Matteotti e i Rosselli, omicidi che continuano a interrogare il futuro

Attualità e storia, la domanda: come risponde il Paese alle derive autoritarie?

Ad attirare l’attenzione sulla vicinanza di due date che segnano una svolta senza ritorno nella sopraffazione dell’ordinamento liberale da parte del fascismo, è Valdo Spini che, aprendo l’incontro nella sede della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli a Firenze, ricorda il centenario che ci separa dal 10 giugno del 1924, quando Giacomo Matteotti fu rapito e ucciso su ordine del regime, e gli 87 anni trascorsi dal 9 giugno del 1937. giorno in cui la Cagoule, famigerata formazione del fascismo francese, raggiunge con i suoi uomini Carlo e Nello Rosselli, nel bosco di Couterne a Bagnoles-de l’Orne, uccidendoli entrambi.

“Due avvenimenti strettamente connessi non solo per il calendario, ma per tante ragioni. Intanto, le modalità delle uccisioni, nell’uno e nell’altro caso a opera di unità terroristiche specializzate; nel caso Matteotti è la tristemente famosa Ceka, guidata dal toscano Amerigo Dumini , ad agire”. Unità ambigua fin dal nome, come dice Spini, “che agì non solo contro gli antifascisti ma anche contro i fascisti dissidenti”. Veniva stipendiata direttamente dal segretario amministrativo del partito fascista Marinelli (fucilato a Verona co Galeazzo Ciano), mentre Dumini figurava come giornalista sul libro paga del Corriere Italiano.

Nel caso dei fratelli Rosselli , si tratta invece di una organizzazione terroristica francese, la Cagoule. “Come spiega molto bene nei suoi libri lo storico Mimmo Franzinelli – ricorda il presidente della Fondazione Rosselli, Valdo Spini – la Cagoule ha agito in continuo contatto con il Servizio Informazioni Militari, che era il Servizio segreto italiano dell’epoca, alle dipendenze del Ministero degli Esteri. In quell’anno, il Ministro degli Esteri era Galeazzo Ciano“.

Le somiglianze fra i due assassinii politici non finiscono qui. “In entrambi i casi c’è un processo farsa – continua Spini – quello di Matteotti celebrato a Chieti, scelta perché non aveva stazione ferroviaria e diminuiva la possibilità per la stampa di poterlo seguire sul campo, il procedimento contro la Cagoule, dopo un primo tentativo serio, durante il Fronte Popolare, di svolgere indagini, nel dopoguerra la Cagoule fece un voltafaccia riuscendo a salire sul carro di De Gaulle, ottenendo in buona sostanza di essere graziata”. Ancora ai giorni nostri, la busta che contiene il dossier sulla Cagoule non può essere aperta.

Molti non sanno che il Ministro degli Interni francese, che condusse indagini serie sull’omicidio dei Rosselli, si chiamava, ricorda Spini, Marx Dormoy, Quando si compì l’occupazione della Francia e prese vita il governo di Vichy, Marx Dormoy fu posto agli arresti domiciliari “. Ma questo non bastò: lo fecero saltare in aria con una bomba, uccidendolo. Del resto, l’inchiesta a suo tempo avviata su suo impulso, giungerà agli esecutori, anche se non riuscirà ad arrivare ai mandanti. Ciò bastò: il 26 luglio 1941 Domroy venne dilaniato da una bomba, fatta esplodere da ex cagoulards.

Gli omicidi di Matteotti e dei fratelli Rosselli “acquistano un tono particolare nel nostro preciso momento storico”, dal momento che servono a demistificare l’ottica di coloro che ritengono che il fascismo, prima del ’38, fosse una dittatura da operetta, bonario e bonaccione, che tutto sommato non fosse né violento né disumano : insomma, che nella dittatura mussoliniana ci sia un “prima” e un “dopo”. “il delitto Matteotti è la prova provata della violenza e della sopraffazione come metodo insito nel fascismo come mezzo per giungere al potere”, spiega Spini. Del resto, subito dopo il delitto Matteotti, Mussolini promulgò le “leggi fascistissime” (sul tema, l’ultima fatica di Spini, un saggio che uscirà il 25 giugno accoppiato al Corriere della Sera o alla Gazzetta dello Sport).

