Mercato e disuguaglianze: limiti ed errori dell’economia come “scienza esatta”

Il saggio di Binyamin Appelbaum: “Il tempo degli economisti”

Si dice che il presidente degli Stati Uniti Harry Truman abbia cercato un economista con un solo braccio perché era così frustrato dai suoi consiglieri economici che gli dicevano sempre: “Beh, da una parte potremmo fare X, ma d’altra parte potremmo invece fare Y”, con ‘Y’ che di solito era la politica esattamente opposta a ‘X’. La storia è ovviamente divertente, ma mette in luce un problema che è ubiquo in tutte le scienze sociali.

Purtroppo, l’economia viene talvolta relegata a qualcosa simile allo “studio delle decisioni aziendali”, o addirittura solo a un ramo della matematica, una visione resa possibile, in parte, dall’ampio uso di modelli matematici, propri della suddetta disciplina. Questa visione dell’economia come una “scienza delle decisioni” disegna un mondo altamente artificiale popolato da automi iper-razionali che agiscono costantemente per massimizzare il piacere ed evitare il dolore. Ma se questo fosse vero, sarebbe, naturalmente, stato facile per i consiglieri di Truman indicargli la sola politica “giusta” da seguire.

Ho voluto cominciare col raccontarvi un aneddoto che ho trovato leggendo il manuale di Macroeconomia di William Mitchell, Randall Wray e Martin Watts per introdurre il saggio di Binyamin Appelbaum: “Il tempo degli economisti. Falsi Profeti, libero mercato e disgregazione della società”, perché focalizza appieno un concetto che, secondo me, si evince chiaramente dal testo di Appelbaum, che è il seguente: L’economia è una scienza sociale e, come tale, richiede che la si affronti con un approccio multidisciplinare, e aggiungo, tanto buonsenso.

Dal titolo sembrerebbe che il contenuto del testo sia del tutto incentrato su un mero “J’ accuse” nei confronti della categoria degli economisti. In realtà non è così. Attraverso un excursus che va dai primi anni ’50 ai giorni nostri, l’autore racconta, come se stessimo leggendo un libro di storia, vari periodi e vicende economiche e i relativi personaggi che li hanno caratterizzati. Gli economisti. Alcuni non ci sono più, altri sono stati soltanto delle fugaci apparizioni, altri ancora sono stati premiati col Nobel per le per le loro teorie che oggi vengono messe in discussione. Il libro punta a far capire al lettore l’influenza che hanno avuto questi uomini sulla vita reale di tutti noi. Tanto per cominciare mi piace rimarcare l’avversione per gli economisti che era assai diffusa tra le élite americane di metà secolo scorso.

Il Presidente Franklin Delano Roosevelt criticava in privato John Maynard Keynes, forse l’economista più importante del secolo, definendolo “un matematico” privo di senso pratico. Il Presidente Dwight D. Eisenhower, nel suo discorso di commiato, raccomandava agli americani di tenere i tecnocrati lontani dal potere, avvertendo che “la politica rischia, a sua volta, di diventare prigioniera di un’élite scientifico-tecnologica”. Negli anni Settanta – mentre iniziava a rallentare la crescita che era andata avanti per ben venticinque anni dopo la Seconda Guerra Mondiale – quegli stessi economisti persuasero, infatti, i leader politici a ridurre il ruolo del governo nell’economia, confidando nel fatto che i mercati, autoregolandosi, potessero dare risultati migliori delle ricette ammannite ai cittadini dal governo.

L’economia è spesso chiamata, dice l’autore nella sua introduzione, “la scienza triste”, perché insiste sulla necessità di compiere scelte in condizioni di risorse limitate. Il suo vero messaggio, tuttavia, e il motivo della sua popolarità, sono l’allettante promessa di aiutare l’umanità ad allentare le spietate catene della scarsità. Come gli alchimisti promettevano di trarre l’oro dal piombo, gli economisti sostenevano di poterlo creare dal nulla, attraverso politiche migliori.

Nei quattro decenni intercorsi tra il 1969 e il 2008 – un periodo che l’autore chiama “il tempo degli economisti”, – essi hanno svolto un ruolo di primo piano nella riduzione delle tasse e della spesa pubblica, nella deregolamentazione di ampi settori dell’economia e nello sviluppo della globalizzazione. Sono stati gli economisti a convincere Nixon a porre fine alla coscrizione militare obbligatoria. Sono stati gli economisti a proporre l’abolizione delle leggi antitrust. Sempre loro, in ossequio alla teoria basata sull’analisi costi-benefici, a convincere il governo a dare alla vita umana un valore in dollari, per valutare se fosse o meno il caso di introdurre delle regolamentazioni. Come se non fosse evidente a tutti che la vita vale più di qualsiasi assicurazione sulla vita e che comunque non ha prezzo. In ogni caso, a meno che non ci si trovi di fronte ad una scena tratta da “Il delitto perfetto” le persone che sono totalmente coperte da una polizza preferiscono di solito non morire e i loro beneficiari sono generalmente d’accordo con loro.

