioranza e alcune leggi passarono così, la più corposa e controversa è stata la Riforma del Titolo V del governo D’Alema (1999) poi ripresa da Berlusconi che la approvò nel 2001.

L’ambizione di incidere profondamente nella nostra Carta fondamentale non si  è mai fermata però e nel 2005 il governo Berlusconi porta a termine la prima grande riforma che riesce a concludere il suo iter parlamentare. Bocciata un anno dopo dal referendum confermativo. Per 10 anni non ci riprova più nessuno, fino al governo Renzi che, sulla sua riforma costituzionale, aveva puntato tutto. E ha perso tutto, il referendum, leadership, potere e quell’ampio consenso che non riuscirà mai più a riacciuffare.

Il filo che unisce questi tentativi è il bisogno di rendere più stabili i governi prospettando varie ipotesi, dall’elezione diretta del presidente della Repubblica alla sfiducia costruttiva, al doppio turno elettorale. Insomma, generazioni di politici e costituzionalisti si sono sbizzarite. Ma la Carta resiste e l’idea che venga stravolta agita i cittadini. Come se fosse la Costituzione del 1948,  e non la sua riforma, una  grande ‘Madre’ a difesa di principi che si sentono irrinunciabili. Prova ne siano le mobilitazioni scatenate dai due referendum confermativi, che hanno svegliato cittadini politicamente apatici da decenni, riportandoli alle urne come in  nessun altro appuntamento elettorale.  

Questo il quadro su cui si muove l’attuale governo di centrodestra. Apparentemente cauto perché la materia è incandescente ma l’obiettivo è altissimo come mai successo prima di ora: “Abbiamo una responsabilità storica – ha proclamato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – accompagnare l’Italia nella terza Repubblica dando ai cittadini il potere di eleggere direttamente il capo del governo e dire ‘basta’ ai giochi di Palazzo che hanno determinato buona parte della storia d’Italia. Consolidare la democrazia dell’alternanza, dare agli italiani un governo stabile”. Una sintesi completa degli obiettivi, poche parole diventate un  mantra alla conquista della ‘Madre di tutte le riforme’.

L’intervento è chirurgico, si intaccano solo quattro articoli della Costituzione, l’88 e il 92 sul presidente della Repubblica,  cui viene tolto il potere di sciogliere le Camere e di nominare il presidente del Consiglio; il 94, sulla fiducia delle Camere al governo, introducendo la cosiddetta ‘norma antiribaltone’ e l’art. 55 sui senatori a vita, che verrebbero aboliti. Nessuno stravolgimento, dicono i sostenitori della riforma definita ‘minimalista’, con il presidente della Repubblica che resterebbe in sella con il suo ruolo di garanzia.

Ma giuristi e costituzionalisti si sono già mobilitati in massa a smascherare l’ipocrisia del presunto minimalismo per lanciare l’allarme su cosa rischierebbe la nostra democrazia se questa riforma passasse. Il punto sono gli effetti a cascata di quelle limitate ma deflagranti  correzioni: “La posta in gioco – sostiene Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale alla Sapienza di Roma e in prima fila contro le riforme Costituzionali in senso presidenzialista proposte negli ultimi anni – è l’approdo a una diversa idea di democrazia, da pluralista a identitaria”. Già Renzi, ricorda Azzariti, inneggiava alla ‘democrazia decidente’, ora si è spinto l’acceleratore ben oltre ipotizzando che il presidente del Consiglio comandi indisturbato, pronto a  ‘mangiarsi’ i poteri del presidente della Repubblica, nella sostanza delegato a una funzione notarile, e del Parlamento che, con l’enorme premio di maggioranza che si vuole addirittura costituzionalizzare, risponde sempre e comunque al premier. Tutto in nome della ‘stabilità’ che in realtà, taglia corto Azzariti,  è solo  “la stabilità dell’uno”, il capo.

Così la ‘Madre di tutte le riforme’ è riuscita a compattare senza incrinature non solo molti costituzionalisti che la pensavano in modo diverso ma anche associazioni, movimenti vecchi e nuovi, intellettuali, tutti pronti a  combattere a fianco delle opposizioni politiche, questa volta unitissime: un campo larghissimo a difesa della Costituzione, che si è già messo in movimento  con incontri, convegni, libri,  piazze, gazebi, raccolte firme.

La battaglia più difficile resta quella parlamentare, per via della maggioranza larga che sostiene il governo. L’unico strumento a disposizione delle opposizioni, l’ostruzionismo, è già stato da qualche anno depotenziato dai regolamenti parlamentari ed è aggirabile. Improbabile anche l’ipotesi che si spacchi la coalizione di maggioranza visto il patto di acciaio siglato per fare arrivare in porto le tre grandi riforme bandiera: il premierato per Fratelli d’Italia, l’autonomia differenziata, sogno mai realizzato della Lega e ora ben avviato, la separazione delle carriere con la riforma della giustizia, per Forza Italia. A ognuno il suo e nessuno si azzarda a tradire, sennò crolla l’intero impianto.

