L’anima della Sinistra secondo Vannino Chiti: lavoro, democrazia, pace

L’ultimo libro dell’ex ministro e senatore del Pd

«Se il Pd resta una confederazione di correnti, tenute insieme da distribuzione di incarichi, candidature, trattative sugli assetti di potere, non ci potranno essere politiche nuove, coerenti con i valori proclamati»: la diagnosi che Vannino Chiti – presidente della Regione Toscana (1992-2000), deputato, e sottosegretario nel governo Amato (2001-2006), vicepresidente del Senato (2008-2013), attualmente dedito a organismi di formazione quali il comitato scientifico della Scuola di Leadership e Spiritualità – è severa e schietta. Chiti è di quei politici che nel corso della loro esperienza hanno accompagnato l’attività con una saggistica finalizzata a chiarire via via gli obiettivi principali dell’impegno profuso. E l’ha fatto con passione, promuovendo talvolta campagne tematiche e sempre tenendo fermo lo sfondo ideale che più lo coinvolgeva, e continua a interessarlo.

Fu tra i protagonisti della battaglia per rafforzare l’assetto federalistico dello Stato. Ha costantemente contribuito a alimentare l’attenzione sul mondo cattolico e sulle religioni in genere. L’insistita opzione per un effettivo federalismo era anche alimentata dalla convinzione (illusoria) di rispondere alle rozze proposte semisecessionistiche della prima Lega opponendole un equilibrio  sistematico e nazionale. L’area cattolica era considerata interlocutrice da privilegiare nel contesto post-Concilio e nel dialogo tra comunisti e cattolici ch’ebbe in Firenze un fervido laboratorio intellettuale.

In quest’ultima pubblicazione (Dare un’anima alla Sinistra Idee per un cambiamento profondo, pp. 137, €14,50, Guerini e Associati, Milano 2023) Chiti adotta  lo schema di una sorta di rapporto in prima persona decisamente immerso nella crisi del presente e scritto con un taglio di tipo congressuale. È l’appello conclusivo di una produzione che annovera una nutrita bibliografia. Non se ne può intendere il peso se non si considera, ad esempio, il  pamphlet di due anni fa su Il destino di un’idea e il futuro della sinistra (in quel caso con la esse minuscola). Sono tanti i quesiti e i dubbi che sorgono leggendo queste svelte pagine. Anzitutto – e non sembri una querelle lessicale – è inevitabile domandarsi quanto sia lecito parlare al singolare di una Sinistra, quasi fosse già un corpo al quale, appunto, dare biblicamente un’anima.

Per affrontare il punto chiave di un rapporto del genere bisogna partire dalle sinistre, e dall’attraversamento di un campo “progressista” molto differenziato sia nelle premesse che nelle proposte. È giusto esaltare la necessità di una Sinistra pluralista, consapevole delle diversità che contiene, ma è essenziale soffermarsi sui nodi delle diversità e sulla fisionomia che hanno assunto gruppetti e partiti, fazioni e partitini, correnti e associazioni: sarebbe arduo ricomprenderle esclusivamente in un Pd, rinnovato o «rifondato», come Chiti ama ripetere, quanto si vuole.

La Sinistra cui si rivolge non deve essere un omnibus, della cui guida è investito di un ruolo speciale il Pd. Ma quale forma dovrà realizzare per raggiungere una versione non ideologica e non monocordemente identitaria? Perché il futuro disegnato al Lingotto (2007), spinto ad un approdo di respiro liberalsocialista confacente ai mutamenti sociali in essere, non ha avuto successo? Diffidenze interne o errori di fondo? Ripensando a quella svolta (2010) Chiti l’ha condensata puntualmente: «L’ambizione – scrisse – era quella di operare una sintesi tra le culture poste alla base e di costruire un’identità rinnovata, all’altezza delle sfide che si ponevano a una forza riformista di sinistra nel mondo globale».

La globalizzazione ha avuto svolgimenti ben lontani dalla capacità di omologare all’insegna di un pensiero unico gran parte del pianeta, in primis il cosiddetto Occidente. Il riformismo di cui il Pd avrebbe dovuto essere la formazione trainante non ha preso quota perché consegnato a mani incerte e avvezze a screditati impasti di fatto lottizzatori. Quanto ha saputo interpretare dei fenomeni che sono esplosi, sovranismi e populismi in testa? Il plurale declina un nome, un patrimonio di idee proiettate verso una convergenza credibile, altrimenti il rischio è la degenerazione in un caotico e rissoso neofrontismo impossibilitato a conquistare un’attrazione egemonica e a farsi governo.