“Matteotti è il politico che, nel momento, meglio ha capito il pericolo fascista – continua Spini – arriva a questo lucido giudizio in quanto appartenente a famiglia benestante che si avvicina al socialismo per solidarietà nei confronti della situazione economico-sociale delle plebi del Polesine. Polesine che presenta tassi di povertà e analfabetismo spaventosi. Matteotti sta vicno a queste masse sia con la predicazione politica che con l’azione concreta, da contabile delle cooperative ad amministratore del comune. Dopo la prima guerra mondiale, nel Polesine a conduzione agricola bracciantile, si giunge a ottenere qualcosa per i braccianti, ma gli agrari non accettano neppure conquiste minime e armano e formazioni fasciste”,

Squadracce che agivano non solo con estrema violenza ne confronti dei capi lega o di altri organizzatori e sindacalisti delle leghe dei braccianti, ma anche nella quasi completa impunità. Matteotti ha modo non solo di vedere da vicino il fascismo, ma già nel ’21 viene sequestro e seviziato dai fascisti. “una rirpova indiretta che Matteotti sia uno dei pochi che comprende appieno il pericolo fascista: nel gennaio del 1921 si svolge il Congresso del partito Socialista di Livorno, che vede la scissione e la nascita del Partito Comunista. “Matteotti arriva a Livorno per sostenere le posizioni di Turati , ma apprende che a Ferrara i fascisti stanno mettendo a ferro e fuoco la città, per cui lascia il Congresso e corre a Ferrara, dove assume la Direzione della Camera del Lavoro e organizza quel poco di resistenza possibile. Tuttavia, se si leggono gli Atti di Livorno, ci sono solo due congressisti che parlano del fascismo. Non c’è consapevolezza del pericolo, eppure la Marcia su Roma sarà due anni dopo”.

Ma è il suo intelligente attivismo e la sua capacità di diffusione della demistificazione del regime fascista, anche con la pubblicazione e traduzione in varie lingue del suo libro documento “Un anno di dominazione fascista” che lo pone sotto i riflettori della repressione mussoliniana. Un omicidio politico il suo, che, al di là di svariate e spesso fantasiose ipotesi, ha addirittura una “firma” preventiva di colpevolezza, l’articolo uscito sul Popolo d’Italia del 3 maggio 2024, in cui la volontà di colpire il parlamentare socialista trasuda dagli insulti diretti a Matteotti, con un finale ad effetto, “se dovesse trovarsi un giorno con la testa rotta (ma proprio rotta!) non sarà certo in diritto di dolersi”. Firma e motivazione di una sentenza di morte. Le tesi sulla morte di Matteotti, come detto, sono varie. Ma a parte la derivazione politica, che è comunque evidente, per qualche tempo ha preso peso il cosiddetto affare Sinclair, di cui Matteotti stata raccogliendo i dati, e che avrebbe potuto giungere fino ai Savoia. Una tesi che, secondo Spini, “sebbene possa avere avuto il suo peso, tuttavia si aggiunge e non sostituisce il vero movente del delitto, che resta politico”.

L’uccisione di Matteotti fu una sconfitta? Il regime non finì travolto. “Il regime non cambia perché Mussolini viene sostenuto dalla monarchia, dalla Chiesa Cattolica che liquida Don Sturzo e lo manda in esilio, mentre accetterà di sottoscrivere il Concordato. Del resto, l’associazione degli ex combattenti va dal re chiedendo di intervenire, ma il re fa orecchie di mercante. La curva democratica continua a scendere. Si arriva all’Aventino, grave errore, ma non lasciando lavori parlamentari in corso, che di fatto erano sospesi. I Ras fascisti mordono il freno chiedono a Mussolini di intervenire, o interverranno loro. Mussolini risponde che tutto sarà chiarito entro pochi giorni (l’ultima notte dell’anno, a Firenze, viene messo a ferro e fuoco la sede del Circolo culturale Rosselli). E il chiarimento fu “quel terribile discorso del 3 gennaio 2025. in cui Mussolini dichiara che “se il fascismo, invece che una superba primavera della gioventù italiana è stato un’associazione a delinquere, io di quella associazione a delinquere sono il capo. Mi assumo ogni responsabilità politica e morale di tutto quanto avvenuto”. Da questo punto di vista – dice ancora Spini – tutta la vicenda finisce in una clamorosa sconfitta. In parte è vero e in parte no”.