Gli Stati Uniti sono stati l’epicentro del fermento intellettuale e il laboratorio principale per la traduzione delle idee in politiche, ma la scelta di votarsi ai mercati come rimedio alla stagnazione economica è stata un fenomeno globale, che ha catturato l’immaginazione dei politici di tutto il mondo. Il libro di Appelbaum è una sorta di resoconto di questa rivoluzione, il cui protagonista principale è senza ombra di dubbio Milton Friedman, che ha avuto influenza sulla vita degli americani, ma non solo, più di ogni altro economista. Indubbiamente il passaggio all’economia di mercato ha portato tante cose buone: le nazioni sono state unite da un flusso continuo di merci, denaro e idee; gran parte della popolazione mondiale è più sana, più ricca, più felice; la mortalità infantile è più bassa che nel 1950.

Ma c’è un però. La rivoluzione dei mercati, si è spinta troppo oltre. Negli Stati Uniti – e in altre nazioni sviluppate – è andata a discapito dell’eguaglianza economica, della salute delle democrazie liberali e delle generazioni future. Gli economisti hanno detto ai politici di puntare a massimizzare la crescita senza riguardo per la distribuzione dei guadagni: di concentrarsi sulle dimensioni della torta anziché sulle dimensioni delle singole fette. Nella ricerca dell’efficienza, i politici hanno anche sottomesso gli interessi degli americani come produttori a quelli come consumatori, scambiando posti di lavoro ben retribuiti con prodotti low-cost importati. Questo, a sua volta, ha indebolito il tessuto della società e la sostenibilità dei governi locali.

Solitamente le comunità mitigano le conseguenze dei singoli posti di lavoro persi: uno dei motivi per cui i licenziamenti di massa sono così dolorosi è che, spesso, viene distrutta anche la comunità. La perdita è superiore alla somma delle sue parti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Poche persone sono sempre favolosamente più ricche, a fronte di tante che lottano quotidianamente con la vita. È in uno scenario come questo che spuntano come funghi demagoghi nazionalisti e populisti, la cui specializzazione è quella di cavalcare il malcontento generalizzato e seguire i dettami ideologici dei successori di Friedman e Von Hayek. Senza scomodare il capostipite Adam Smith – propugnatore di un laissez-faire portato avanti su solide basi etiche e filosofiche – la attuale globalizzazione deve gran parte della sua struttura proprio a Friedrich von Hayek (premio Nobel nel 1974) e soprattutto al celebre Milton Friedman.

Economista di fama mondiale, vincitore del premio nobel nel 1976, Friedman, si pose come anti-Keynes negli anni Cinquanta, contestando, in nome delle teorie neo-liberiste, qualsiasi intervento da parte dello Stato. Le idee di questi due economisti e quelle dei loro allievi – le celebri “Scuola di Chicago” e Mont Pelerin Society– influenzarono pesantemente, sin dai primi anni Ottanta, l’azione di governo di Margaret Thatcher (Gran Bretagna) e di Ronald Reagan (Stati Uniti). Le politiche neoliberiste si sono diffuse, in modo più o meno forzato, dappertutto nel mondo, utilizzando un approccio che può sembrare esclusivamente tecnico, ma che in realtà nasconde un intento che non è più associabile al mantenimento del predominio di un sistema politico rispetto a un altro.

Deregulation; Privatizzazioni e Tagli alla spesa sociale, portati avanti con enfasi da Friedman, hanno avuto l’effetto, da un lato di distruggere quello che è stato fatto nei 25 anni che sono seguiti a partire dagli anni ’50, dall’altro di permettere che grandi concentrazioni economiche (Multinazionali e grandi Istituti Finanziari) diventassero talmente grandi e potenti da indebolire, se non asservire ai propri scopi, il potere politico.

Resta comunque un dato di fatto: in nessun altro periodo nella storia, l’umanità ha conosciuto un progresso così forte per un numero così ampio di persone come in quei 25 anni. Ovunque, il grande balzo in avanti verso una società industriale, è avvenuto attraverso la volontà politica, trasformata in azione del governo, nella forma cosiddetta keynesiana (mercato e intervento dello stato).

Qual è oggi la situazione? Istituzioni come: Fondo Monetario Internazionale (FMI); Banca Mondiale (BM); Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo (OCSE); Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO); Federal Reserve(FeD); Unione Europea (UE); Banca Centrale Europea (BCE), che dovrebbero essere super partes, in realtà sono ideologicamente indirizzate. Sventolando la bandiera della democrazia, portano avanti i dettami del neoliberismo, imponendo piani e ricette che non fanno altro che acuire le distorsioni nella società civile. Non tutto è sbagliato o quantomeno criticabile, afferma Appelbaum, ma di sicuro, dato che pare ormai assodato che l’economia non sia una scienza esatta, bisogna essere bravi a contestualizzare le ricette che si vogliono applicare. In buona sostanza, dico io, “il troppo stroppia” e più si va avanti così, più diventa difficile tornare indietro. Il cosiddetto mainstream imperante in quei 25 anni di cui parlo all’inizio di questo scritto, è stato combattuto e sconfitto dalle idee di Milton Friedman che sono diventate, quindi, esse stesse il nuovo mainstream.