All’ordine del giorno l’autore inscrive oggi tre questioni: il lavoro (con welfare e fisco), la democrazia (con un paradigmatico antifascismo), la pace nel quadro di un regolato disarmo, e chiude il discorso registrando le voci critiche, non contaminate da delusioni o nostalgie, di otto giovani. Lottare per dare dignità al lavoro e eliminare precariato e insicurezze è quanto mai urgente. È però indispensabile trattare il tema muovendo da una pur sommaria riforma del sistema economico e precisare le origini della sua crisi addentrandosi nelle trasformazioni tecnologiche inarrestabili, nelle corporativizzazioni intervenute con il crollo del fordismo dominante nel Novecento. Altrimenti si sfocia in invocazioni assistenzialistiche o in un’ottica parasindacale. E la sindacalizzazione di un partito porterebbe o ad una coalizione tattica ed effimera o ad un minoritarismo della protesta incapace di elaborare una credibile proposta alternativa. E non è affatto risolutivo teorizzare che il “cuore” della sinistra si immedesimi nelle domande dei ceti più fragili e nelle crescenti povertà.

Le classi di una volta non esistono più e se si vuol rappresentare nella sua estensione il disagio del presente si deve allargare lo sguardo, occuparsi di imprenditori che guardano lontano, di professioni che insorgono in una transizione piena di incognite, degli effetti delle vertiginose trasformazioni  tecnologiche. Il capitalismo ha vinto ma a prezzi non sopportabili. Vengono in mente pagine da meditare di autori quali Wolfang Streeck, Paul Collier, Branko Milanović e tra gli italiani i contributi di Salvatore Veca e di Michele Salvati. Ovunque le democrazie – il plurale! – non godono di buona salute. Non basta elevare un laico eticismo a via maestra per contrastare il decadere della democrazia liberaldemocratica in «una forma vuota, una semplice tecnica istituzionale».

Infine Chiti fa proprio un pacifismo assoluto e raccomanda l’istituzione di un’Internazionale Democratica Progressista. L’inconsistenza del Pse (Partito Socialista Europeo) dimostra quanto evanescente sia il ruolo di tali soggetti. Una politica ringiovanita che non ignori il realismo dei rapporti di forza e ricerchi una dimensione sovranazionale è decisiva e non ci si può limitare a complicare l’edificio dell’integrazione europea affidandosi a geometrie variabili a piacere. Riprendere in mano l’idea di un’Europa a cerchi concentrici che abbia a fulcro i Paesi disposti ad una crescente stretta unità politica con chiare e riconosciute competenze è il prosaico passaggio da percorrere. Per superare la terribile situazione innescata dall’invasione dell’Ucraina e dilatata dalle successiva esplosione dell’annoso conflitto  Israelo-palestinese acutizzato dal tollerato terrorismo organizzato da Hamas occorre percorrere  strade e adottare anche strategie dolorose, con la misurata proporzionalità necessaria e avendo di mira una stabile pacificazione.

«L’essere umano è al primo posto – ammonisce Chiti nel finale del suo stimolante excursus – rispetto non solo all’economia, ma alle tecnologie e alle conquiste della scienza». E si fa paladino della salvaguardia dell’ecosistema e del cosmo, echeggiando le esortazioni di papa Francesco, per un ambientalismo sovente solo declamato. Il dialogo con il mondo cattolico ha infranto i cauti imbarazzi che pur accesero speranze non astratte, ma appare debilitato da controversie interne. Questo immane sforzo non si affronta ipotizzando di resuscitare prassi e entusiasmi del passato e tentando di avvicinare il tempo nel quale «la Sinistra avrà ricostruito la sua identità». Identità è ambigua parola, da usare con le molle e magari aggettivandola con l’attributo di “debole” per evidenziare la disponibilità a contaminarsi con apporti “altri” oggi estranei o valutati con scettica diffidenza.

Se per il futuro si vuol dar corpo – l’anima verrà? – ad un partito di sinistra che guardi al centro (rovesciando la celebre formula degasperiana) quale componente di un’area sovranazionale di differenze compatibili e dotata di relazioni, programmi e obiettivi depurati da un passato che non passa, non è il caso – Chiti lo sa bene – di rispolverare nobili e desueti concetti. E non battezziamo «nuovo umanesimo» una confluenza di culture che deve parlare a una moltitudine sottomessa a ciniche potenze. Nomi nuovi per nuove imprese.         

Roberto Barzanti                 

In foto: Vannino Chiti

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