Intanto, dice Spini, “cascano tutti gli abbellimenti, tutti i filtri con cui si era cercato di “abbellire ” il regime. mussolini lo sa bene, tanto che neg.li ultimi giorni di vita, alla fine della Repubblica di Salò, chiama i giornalisti amici a cui vuole spiegare che lui non c’entra niente, che gli hanno gettato fra i piedi questo cadavere, addirittura che vuole consegnare il potere ai socialisti e al Partito d’Azione”. Tentativi disperati, ovviamente, che non serviranno a nulla.

Sull’onda della presa di coscienza di Matteotti, si avvicinano alla politica tanti giovani importanti, come ricorda Spini. “Carlo Rosselli, insieme a molti soci di un circolo di cultura, si iscrivono al Psu. Sandro Pertini chiede l’iscrizione da Firenze, dove sta facendo la tesi, al segretario di Savona al Psu, chiedendo se per piacere gli retrodata l’iscrizione al 10 giugno. Saragat era già entrato nel Partito Socialista nel ’22, Il Psu viene sciolto prima degli altri partiti, perché gli addebitano l’attentato, fallito, Zaniboni. Si compie un tentativo di ricostituire il Psu nella clandestinità, col nome di PSLI;con a capo un triumvirato: Treves, Rosselli e Saragat. Di fatto, questo triumvirato non funzionò mai, in quanto furono tutti costrett6i all’espatrio. Ma oltre a tutto ciò- dice Spini – ritengo che l’esempio dato da Matteotti sia un esempio di forza dell’atteggiamento antifascista anche nell’attualità. Non un sacrificio inutile, ma un sacrificio fecondo”.

Rosselli commemora Matteotti nel ’34, a dieci anni dalla morte, con uno scritto, “Matteotti un eroe tutta prosa”. che mette a confronto i caratteri opposti di Matteotti e Mussolini, rivoluzionario tutte parole quest’ultimo, riformista concreto il primo, come si era ben capito nello scontro durissimo avvenuto fra i due all’interno del Partito Socialista. Nel socialismo riformista di Matteotti, che possiamo definire un socialismo umanitario, Rosselli inserisce una revisione, quella del socialismo liberale, che consentì di aprire un canale di osservazione su quanto avveniva in campo inglese con le forze laburiste e in campo americano con Roosvelt. L’incrocio fra socialismo riformista e socialismo liberale è qualcosa di molto originale e attuale: la volontà di coniugare la spinta all’iniziativa individuale anche economica e alla preparazione personale con un’etica della responsabilità collettiva con la necessità di una società giusta che impedisca alle diseguaglianze di diventare insostenibili e incivili”.

Dunque, motivi non solo di calendario, ma anche sostanziali di una commemorazione congiunta. “Anche perché, man mano che questi studi in occasione del centenario dell’assassinio di Matteotti vanno avanti, sembra che si possa dire che Matteptti ormai appare non solo come un martire, ma anche come un vero e proprio maestro politico – dice Spini – che forse non abbiamo abbastanza studiato, ma che ora va contrapposto con molta forza all’atteggiamento di chi pensa che tutto sia passato, e che la memoria, gli studi, le analisi siano inutili, cose del passato. Invece, se vogliamo dare una spina dorsale alla Repubblica con la sua Costituzione, non sono vicende di cui si possa non parlare più”.

Nel dibattito, è Matteo Mazzoni, direttore dell’Istituto storico della Resistenza, a enucleare un punto, ovvero la diversità della violenza fascista in un ambito culturale (l’Italia di cent’anni fa) rispetto ad altri gruppi politici che ritenevano anch’essi la violenza un modo per giungere al potere. Il fascismo teorizza la violenza come metodo non solo di acquisizione del potere, ma anche di conservazione dello stesso, e la mette in atto trasmigrandovi il carattere militare che Mussolini aveva già utilizzato avviando la pratica ad esempio di trasformare in nemico l’avversario politico, cui è connessa la modalità della denigrazione dello stesso anche a livello personale: la caricatura, lo scherno sul fisico e solo dopo sulle idee.