Queste le analisi politiche e di retroscena. La cronaca parlamentare registra invece una partenza meno gagliarda della propaganda, con molte lentezze e intralci di cui si è lamentata la stessa ministra delle Riforme Elisabetta Casellati, che pure giura di volere procedere con il più ampio confronto possibile. Ma ha perso un po’ la pazienza quando si è vista scaraventare sulla scrivania una montagna di emendamenti presentati dalle opposizioni in commissione Affari costituzionali del Senato, da dove è cominciato il lungo iter legislativo: “Non siamo all’anno zero – ricorda la ministra –  io ho presentato il mio progetto dopo un anno di consultazioni con le opposizioni, con i costituzionalisti, con il mondo delle imprese e con i sindacati. Con un unico punto irrinunciabile che era l’elezione diretta del presidente della Repubblica”. Bocciata. Allora, continua, “ho virato verso il premierato proprio alla ricerca di un punto di caduta. La risposta sono stati 2.800 emendamenti e nessuna proposta alternativa, il che la dice lunga sulla volontà di non arrivare  a nulla”.

Ha ragione Casellati, ha visto giusto. Nessuna collaborazione dalle opposizioni, perché, spiega senza giri di parole il capogruppo Pd in commissione Andrea Giorgis, semplicemente “questa riforma non deve essere approvata”. Il ‘punto irrinunciabile’, l’elezione diretta “cristallizza l’indirizzo politico al momento elettorale” e tutta la sbandierata partecipazione dei cittadini “si esaurisce al momento dell’elezione, si dà loro il potere per un giorno e si toglie tutti gli altri giorni”, svuotando ogni rappresentanza a favore della “legittimazione carismatica e demagogica del capo”. Insomma è troppo, uno stravolgimento non solo dello spirito costituente ma di tutta la cultura democratica del nostro paese. Nessun margine di mediazione. Questa riforma è inemendabile, dicono le opposizioni.

L’ impossibilità di ogni confronto di merito è stata poi ufficialmente sancita in una conferenza stampa dalla segretaria del Pd Elly Schlein che ha ribadito la contrarietà “netta” alla ‘Madre di tutte le riforme’: in realtà “è solo una riforma pericolosa e anche furbissima. Dietro quel ‘decidete voi’ che sbandiera Giorgia Meloni – sottolinea Schlein-  c’è un gigantesco ‘decido io per voi per 5 anni e in modo inappellabile”.  Anche la bocciatura del M5S è senza appello. Il leader Giuseppe Conte parla di “sovranismo da operetta” altro che “sovranità del popolo”, con “Parlamento e istituzioni, compreso il Quirinale,  sotto ricatto, nelle mani di un premier che ha i pieni poteri per imporre di tutto”.

Nessun margine di intesa quindi, la via parlamentare sembra irta di ostacoli, anche se siamo alle prime battute e servono quattro passaggi fra le due Camere.  E allora società civile, intellettuali, costituzionalisti, partiti, movimenti e associazioni pensano già al referendum confermativo, ci sono già state le prime manifestazioni nazionali, sul territorio nascono i presidi a difesa della Costituzione.

Il referendum fa paura anche a Giorgia Meloni, nessuno lo ha mai vinto, ma lei ne è anche molto attratta, potrebbe diventare un plebiscito che suggella non solo la sua Riforma, ma il suo potere, la sua forza elettorale e un cambio storico di paradigma della politica italiana, a favore della destra.

Di contro, pur agitandolo, il referendum è temuto anche dalla parte che prepara la barricate, se perso aprirebbe il baratro alla deriva autoritaria, con una pietra tombale sulla Costituzione del 1948. E così ci si mobilita. Il giurista Domenico Gallo ha già messo a disposizione il suo ultimo libro ‘Democrazia ultimo atto?’ e suggerisce di ribattezzare la Madre di tutte le riforme ‘legge truffa’, come stigma di impatto diretto da usare in campagna elettorale. Azzariti è in campo con l’associazione ‘Salviamo la Costituzione’, e fa campagna richiamandosi spesso ai classici e alla regola aurea dell’ equilibrio dei poteri che da Polibio è arrivato a Montesquieu ed è stato raccolto da tutte le Costituzioni democratiche.

E Montesquieu sta diventando una sorta di grido di battaglia, è evocato da molti, fra cui il giurista Nello Rossi, che ne cita un monito generale e definitivo, invitando a toccare la Costituzione “con mano tremante” ed esortando chi volesse assumersi il compito di cambiarla, alla “solennità”, alle “precauzioni” ed alla “chiarezza”.

In foto: la ministra delle riforme Elisabetta Casellati

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