Papa Francesco: un dialogo costante con la realtà e le sue contraddizioni

Non ha mai invocato spazi di verità o di potere ma ha avviato processi

Ancora una volta Jorge Mario Bergoglio ha sorpreso il mondo lasciandoci quando sembrava aver superato la malattia che l’ha tormentato in questi mesi. E così i dubbi e i sospetti neanche tanto velati sulla sua reale capacità di intendere e governare hanno finalmente lasciato il posto non solo agli elogi – doverosi e non tutti sinceri – ma ai tentativi di interpretare la sua personalità, così sfaccettata e poliedrica come è stata giustamente definita, il suo pensiero, la sua azione.

Tento di aggiungere alla molte analisi di questi giorni qualche considerazione su tre aspetti del suo operato dentro la Chiesa che mi sembrano tanto decisivi quanto impegnativi da recepire e continuare.

Il primo si rifà alla convinzione che Bergoglio ha mutuato dalla formazione gesuitica ma che ha profondamente innervato la sua azione: “Il tempo è sempre superiore allo spazio. Lo spazio cristallizza i processi, il tempo proietta invece verso il futuro e spinge a camminare con speranza”.

Francesco non si è dato agende da realizzare, non ha cercato coordinate per pianificare e organizzare la realtà della Chiesa, della sua storia e dei suoi rapporti con la società e il mondo, ma ha voluto dialogare con la realtà, accettandola con i suoi conflitti e le sue contraddizioni. Consapevole di dover accelerare la riforma voluta ormai sessant’anni fa da papa Roncalli e dal Vaticano II, non ha mai delineato road map, prefisso obiettivi, elaborato progetti culturali in cui riconoscersi, individuato valori irrinunciabili dottrinali o pastorali, invocato spazi di verità o di potere, ma ha avviato e accompagnato processi: “siamo sempre più fecondi quando ci preoccupiamo di generare processi, piuttosto che di dominare spazi di potere”.

Da questa impostazione nasce la mentalità e modalità sinodale che lui ha testardamente cercato nonostante la malcelata e pigra riottosità di più di una conferenza episcopale: coinvolgere vescovi presbiteri e laici nell’ascolto reciproco, nella preghiera comune, nella ricerca e nel confronto che porti a conclusioni condivise e convinte. I risultati, per ora, non sembrano dargli granché ragione, e c’è chi lo fa notare con puntuale supponenza, ma per fortuna il metodo è diventato patrimonio soprattutto di laiche e laici, finalmente consapevoli e combattivi sul loro ruolo e carisma.

Il secondo a che fare con la sua visione dei rapporti della Chiesa con mondi, culture, fedi diverse dal cristianesimo e in particolare dal cattolicesimo: poiché ha creduto fermamente nel dialogo ecumenico, interreligioso e culturale, ha sempre cercato un atteggiamento di apertura e ascolto di quanto offerto dalle altre tradizioni religiose. Il dialogo non è mai stato antitetico all’annuncio, non appiattisce le differenze, ma aiuta a comprenderle, le preserva nella loro originalità e le mette in grado di confrontarsi per un arricchimento franco e reciproco. Nulla di nuovo, apparentemente. Ma la firma ad Abu Dhabi nel 2019 del Documento sulla fratellanza umana con il Grande Imam Ahmad Al-Fayyib e il richiamo a quell’intesa nella “Fratres Omnes” diffusa l’anno dopo da Assisi, non sono state facilmente metabolizzate da quel mondo cattolico che fatica ad abbandonare la certezza di possedere le chiavi del Regno. E tanto meno lo sono da chi sfrutta il cristianesimo in chiave identitaria: gli esempi si moltiplicano sulle due sponde dell’Atlantico.

Infine l’allarme per il clericalismo: una scelta, quella del Papa, tanto più faticosa da praticare quanto più difficile da capire. Gli appelli e i richiami sono diventati via via più pressanti nei confronti di ministri ordinati, di religiose e religiosi consacrati per un atteggiamento da un lato timoroso per un mondo che non li capisce più, dall’altro bisognoso di ribadire e far sentire la propria influenza. L’ha chiamata “malattia della Chiesa” nel sentirsi corpo separato e in qualche modo superiore anche quando fa professione di servizio. Che si traduce in linguaggio, atteggiamenti, stili di vita, incapacità di relazioni schiettamente adulte e autentiche. Ha chiesto da subito che vivessero con il loro gregge, che sentissero l’odore delle pecore e poi gli è scappato quel Frociaggine, termine che dice molto di quanto non sopportasse quel mondo e quei modi.

Probabilmente il segreto della sua straordinaria testimonianza sta proprio nella capacità di vivere in pienezza sia la sua umanità anche nei risvolti meno nobili e perfetti sia la sua adesione al Vangelo e alla volontà di Dio che ha saputo discernere, da buon gesuita, con pazienza e costanza.   

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