“Questo modo di fare politica, nuovo, che fa della violenza la politica, viene accolto da un sistema Italia e dalle sue classi dirigenti, già nella sua fase iniziale, con le complicità degli apparati dello Stato, delle questure, delle prefetture, della magistratura, con la complicità dei vecchi poteri sociali ed economici che sostengono questo squadrismo, ovvero gli agrari, i grandi proprietari terrieri, gli industriali. C’è un’Italia che per vari motivi sostiene, più per interesse che per convinzione, questa svolta, insieme a un’Italia che la sostiene per convinzione, quella degli ex combattenti, dei ceti medi che si sentono privati del ruolo svolto nel conflitto, e da una parte di Paese (le campagne ad esempio) che semplicemente accetta”. Di fatto, c’è un Paese che rapidamente accetta l’involuzione autoritaria del sistema. Tra la presa del potere e la rapida trasformazione autoritaria dello Stato c’è un Parlamento che ha già concesso a Mussolini i pieni poteri, la delega di tutto, rinunciando ad essere Parlamento . In quell’Italia, l’episodio di Matteotti, che è clamoroso, crea sconcerto, ma rapidamente si spegne.

La domanda sulla responsabilità di quegli anni è complessa. Il Re? “Il re aveva già fatto la sua scelta, non fermando le camicie nere – dice Mazzoni – perché dal suo punto di vista lo tutelavano. Di fronte a un’ipotesi di governo di forze rivoluzionarie socialiste e repubblicane, la monarchia si tutela. Come si tutelano tutti quelli che avevano sostenuto le squadre fasciste. C’è sì un’ondata di sconcerto di fronte al delitto Matteotti, ma che attecchisce in una parte limitata del Paese, timorosa, preoccupata, la parte unitaria antifascista che sarà perseguitata o che si ritirerà nell’ombra; ma c’è un Paese maggioritario, conservatore o indifferente, che in qualche modo neppure di fronte a un fatto così grave , si scuote. Non c’è una sollevazione di piazza davanti a un fatto clamoroso come l’assassinio di Matteotti, non c’è dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio, che è un’assunzione di responsabilità politica. Ciò mette in luce la solitudine e il valore di Matteotti, ma anche la rapidità con cui un sistema liberale tracima in un sistema autoritario, davanti a una lontananza fra istituzioni e Paese. Matteotti è solo non solamente perché ha di fronte il fascismo, ma anche per le divisioni delle forze non fasciste, E’ solo anche per un altro aspetto: Matteotti difende il Parlamento in un’Italia anti-parlamentare, un Parlamento screditato, su cui da fine ‘800 si alimenta una retorica antiparlamentare molto forte da destra e da sinistra, e in un Paese in cui anche importanti forze di opposizione teorizzano il superamento del Parlamento in una prospettiva rivoluzionaria”. L’siolamento di Matteotti, in questo senso, lo rende fragile. Eliminabile.

Finita la guerra, Assemblea Costituente. In questo frangente, il fiume carsico in cui è sprofondato il nome di Matteotti (nome che ogni tanto riaffiora, come dimostrano le Brigate intitolate al suo nome), “produce una sorta di continuità, se si considera la centralità del ruolo del Parlamento nella nostra Carta. Il dato acquisito dalle forze che si sono opposte al fascismo, è diventato il valore unitario e il tema della giustizia sociale forma articoli della Costituzione. Ciò che era l’esempio di uno diventa con la Costituzione la carta d’identità di tutti”.

L’attualità dei valori di Matteotti riecheggia, dice Mazzoni, nelle sfide del presente. “Cos’è oggi il Parlamento? Cone reagisce oggi la società italiana a una deriva autoritaria, esistente o non esistente ? Quali valori si attribuiscono alla giustizia sociale o alla trasformazione della società attraverso una politica di riforme e non ad affidamenti demagogici, a rivoluzionari o ad ideologie più o meno costruite?”. Domande ancora (e sempre) aperte; domande urgenti che rendono gli omicidi politici di Matteotti, dei fratelli Rosselli non solo fatti storici, ma esempi drammaticamente attuali, interroganti il presente.

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