E’ per questa ragione penso che la lettura del saggio di Appelbaum sia importante per tutti. L’escursus storico descritto con dovizia di fonti e specifici particolari, non fa altro che accrescere la consapevolezza del lettore, ingrediente necessario, a mio avviso, per sviluppare un proprio punto di vista. Emblematica, a tale riguardo, è l’esperienza di due paesi: il Cile e Taiwan, che l’autore racconta con dovizia di particolari. Due nazioni che hanno applicato le stesse ricette ma in modo e tempi diversi e soprattutto con risultati totalmente differenti. “In breve, Taiwan aveva compiuto il salto verso la prosperità di cui il Cile non era stato capace. Il taiwanese medio mangia il doppio della carne che mangiavano i suoi genitori negli anni Cinquanta e vive in uno spazio sette volte più ampio. Può aspettarsi di vivere più a lungo di un coetaneo americano. E Taiwan rimane una delle società più egalitarie dal punto di vista economico nel mondo sviluppato.

Uno dei motivi risiede nel fatto che Taiwan non ha ascoltato i consigli degli economisti.” Mi ha sorpreso leggere che nella seconda metà del Novecento, la politica economica di Taiwan sia stata orientata da ingegneri che vedevano l’economia come una macchina e non avevano paura di metterci le mani per aggiustarla. Uno dei tecnocrati di Taiwan la definì “un gigantesco marchingegno che richiede una pianificazione molto attenta e complessa. Chiesero consiglio agli economisti e ascoltarono consigli non richiesti. Il loro apprezzamento per il potere dei mercati crebbe con l’andar del tempo. A Taiwan gli ingegneri mantennero il controllo.

La mente del piano di industrializzazione di Taiwan fu K.Y. Yin. La lezione da imparare per “una nazione arretrata”, scrisse in seguito Yin, era che “un governo deve assumere il comando, almeno all’inizio. Fare completo affidamento su un’economia libera non è sufficiente”. Il successo ottenuto da Taiwan non fece altro che provocare l’applauso dei fautori delle politiche liberiste. Nel ’78 Von Hayek si recò a Taipei, mentre Friedman scrisse che i risultati ottenuti da Taiwan erano dovuti all’adozione delle politiche del mercato libero. Anche la Banca Mondiale fece la sua parte, pubblicando nel 1987 un rapporto nel quale confermava, con gli stessi termini, l’ascesa dell’economia di Taiwan.

Tutto ciò è commentato dall’autore con un laconico: “È un po’ difficile capire come persone intelligenti siano potute arrivare a quella conclusione”. Forse una parte della spiegazione risiede nel fatto che Taiwan diceva ai suoi sostenitori statunitensi quello che volevano sentirsi dire, mentre continuava a fare di testa sua. Tali politiche iniettarono la disciplina del mercato nell’economia pianificata di Taiwan: invece di affidarsi ai burocrati del governo, che sceglievano quali aziende lo Stato dovesse sostenere, Taiwan lasciava scegliere al mercato internazionale. Yin lasciò un monito ai suoi successori: il governo aveva un ruolo cruciale da svolgere nel finanziamento di nuovi settori, ma doveva astenersi dal costruire “serre”. Poteva sotterrare i semi e coltivare i germogli, ma le aziende dovevano essere piantate nel mercato.

Quando Yin morì, nel 1963, i suoi amici incolparono il troppo lavoro e proposero, per il suo epitaffio, le parole scritte su una grandissima quantità di prodotti di consumo: “Made in Taiwan”. L’ho trovato un caso di studio molto interessante, perchè, oltre a descrivere chiaramente le tappe seguite dai governanti taiwanesi per portare fuori dalla povertà il loro piccolo paese, conferma il concetto espresso in apertura di questo scritto.

L’economia non è una scienza esatta, ma una scienza sociale. Inoltre, dobbiamo fare i conti con l’assunto che il “mainstream” è perfettamente e, direi comodamente, ancora in sella. Non sembra nemmeno che ci sia un nuovo Friedman, con nuove idee, all’orizzonte che abbia qualche probabilità di scalzarlo. O meglio, se c’è non si sente o è sovrastato dal controcanto di chi, dalla sua posizione di potere, propugna il “pensiero unico”. Occorre che si crei un movimento di opinione che nasca dal basso, per questo è importante leggere il saggio di Appelbaum. D’altronde, si dice che con la consapevolezza si muovono le montagne e chissà che tra i lettori de “Il tempo degli economisti” non venga fuori un “ingegnere” capace come Yin…….

In foto Milton Friedman

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